So long, Leonard, artista delle parole

di

leonard cohen parole

Quando Cohen ha imbracciato la chitarra e ha intonato Suzanne, molti come me non hanno potuto trattenere un luccichio negli occhi.

“Non tanto per sentimentalismo, né per nostalgia. Piuttosto perché nell’ascoltare quel pezzo si aveva la poetica consapevolezza del nostro divenire. Era in sostanza un momento di pienezza, di felicità che fermava per un paio di minuti lo scorrere del tempo, un pezzo di vita sottratto all’angoscia”.

Istintivamente, mentre dall’altra parte dell’Atlantico la sinagoga di Montréal celebrava l’ultimo saluto a Leonard Cohen, sono andato a ripescare la recensione di un suo concerto milanese scritta da Pier Vittorio Tondelli e contenuta nella raccolta L’abbandono. Racconti dagli anni Ottanta (Bompiani 1993).

Sapevo di poter ritrovare lì le giuste parole e il giusto conforto: un momento di pienezza; un pezzo di vita sottratto all’angoscia. Le parole, in Cohen così come in Tondelli, sono state l’appiglio al quale agganciare vite irrequiete. Tutto – o quasi – nella produzione artistica di queste due monumentali figure ruota attorno al potere, alla musicalità e alla gravità delle parole.

Con le parole, Leonard, ci sapeva fare già da ragazzo: fu scrittore precoce e abile oratore nella Debating Union della McGill University di Montréal e iniziò presto a pubblicare racconti e poesie.

Da allora, dal Québec a Londra, dalla Grecia alla California passando per Manhattan, la sua esistenza è stata un unico, sconvolgente e bellissimo intreccio di parole.

Quando, nel 1967, alle parole aggiunge la musica, scarna e lieve, la miscela è perfetta. Nei sette anni che seguono il suo esordio musicale Cohen combina poesie e melodie in quattro fondamentali album densi di storie, figure bibliche, donne e tormenti.

Songs of Leonard Cohen, Songs from a Room, Songs of Love and Hate, New Skin for the Old Ceremony sono un concentrato di suoni essenziali sovrastati dalla struggente voce del poeta-cantautore, ancora non così impastata di sigarette e stanchezza come nei decenni successivi.

Da alcuni liquidato come “cantore del pessimismo”, in realtà Leonard Cohen sapeva guardare oltre le delusioni dell’amore, i dolori dell’abbandono o le ferite della depressione.

Nei suoi pezzi, anche in quelli apparentemente più strazianti e bui, c’è sempre uno spiraglio di luce, fosse anche solo quel flebile spiraglio di luce capace di entrare da una crepa, per citare uno dei suoi versi più efficaci e commoventi:

There is a crack in everything, that’s how the light gets in.

L’enigmaticità dell’incontro tra gli estremi, tristezza e felicità, libertà e conformismo, peccato e redenzione sono il regalo più sincero e prezioso che Cohen offre ai suoi ascoltatori.

La sottile tela di ragno che Marianne avvolge attorno alla caviglia di Leonard è il filo che lo tiene ancorato alla vita o la catena che lo tiene imprigionato a un rapporto troppo stretto e definitivo?

L’uomo del Famous Blue Raincoat è l’amante a cui serbare rancore per aver sedotto la propria moglie o l’amico fraterno di fronte al quale deporre le armi?

La sublime ambiguità del cantautore non ci fornisce risposte certe, ma ci sprona a guardare tutto con la dolcezza e la delicatezza di chi viaggia tra gli inciampi della vita con leggerezza, come, già malato e forse consapevole dell’avvicinarsi dell’epilogo, canta in Travelling Light, nell’album pubblicato solo poche settimane fa.

Ci immaginiamo un Leonard compagno fedele e integerrimo, come la sua figura severa e austera pare suggerirci, ma lo scopriamo nei suoi testi sentimentalmente confuso, impaurito dalle responsabilità, attratto dalla libertà.

You left when I told you I was curious, I never said that I was brave.

“Te ne sei andata quando ti dissi che ero curioso, non ho mai detto di essere coraggioso”, canta in So Long, Marianne, ammettendo le proprie debolezze e la tensione verso l’indipendenza. In un’intervista norvegese, riportata dal sito leonardcohen.it, l’artista si esprime con grande sincerità e confessa la propria irrequietezza:

“I was always escaping; a large part of my life was escaping. Whatever it was, even if the situation looked good I had to escape, because it didn’t look good to me. So it was a selfish life, but it didn’t seem so at the time, it seemed a matter of survival. I had to continuingly escape from the situation I was in, because it didn’t feel good, so I guess kids and other people close to me suffered because I was always leaving. Not for very long, but I was always trying to get away”.

Ci immaginiamo un Leonard oscuro e pessimista, e del resto in The Future era stato insolitamente tranchant e negativo:

I’ve seen the future, baby: it is murder

ma troviamo in altre sue composizioni continui riferimenti alla salvezza divina e alle sacre scritture.

Perennemente alla ricerca della dimensione spirituale giusta, delle parole più adatte e delle divinità più accoglienti, Cohen ha avuto anche con la religione, così come per le donne, un rapporto complesso e combattuto.

Il dio buddista o quello ebraico, Gesù Cristo o i monaci: da tutti è essenziale trarre qualcosa, verso tutti è altrettanto essenziale nutrire dubbi.

Parte dell’aura di mistero e magia che avvolge il personaggio Cohen è dovuta proprio alla continua sorpresa di noi ascoltatori sospesi tra le sue ballate romantiche e le canzoni più cupe, tra visioni celestiali e scenari apocalittici; e come unica, inestimabile certezza, il calore profondo e struggente della sua voce capace di legare assieme cinque decenni di carriera.

Facile, per molti di noi, ritrovare frammenti, sensazioni e gesti del nostro passato in qualcuna di queste immagini. O incastrare qualche volto familiare nelle leggendarie Suzanne, Marianne, Nancy, Joan, misteriose e affascinanti, vittime e carnefici, eroine e miserabili di un’unica grande commedia, mai completamente oscura, mai completamente luminosa.

Ce le immaginiamo così, nel Chelsea Hotel o sulle rive di un fiume, in un freddo e nebbioso quartiere periferico o in un silenzioso tempio, le donne di Leonard, attaccate come noi alla vita, disorientate, folli e felici. Perfette – proprio perché imperfette – compagne di viaggio del tormentato artista canadese.

Dicono che l’inverno, a Montréal, sia rigido e spettrale. La città, ammantata di neve e sferzata dal vento gelido delle pianure settentrionali, era orfana già da molti anni del suo poeta, rifugiatosi a Los Angeles. Ma da pochi giorni la sua anima è ritornata a casa, nella sinagoga che lo vide crescere, e chissà, forse, grazie al risuonare delle sue melodie e al potere catartico delle sue parole, l’inverno scivolerà via meno severo del solito, per celebrare questo inaspettato e amaro lungo addio. So long, Leonard.

Immagine | ssgmusic.com

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Sociologo, collabora con le Università di Trento e di Padova ed è ricercatore libero professionista. Si occupa di sociologia urbana, sviluppo locale e politiche sociali. Ama la musica rock e i cantautori e ne scrive mescolando ricordi, sensazioni e aneddoti.

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