Il Libano in crisi | Gli ultimi 20 anni di un paese in bancarotta8 min read

18 Giugno 2021 Mondo -
Mariasara Castaldo

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Cooperante

Il Libano in crisi | Gli ultimi 20 anni di un paese in bancarotta8 min read

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Il Libano oggi vive una crisi senza precedenti. È senza un governo dall’ottobre 2019, con l’economia in bancarotta e il 52% della popolazione sotto la soglia di povertà. Circa un terzo dei dipendenti nel settore privato ha perso il posto di lavoro nel 2019 e un’azienda su cinque è stata costretta a chiudere.

Il tasso disoccupazione è esploso, e supera ormai il 30% (nel 2019 era l’11,4%). Il potere di acquisto della lira libanese è praticamente nullo, per cui risulta complicato acquistare anche beni di prima necessità, che comunque sono sempre più difficili da reperire nel paese, mentre schizzano i prezzi del mercato nero.

Come siamo arrivati a questa situazione? Che cos’è successo negli ultimi vent’anni in Libano? Quali sono gli avvenimenti che hanno condotto questo piccolo paese di sei milioni di abitanti a essere oggi sull’orlo di una bancarotta?

Il Libano: politica, economia e società

“Possiamo immaginare la struttura politica del Libano come i nostri vecchi stati feudali”, afferma per Le Nius Alice Boffi, coordinatrice per l’organizzazione AVSI dei programmi di educazione in Libano. Le attuali istituzioni libanesi sono il frutto del compromesso che ha messo fine alla guerra civile (1975-1990), al termine della quale i leader militari si sono trasformati in leader politici.

Continua Boffi, “basandosi su un censimento della popolazione, le principali cariche dello stato sono state assegnate ai tre gruppi religiosi del paese: il Presidente della Repubblica è cristiano, il Primo Ministro è musulmano sunnita e il Presidente del Parlamento è musulmano sciita, del partito di Hezbollah”.

Da allora, i libanesi continuano a votare sempre lo stesso partito, quello che rappresenta il gruppo religioso di appartenenza. Anche le cariche delle istituzioni pubbliche vengono assegnate sulla base del partito e l’attivismo civico è quasi inesistente, così come gli strumenti di welfare pubblico.

In Libano, cristiani, sunniti e sciiti sono gruppi separati ed eterogenei, che convivono in un equilibro precario. Per mantenere la struttura politica descritta, non viene realizzato un censimento dagli anni novanta. Ma, come spiega Alice Boffi, “si stima che nel frattempo la popolazione cristiana sia notevolmente diminuita rispetto a quella sunnita, e soprattutto a quella sciita. Un nuovo censimento significherebbe un cambiamento radicale nella distribuzione delle cariche e degli equilibri di potere tra i tre principali partiti”.

La ricchezza del paese si basa in gran parte sulle rimesse che i 12 milioni di libanesi della diaspora nel mondo inviano in patria.

“L’economia, almeno fino alla crisi del 2019, si basava su una facciata artificiale”, afferma Boffi. A partire dal 2006 c’è stato un boom del settore terziario: banche, società di costruzioni, speculazioni finanziarie sono cresciute esponenzialmente, mentre i servizi di base per i cittadini continuavano ad essere carenti. Ma questa crescita si è rivelata essere una bolla finanziaria, alla quale è seguito ben presto il crollo.

Famiglie in un centro pediatrico a Beirut | Foto: World Bank Photo

Naturalmente, in uno scenario come quello mediorientale non si possono non considerare i diversi conflitti latenti o manifesti. Così il boom del 2006 è in qualche modo figlio di una guerra, quella che nel 2006 contrappone per 34 giorni il movimento libanese Hezbollah e Israele.

Winta Zedwe, eritrea, dal 2018 è un’amministratrice di ARCS Culture solidali, associazione di cooperazione e volontariato internazionale fondata nel 1985 per iniziativa dell’ARCI. Trasferitasi in Libano proprio alla fine della guerra con Israele, ricorda: “il paese era investito da un’ondata di rinnovamento e fermento. Vedevi continuamente nuovi negozi, ristoranti, locali, aprirsi nel centro di Beirut e questo rispecchia in pieno lo spirito dei libanesi, sempre pronti a rialzarsi e a festeggiare un nuovo inizio”.

La tregua è però temporanea. Nel 2008 riesplodono i dissapori tra i diversi partiti politici che guidano il paese e che si spartiscono le principali cariche dello stato.

È in questo scenario si innesta la guerra in Siria del 2011: con l’arrivo di circa un milione e mezzo di profughi, il Libano si trasforma nel paese con il più alto rapporto al mondo di rifugiati per abitante. Le strutture e infrastrutture, già insufficienti per i libanesi, si dimostrano assolutamente impreparate a gestire questa pressione.

“Fin quando c’è stato benessere e ricchezza si è sempre passati sopra alla mancanza di democrazia e di libertà, alla corruzione”, dice Alice Boffi, riassumendo quel periodo, “ma con il deteriorarsi delle condizioni economiche qualcosa ha iniziato a muoversi”.

Ci vogliono alcuni anni, ma nel 2015 esplode la protesta. Mentre nelle strade di tutto il paese si accumula la spazzatura, ennesimo simbolo dell’incapacità dei governanti, i manifestanti scendono in piazza nel centro di Beirut per protestare contro la cattiva gestione da parte del governo della raccolta e del trattamento dei rifiuti. “You stink!” (voi puzzate!) è il nome del movimento, che questa volta coinvolge tutte le confessioni del paese.

L’attivismo avviato nel 2015 continua a farsi strada mentre, parallelamente, inizia una vorticosa spirale che nel giro di quattro anni porterà il paese sull’orlo del disastro economico e sociale.

Libano in crisi: tre anni disastrosi

Negli anni successivi, l’inflazione cresce in modo galoppante mentre la lira libanese si svaluta rispetto al dollaro. Le banche bloccano i conti in dollari, non è possibile prelevare in valuta estera e anche i prelievi in lire vengono limitati. All’improvviso l’intero paese vede crollare i propri risparmi mentre, parallelamente, iniziano a chiudere le fabbriche.

Il 17 ottobre 2019, i cittadini scendono in piazza per protestare contro l’ennesima tassa su WhatsApp, dando l’avvio a un movimento che viene ribattezzato thawra, rivoluzione, perché per la prima volta i libanesi di tutte le confessioni, di tutte le provenienze e di tutte le età esprimono la loro frustrazione nei confronti del modo in cui il paese viene gestito (o meglio depredato) da una classe politica senza scrupoli.

Il movimento del 2019 è stato incredibile, vedevi la gente per strada, di tutte le età, convinta e piena di forza: si credeva e si sperava che un cambiamento fosse possibile.

racconta Winta Zedwe, e le fa eco Alice Boffi: “È stato un weekend magico. Un milione di persone sono scese per strada in tutto il paese, anche nelle zone più povere e dimenticate, dando un carattere nazionale alla protesta fino a quel momento sconosciuto”.

La pandemia in Libano

Il movimento thawra ha l’effetto di far dimettere Said Hariri, il Primo Ministro. Ma l’ondata di cambiamento si arresta. La crisi economica e finanziaria investe il paese, mentre nella primavera del 2020 arriva la pandemia da Covid-19 a sfiancare ulteriormente una situazione già deteriorata.

“Le proteste sono continuate”, dice Winta, “ma senza il vigore e senza la convinzione della prima volta. Adesso sono in maggior parte blocchi stradali, barriere di pneumatici in fiamme che rendono solo la vita più complicata per la gente comune, impedendo spesso che arrivino i beni di prima necessità. Per la prima volta vedo i libanesi sfiduciati, stanchi”.

Alice Boffi racconta invece della situazione economica disastrosa: “La lira ha perso circa l’85% del suo valore, con una conseguente e impressionante riduzione del potere di acquisto. I bonifici verso l’estero sono bloccati e i prelievi in lire sono razionati. Con l’intrecciarsi di crisi e pandemia anche le grandi catene come Adidas, H&M hanno chiuso i negozi. Ma ancora più forte è la situazione delle persone comuni: i miei suoceri sono libanesi, della classe media. Da un giorno all’altro, hanno visto in poco tempo andare in fumo tutti i risparmi accumulati nel corso di una vita”.

L’esplosione nel porto di Beirut

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Dopo l’esplosione al porto di Beirut | Foto: EU Civil Protection and Humanitarian Aid

Sembra impossibile ipotizzare uno scenario più desolante: economia in bancarotta, disoccupazione crescente, politica in stallo e pandemia. Eppure, il 4 agosto 2020 un’ulteriore catastrofe si abbatte su Beirut: poco dopo le ore 18, un’esplosione devasta il porto della città, uccidendo oltre duecento persone, ferendone più di seimila e danneggiando gran parte della città. Ricorda Winta Zedwe:

Bombe ce ne sono sempre state, ma quello che è successo il 4 agosto ha della fantascienza. Io credevo fosse scoppiata una guerra.

A esplodere è un magazzino che contiene materiali esplosivi sequestrati anni addietro da una nave straniera e mai stoccati o eliminati in modo adeguato. Le cause del disastro sono ancora da accertare. Mentre è certo che, nonostante l’accaduto, una scintilla dello spirito libanese si accende e parte un movimento spontaneo per prestare soccorso ai feriti, gruppi formali e informali.

Come racconta Winta, “nella stazione abbandonata di Getawi, quartiere tra quelli più severamente danneggiati dalle esplosioni, è nata ben presto la Nation Station”. Si tratta di un movimento spontaneo gestito da giovani libanesi per la raccolta e lo smistamento di beni, cibo e medicinali, che ARCS continua a sostenere. “La cosa bella”, aggiunge Winta, “era che l’aiuto era per tutti verso tutti senza distinzioni di etnia, classe, religione”.

Libano in crisi: la situazione attuale

Da allora il Libano non si è più rialzato. Le proposte di sostegno internazionale, come quelle della Banca Mondiale, supportate in primis dalla Francia, prevedono che il paese acconsenta a realizzare misure economiche e cambiamenti politici che la classe al potere continua a rifiutare.

“Molti sono i giovani che stanno andando via, soprattutto quelli più qualificati scelgono di partire per l’estero. Chi resta deve fare i conti con una depressione dilagante, con la mancanza di prospettive. Eppure”, afferma Alice Boffi, “le nuove generazioni sono l’unica speranza per questo paese”.

Al momento il Libano non è una priorità nell’agenda dei principali attori internazionali e le istituzioni interne non trovano via d’uscita alle problematiche economiche. Un nuovo inizio passerà dalla capacità dei giovani di accettare le ferite passate e gettare le basi per un nuovo attivismo civile e politico, che non sia più retaggio dell’appartenenza religiosa o etnica ma si basi sulla richiesta trasversale di cambiamento, di trasparenza, di maggiori diritti. Al momento non è possibile ipotizzare cosa succederà, ma il nostro augurio è soprattutto che il popolo libanese ritrovi la sua scintilla di speranza per ripartire.

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Mariasara Castaldo

Cooperante in giro per il mondo dal 2008 al 2014, co-fondatrice dell’associazione Mekané – ideas for development, dal 2017 progettista e valutatrice nel settore dell’educazione. Da sempre coltiva la passione di raccontare storie, soprattutto storie che allargano gli orizzonti e il cuore, alle figlie, agli amici, ai lettori di Le Nius.
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