L’insostenibile Gravity dell’essere

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GRAVITYGravity è un sacco di cose.

È l’ultima fatica del messicano Alfonso Cuaròn, già regista del bellissimo e misconosciuto I figli degli uomini e del meno brutto tra i capitoli della saga di Harry Potter.

È un prodotto eccentrico, caso più unico che raro di kolossal col cast ridotto a soli due attori, come una sorta di curioso connubio tra cinema mainstream e teatro minimalista.

È uno dei più grandi successi della stagione in corso, di critica – l’entusiasmo dei recensori è unanime – e di pubblico – gli incassi globali sono oltre i 400 milioni di dollari.

Ed è un serbatoio di materiali semilavorati per metafore esistenziali. Ma qui s’impone una digressione esplicativa.

Avvertenza: da questo punto in poi, l’orbita del lettore potrebbe incrociare quella di alcuni spoiler vaganti.

Dunque. Gli eroi di Gravity sono due astronauti: un uomo e una donna che fluttuano nel vuoto cosmico, esposti al rischio costante di perdere controllo e coordinate. Difficile immaginare un’allegoria più trasparente della condizione umana.

Matt Kowalski – George Clooney, il veterano, conosce e accetta la sua condizione di precarietà, e ha imparato a reagire nell’unico modo possibile: vivendo l’attimo. Emblematica la sua uscita di scena: è il tipo d’uomo che, mentre va alla deriva verso morte certa, si sofferma ad ammirare l’alba.

Anche Ryan Stone – Sandra Bullock, la novellina, è consapevole della fragilità dell’esistenza: lo è da quando sua figlia è morta in circostanze del tutto casuali, senza lasciarle nemmeno un colpevole contro il quale puntare il dito. A differenza di Kowalski, tuttavia, la Stone non è mai riuscita a scendere a patti con questa sua consapevolezza: vive ancora nel terrore di appartenere a un universo retto da leggi arbitrarie, che può schiacciarla in qualunque momento.

Ed è proprio quello che succede quando i due protagonisti vengono travolti dalla catastrofe, non a caso causata da un incidente a catena privo di veri responsabili: un atto di Dio. La Stone sopravvivrà solo dopo aver interiorizzato le lezioni del fatalismo e dell’accettazione dell’inevitabile. “Non è stata colpa di nessuno”, saranno le sue ultime battute, “e comunque è stato un bel viaggio”.

Dimenticavo: Gravity è un sacco di cose, ma è soprattutto un grande film, in grado di mescolare in parti uguali angoscia e bellezza, nausea e commozione. E anche questo, a guardar bene, ne fa una buona metafora della vita.

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Classe 1975, è laureato in Lettere. Lavora come editor in campo letterario, televisivo e cinematografico. Vive con la sua famiglia a Segrate, in provincia di Milano.

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