Quando le case ballano

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Nelle ultime 16 ore ho sentito 5 scosse di terremoto. Ieri sera, intorno alle 21, la più forte. La casa che balla, una nuova forma di classificazione degli oggetti che hai in casa, quelli che ballano di più, quelli che ballano di meno, quelli che non si schiodano. La lampada del salotto è ormai diventata il mio sismografo personale. A lei piace un sacco, ballare.

E ancora: le cose che potrebbero cadere, quel quadro così pesante sopra al letto forse non è una grande idea, per stasera non fumiamo in balcone. E poi: adesso dove mi metto. Sotto al tavolo. Ma il mio tavolo non mi ispira grande fiducia, è bello, slanciato, armonico, ma non ci vivrei, lì sotto. Sotto lo stipite delle porte. Assottigliamoci sotto lo stipite di una porta. Ma una porta qualsiasi va bene? No, vicina a un muro portante. Ah. Dovrebbero disegnare una X dove ti devi mettere quando la casa balla, quando costruiscono le case.

Che ora che hai deciso dove metterti, la scossa è finita. Rimani fermo qualche secondo. Va capito se è davvero finita, se la testa ancora ti gira ma le cose si sono fermate. Va capito cosa fare. Vediamo se la gente è scesa in strada. Certo se fanno tutti come noi, che prima di scendere in strada vediamo se gli altri sono scesi in strada, in strada non ci scende nessuno.

Senti le persone, vicine o lontane. A volte i telefoni non funzionano dopo una scossa di terremoto. Ieri, ad esempio, non funzionavano almeno per 10-15 minuti. Funzionava internet, e allora giù di WhatsApp, e giù di social.

Che irritazione, i social. Ci trovo informazioni utili, è vero, ma ci trovo anche tanti status esagerati, e non capisco se sono esagerati per la paura, per l’autentica volontà di informare, o per dare l’idea, reale o meno che sia, che tu sei lì, in prima linea, e meriti attenzione. Mi rincuora pensare che i miei genitori non hanno uno smartphone, ed è una relazione che sfugge alla dittatura del simultaneo.

E intanto si fa notte. Mettiamoci le scarpe. Ma i cileni neanche lo considererebbero un terremoto, questo. Dormiamo o non dormiamo. Dai, dormiamo. Dobbiamo saper convivere con il terremoto, diamine. Dormiamo con i jeans, magari? Solo per stanotte. Sai, se proprio dobbiamo uscire di casa stanotte, almeno fa che io non debba uscire in pigiama. Non ci posso pensare. Lascia la giacca appesa alla porta. Le chiavi di casa, le chiavi della macchina, un documento, già che ci siamo le sigarette. Potrei aver voglia di fumare. E poi il telefono, e la patente e…

Ma che senso ha. Un terremoto può esserci sempre, vuoi davvero vivere con la giacca appesa sempre alla porta? No, non voglio. Voglio dormire in pigiama, anche se è vero che questo pigiama no, non si può proprio vedere.

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Sociologo freelance, lavora come progettista, ricercatore e formatore in ambito sociale. Per Le Nius è responsabile editoriale, autore e formatore. Crede nell'amore e ha una vera passione per i treni. fabio@lenius.it

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