A che punto è la lotta al terrorismo islamico?

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L’autore di questo articolo è Davide Di Legge, laureato in Storia moderna e contemporanea, appassionato di geopolitica e politica internazionale. Davide ci ha inviato questo contributo attraverso il nostro modulo Partecipa! Se vuoi inviare anche tu il tuo contributo o proporci un argomento da trattare clicca qui e compila il modulo.

lotta al terrorismo
Jason Powell – Flickr

Il terrorismo di matrice islamica è entrato a far parte della vita dell’occidente dall’11 settembre 2001. L’allora presidente Bush lanciò una “guerra al terrore” che è continuata fino ad oggi, alle porte di un nuovo possibile conflitto nel Medio-Oriente.

Afghanistan, Iraq, Siria, al-Qaeda, Stato Islamico, Boko Haram: molte cose sono cambiate da allora ma il terrorismo non è stato sconfitto. A quasi vent’anni da quel tragico evento, qual è il bilancio che si può tracciare della lotta al terrorismo?

L’origine: l’11 Settembre 2001

L’11 settembre del 2001 costituisce uno spartiacque nella storia contemporanea degli Stati Uniti e nell’approccio dell’occidente al mondo musulmano nel suo complesso. Le immagini degli aerei che si schiantano sulle Torri gemelle e quelle del loro successivo crollo rimangono tra le più potenti e cariche di significato degli ultimi decenni.

Gli attentati a New York e Washington sono una ferita aperta nel cuore degli Stati Uniti e costituiscono il più grave attacco in termini di perdita di vite umane sul suolo degli Usa in tutta la loro storia. Quello shock ha avuto ripercussioni non solo sui cittadini e la società americana ma anche sulla politica estera del paese, all’epoca guidato da George W. Bush: all’indomani degli attentati di al-Qaeda, il presidente lanciò quella che è passata alla storia come war on terror, la guerra al terrore.

Comandante in capo di un paese ferito, Bush diede inizio ad una retorica dei “buoni contro i cattivi” che riecheggiava i tempi ormai conclusi del confronto bipolare con l’Unione Sovietica. Una delle sue più famose dichiarazioni dell’epoca recita:

Ogni nazione, ovunque si trovi, deve prendere una decisione. O siete con noi o con i terroristi. A partire da oggi, qualsiasi nazione che continui a ospitare o ad appoggiare il terrorismo sarà considerata dagli Stati Uniti un regime nemico.

Una retorica che seppur meno enfatica e divisiva ha contraddistinto anche il mandato di Obama.

L’inizio della lotta al terrorismo: l’Afghanistan

soldato afghanistan
Soldato americano in Afghanistan | The U.S. Army on Flickr

La war on terror ha avuto inizio nell’ottobre del 2001 con l’invasione dell’Afghanistan. Il paese centro-asiatico era infatti accusato di dare rifugio all’organizzazione terroristica di al-Qaeda, con la connivenza dell’allora regime talebano.

L’obiettivo era quindi duplice: rovesciare il governo dell’islamismo radicale e annientare in loco al-Qaeda. Osama bin Laden, arabo saudita capo dell’organizzazione, divenne il nemico pubblico numero uno. Le sue immagini, i suoi messaggi, le invettive contro gli Usa e l’occidente entrarono nelle nostre tv.

La guerra in Afghanistan si è trasformata nella più lunga della storia degli Stati Uniti. Il regime talebano venne rovesciato e molti appartenenti ad al-Qaeda furono eliminati ma senza che la sua reale capacità operativa fosse veramente intaccata, come testimoniarono i due attentati a Madrid nel 2004 (192 vittime) e a Londra nel luglio 2005 (52 vittime). Solo l’uccisione di bin Laden in Pakistan nel 2011 e la successiva nascita dell’Isis sembrano quantomeno aver reso meno popolare al-Qaeda.

Resta però la realtà afghana: nel corso degli anni in Afghanistan è riemersa una guerriglia talebana feroce, organizzata e soprattutto efficace. Gli Stati Uniti e i suoi alleati sono di fatto impantanati in un paese dove il terreno e le modalità dello scontro rendono imprevedibile e sempre più rischioso il controllo del territorio in aiuto al debole governo centrale.

Queste difficoltà hanno quindi permesso nel corso degli anni ai mujaheddin di riprendere il controllo di importanti porzioni di territorio e di cooptare parte della popolazione nella redditizia industria dell’oppio.

Dopo il picco di presenze in Afghanistan durante la presidenza Obama (centomila soldati nel 2011), il contingente americano è stato progressivamente ridotto (attualmente è di circa 10-14mila unità) anche se è aumentato il numero dei contractors delle agenzie private.

Oggi al-Qaeda non ha nel paese la forza che aveva prima dell’intervento, ma ciò non significa che sia stata sconfitta. Le sue ramificazioni si sono diffuse in altri paesi come Iraq, Siria e in molti paesi africani, come Libia, i paesi del Maghreb e del corno d’Africa, spesso tramite gruppi che ad al-Qaeda si rifanno o che si dichiarano suoi affiliati.

Osama Bin-Laden
Il giornalista pakistano Hamid Mir intervista l’uomo più ricercato del mondo Osama Bin-Laden. Wikimedia

Il cambio di fronte: l’Iraq

La guerra in Iraq fu anch’essa raccontata come un fronte della lotta al terrorismo. Saddam Hussein venne accusato di essere un fiancheggiatore del terrorismo ma in verità i motivi che portarono all’invasione irachena nel marzo del 2003 furono diversi.

Senza entrare nelle motivazioni geopolitiche che hanno ispirato quell’intervento, si può dire che quella guerra ha in verità creato alcune condizioni per il proliferare del terrorismo: il caos che si è prodotto, con lo sviluppo della guerra civile, ha portato alla nascita (tra gli altri) della costola irachena di al-Qaeda. La formazione era guidata da uno degli uomini più ricercati del mondo, il giordano Musab al-Zarqawi e già all’epoca alcuni affibbiarono al suo gruppo la sigla Isi (Islamic state of Iraq).

Una delle scelte più errate che hanno contribuito a destabilizzare il paese e a creare le condizioni operative per la formazione di cellule terroristiche fu l’emanazione dei famigerati decreti Order No. 1 and 2.

Emanati dal governatore americano per l’Iraq, Paul Bremer, questi decreti smantellavano il partito Ba’th (il partito di Saddam nonché storico partito del mondo arabo) e l’esercito regolare iracheno. I vertici dell’esercito erano quasi tutti sunniti, scelti e imposti da Saddam nei venti anni precedenti. Molti di loro hanno scelto la via della guerra civile e hanno poi costituito i quadri operativi e militari dell’Isis, visto come l’entità in grado di concedere ai sunniti la “rivincita” dopo la caduta di Saddam (sunnita che guidava un paese a maggioranza sciita).

L’intervento in Iraq e la sua gestione politica hanno quindi prodotto scelte e condizioni che paradossalmente hanno contribuito a determinare un aumento delle attività terroristiche. Un’eredità ancora visibile ai nostri giorni. In questo senso appaiono profetiche alcune considerazioni contenute nel libro La rivincita sciita del professor Vali Nasr. Uscito nel 2006, in esso Nasr afferma:

La lezione dell’Iraq è che cercando di forzare un futuro di loro gradimento gli Stati Uniti stanno affrettando la realizzazione di quegli esiti che più vorrebbero evitare.

Ossia appunto un inasprimento del conflitto tra sciiti e sunniti e un terreno fertile per l’insorgenza, il rafforzamento e la diffusione di gruppi terroristici.

Il caos della guerra civile: la Siria

L’Iraq è divenuto quindi l’incubatore dello scontro tra sunniti e sciiti in un quadro di confronto regionale tra Arabia Saudita e Iran. Questo confronto/scontro ha trovato la sua massima deflagrazione in Siria.

Le manifestazioni del 2011 contro il governo centrale guidato dalla famiglia Assad da circa quarant’anni sono state trasformate prima in guerriglia e poi in aperta guerra civile. Le legittime rivendicazioni della popolazione, sull’onda lunga della primavera araba, sono state sfruttate dall’esterno per arrivare alla caduta di un regime alleato dell’Iran.

Il conflitto in Siria si è così trasformato in una guerra per procura che ha balcanizzato il paese. Questo caos ha permesso ad alcuni gruppi fondamentalisti di affermarsi. L’Isis ha attecchito nel paese e altre formazioni si sono fatte strada fino a svolgere un ruolo di primo piano nella guerra civile. Un esempio è rappresentato dall’ex al-Nusra, la branca locale affiliata ad al-Qaeda che poi ha deciso di distaccarsene e che ancora oggi resta arroccata nella regione di Idlib.

È quindi evidente che i gruppi terroristi di ispirazione sunnita-salafita riescano a trovare spazio nei teatri dove viene a mancare la sicurezza interna e la stabilità istituzionale. Condizioni che accomunano Afghanistan, Iraq, Siria, Yemen, Libia. E non è un caso il proliferare di questi gruppi anche nel Sahel e in altre zone dell’Africa. Da Boko Haram in Nigeria (e non solo), ad al-Shabaab in Somalia e Kenya fino a nuovi gruppi capaci di colpire con straordinaria ferocia in paesi come Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger.

Una goccia nel mare di sangue: la morte di al-Baghdadi

lotta al terrorismo
Ritratto su muro di Abu Bakr al-Baghdadi. Thierry Ehrmann – Flickr

L’uccisione il 27 ottobre 2019 di Abu Bakr al-Baghdadi, leader dello Stato islamico, costituisce certamente un importante evento nella recente storia della lotta al terrorismo. Ricercato numero uno dell’Intelligence americana (e non solo), al-Baghdadi è stato per questo decennio ciò che Bin Laden era stato per il precedente.

Nonostante l’innegabile carica simbolica della sua eliminazione da parte di un commando delle forze americane nel nord della Siria, non va sovrastimato il suo effetto per la lotta al terrorismo. Le organizzazioni terroristiche e forse ancor di più l’Isis, decisamente la più sofisticata emersa negli ultimi anni, hanno dimostrato in passato che l’eliminazione del leader difficilmente si traduce nell’indebolimento delle stesse, molto più legate a cellule locali non direttamente connesse al vertice del gruppo.

Certamente l’ex califfo è già stato rimpiazzato e paradossalmente la sua eliminazione può costituire un incentivo ad agire per segnalare che l’Isis continua ad esistere e continuerà ad avere le capacità per colpire (e in questo senso verso la fine del 2019 si è segnalata un’intensificazione delle attività dell’Isis nel nord della Siria e dell’Iraq).

La morte di al-Baghdadi è solo un tassello, per quanto importante, all’interno di un panorama terroristico estremamente vario e complesso. Di certo la sua uccisione non pone fine allo Stato Islamico come gruppo terroristico né alla sua capacità di operare e colpire, pur assestando un notevole colpo d’immagine.

Lotta al terrorismo: un bilancio parziale

A distanza quindi di quasi vent’anni dall’inizio della guerra al terrore lanciata dagli Stati Uniti di Bush e dopo centinaia di miliardi di dollari spesi nei teatri di guerra e nelle operazioni anti-terrorismo, il quadro complessivo non è dei più rosei.

La nascita e l’affermazione dell’ISIS ce lo conferma: un’organizzazione che seppur sconfitta (per ora) sul campo, è riuscita a darsi addirittura una dimensione territoriale. Ciò che più deve preoccupare l’occidente è la matrice ideologica dello Stato Islamico: le ragioni della cosiddetta “insorgenza sunnita” rimangono vive e le frange più fondamentaliste sono pronte a sfruttare il caos a proprio vantaggio.

L’occidente a guida statunitense ha reagito forse troppo impulsivamente al’11 settembre, lasciandosi trasportare dalla hybris e dallo shock. Dopo quasi due decenni il terrorismo di matrice fondamentalista resta forte e attivo, capace di colpire dal Maghreb fino a Mindanao nelle Filippine. Per non parlare degli attentati che hanno insanguinato l’Europa e anche gli stessi Stati Uniti.

La war on terror è per ora fallita, se con ciò intendiamo lo sradicamento delle organizzazioni terroristiche. D’altronde bisognerebbe chiedersi se il terrorismo in sé possa essere sconfitto, trattandosi di una tattica di combattimento. La scelta di combattere guerre asimmetriche e protrattesi nel corso degli anni ha finito per creare condizioni di instabilità e il conseguente sfaldamento delle strutture sociali di paesi già di per sé deboli. È in questi teatri di violenza che i gruppi terroristici sono riusciti ad imporsi. Errori da cui i paesi occidentali devono trarre insegnamenti per il futuro.

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