Mafia e Capitalismo: Saviano sul New York Times spiega l’economia (il)legale

di

mafia e capitalismo
@Chris Potter
Un articolo di Roberto Saviano apparso due giorni fa sul New York Times titolava (Mafia organizations are) more dangerous than terrorist groups. Per un meridionale, per un italiano e, si spera, anche per un europeo dovrebbe essere come dire “la morte è peggio della candida”, ma forse così non è per il pubblico nordamericano che ha ancora sulla pelle le cicatrici dell’11 settembre e la cui visione del fenomeno mafioso è forse oggi più influenzata dagli sconfitti Sopranos che dai potenti Corleone.

Mafia e capitalismo: la multinazionale del crimine che trasforma l’economia legale

Nel breve articolo lo scrittore napoletano ribadisce alcune delle tesi sulla ramificazione capitalistica e internazionale delle organizzazioni mafiose al centro di Gomorra e, soprattutto, dell’ultimo suo libro, Zero Zero Zero. In particolare Saviano batte sul tasto della complementarità fra l’economia legale e illegale e sulla competitività e produttività che aziende multinazionali come la ‘ndrangheta e i cartelli colombiani possono vantare su scala globale. Nonché, giustamente, sulla disattenzione che i governi mondiali continuano ad ostentare rispetto ad un problema di dimensioni e gravità inaudite.

Scrive Saviano:

Le organizzazioni criminali traggono forza dalla mancanza di attenzione da parte dei governi e dall’abilità che ha nell’offrire ai cittadini quei servizi che lo Stato non garantisce più. La formula vincente è molto semplice: una grande attitudine economica combinata con uno scarsissimo livello culturale.

La mafia è una multinazionale della droga, delle armi, del crimine e del contrabbando di persone ma non solo: i soldi prodotti con il crimine vengono ripuliti e immessi nel circuito economico ‘legale’, portando spesso benefici anche alle economie dei Paesi. Sarà forse questo uno dei motivi che rende la lotta alla mafia così difficile e i governi così inetti nell’affrontarla?

In un momento di crisi come quello iniziato nel 2007, l’importanza delle mafie è cresciuta ulteriormente: sono anni in cui le banche faticano a trovare liquidità e non concedono prestiti. Da una parte gli istituti di credito e finanziari falliscono e sono molto più propensi ad accettare iniezioni di liquidità di dubbia provenienza, dall’altra le mafie hanno a disposizione montagne di soldi da prestare (con tassi da usura) o da “regalare” in cambio di influenza politica. Stiamo parlando di un livello globale, non nazionale: Saviano per esempio cita Londra come capitale del riciclaggio di denaro sporco. Londra, non Canicattì.

Oppure, come successo in Grecia, i capitali mafiosi vengono reinvestiti nel settore immobiliare in crisi arrivando a comprarsi parti consistenti di strutture turistiche, ristoranti, palazzi.

mafia e capitalismo
@Laura K.

A giudicare dai commenti all’articolo, il pubblico americano si rivela molto più consapevole della minaccia rappresentata dalle mafie di quanto ci si potesse aspettare. Tralasciando infatti chi consiglia di riservare ai mafiosi lo stesso trattamento a base di “drones, renditions, and Guantanamos” dei terroristi e quello che gli risponde (spero ironicamente) che non si può perché si tratta pur sempre di “White Christians, like us” (Cristiani bianchi, come noi) gli interventi sembrano parecchio interessanti e interessati alla questione, a partire da quelli che vedono nella legalizzazione delle sostanze psicotrope la strada giusta per arginare il pericolo mafioso.

Paradossalmente il dibattito sembra quindi essere molto più avanti che in Italia, dove dal centrodestra è arrivata una levata di scudi contro il ritorno a pene più miti per i consumatori di cannabis, dove anche la legge sul voto di scambio politico-mafioso, per quanto importante, è passata da compromessi francamente imbarazzanti.

Mafia e Capitalismo: e in Italia?

Per non parlare dei leader politici. Da Silvio Berlusconi che dichiara che Dell’Utri essendo palermitano non poteva non avere a che fare coi mafiosi (ribadendo ancora una volta l’ineluttabilità antropologica della mafia siciliana e contemporaneamente scordandosi di esempi di politici palermitani come Pio La Torre che la mafia decisero di combatterla fino alle estreme conseguenze) a Beppe Grillo che dice, all’assemblea dell’MPS: “Qui è la vera mafia del capitalismo, non in Sicilia”, affermando sì la mafia come fenomeno economico ma rischiando di analizzarlo troppo sbrigativamente, riportandolo a fenomeno di folklore.

Anche in Sicilia, ed è questa la nota più dolente, il dibattito sembra essersi ingolfato, a causa di una guerra infinita fra le bande dell’antimafia, con pamphlet e contro pamphlet sull’esistenza o meno della trattativa che si traducono in effimere e strumentali avventure politiche dei suoi protagonisti.

Occorrerebbe, insomma, azzerare il dibattito, mandare in pensione alcuni, eroici, protagonisti della reazione alle stragi degli anni ’90 che hanno però ormai perso lo smalto degli anni migliori incancrenendosi in conflitti personali superati o quantomeno superabili. Dall’altro servirebbe che l’esigenza di un contrasto strutturale alle organizzazioni criminali non fosse avvertito solo da alcuni, vuoi perché nati a sud della linea della palma o con un cognome pesante, ma diventasse patrimonio di tutti e priorità di qualsiasi forza politica, di destra o di sinistra, non solo in Italia e in Europa, ma in tutto il mondo.

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Quest'anno ho fatto il blogger, il copywriter, il cameriere, l'indoratore, il web designer, il dottorando in storia, il carpentiere, il bibliotecario. L'anno prossimo vorrei fare l'astronauta, il rapinatore, il cardiochirurgo, l'apicoltore, il ballerino e il giocatore di poker prof.

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