Game over, please insert coin and play again

di
lazio-roma 1-2
@giallorossi.net

Corri Mapou.
Corri che è la serata tua.
Corri scoordinato più de Marco Delvecchio, basta che corri.
Corri che non lo sai com’hai fatto.
Corri che non ce credi.
Ma stai a corre. E Ridi.
Corri e ridi.
Sei la gazzella che stamattina s’è alzata sapendo che doveva corre più del leone.
Corri e ignori che sei nella hall of fame dei difensori che hanno segnato al derby.
Corri e mentre corri te corrono incontro Cassetti, Balzaretti e pure Paolo Negro.
Corri Mapou, corri.

Ma torniamo un attimo indietro.
17:55.
Suona il cellulare.
Esiste sul serio qualcuno che mi chiama a cinque minuti dal derby?
E invece no, mi ero messo un promemoria. C’era scritto: Ore 18, derby. Come se uno se lo potesse scorda’.
Rialzo lo sguardo dal cellulare e vedo la coreografia della Lazio. Ci metto quei cinque/sei secondi per mettere a fuoco, e guardate che per un cervello normodotato sono tanti, ma poi comprendo che si tratta di uno di quegli effetti ottici, che girano pure su facebook. Anzi trovo subito la soluzione: se fissi la coreografia della Lazio per trenta secondi e poi sposti lo sguardo su una superficie bianca vedi Lotito e Tare che pomiciano. Che un po’ l’idea te fa schifo, ma mai quanto la partita che comincia.
Brutta di una bruttezza rara, che non pensi manco al biscotto, ma a una sbriciolata intera e l’unica notizia degna de pote’ esse considerata tale so’ i Cugini de Campagna che oltre ad esistere sul serio si vestono da Cugini di Campagna pure quando non lavorano, ma stanno, per esempio, in tribuna d’onore a vede’ il derby.
Mah.

Poi comincia il secondo tempo e Ibarbo sbaglia una gol che manco se fosse una partita finta sbaglierebbe e allora no, non se la stanno a biscotta’. Forse possiamo giocarcela, forse magari una speranza c’è. Sento un urlo. Non capisco. Passano quaranta secondi. Segna Iturbe. C’ho SkyGo in ritardo. In gravissimo ritardo. Poi pareggia la Lazio e non urla nessuno quindi me ne accorgo in diretta, nella mia differita. Non rischio manca poco, me chiudo dentro. Morirò asfissiato ma gli ultimi 10 minuti voglio vederli senza spoiler del vicino di casa.

E rieccoci al punto di partenza.
Pjanic pennella, Mapou la prende. Bene, male, poco, troppo, non fa niente. L’unica cosa che conta è che la sua capoccia impatta la palla, l’attrito della rivoluzione terrestre non può nulla, Marchetti nemmeno.
Gol.
Cioè tipo: Gol.
GOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO’

Rivedo l’ammucchiate colla panchina. So’ belli. Che un po’ se non ci fosse da soffrire cinque minuti più altri cinque di recupero ti salirebbe il veleno a pensare a come poteva esse e invece non è stato.

È ‘na battaglia, ‘na guerra. Lottano e tu lotti insieme a loro. De Rossi respinge due volte in tuffo, e la seconda volta te tuffi pure te. Poi succede una cosa che non succedeva da tanto. Ma voi voo ricordate quando pe’ perde tempo tenevamo palla sul calcio d’angolo e non ce la levavano mai? Ma quando abbiamo smesso di farlo? Ce ne siamo ricordati il giorno giusto, almeno questo…
Manca poco, sempre de meno, forse è già finita perché tu il cronometro non lo stai più a guarda’.

Fine.
The end.
Fin.

E te ritrovi a festeggia’ con l’inno della Lazio in sottofondo. Che a loro parrà ‘na genialata, ma forse è il padre di tutti gli epic fail.

Certe volte non serve un primato, non servono medaglie e non servono coppe.
Non serve niente perché certe cose si possono cancellare, altre semplicemente no. Ti restano, sono ferite, non te le scordi, ma a un certo punto non te faranno neanche più male. Te le ricorderai per sempre, ma sarai in grado di andare oltre. Tipo un amore che finisce o un dolore che diventa energia e smette di essere freno.
Aspettavi un grande evento per cancellare un Oh noooo! O una coppa in faccia e invece non serviva IL MOMENTO. Dovevi solo aspettare che tutto passasse da solo, in un momento. E per te è passato così. Con una capocciata de Mapou Yanga-Mbiwa da Bangui.

C’è voluto del tempo ma alla fine è successo.
Te sei voltato e i fantasmi non c’erano più.
Game over.

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Anche noto come Coso. Classe 1981, attualmente in vita. Nasce brutto e povero e non potendosi permettere di cambiare vita chirurgicamente è costretto a vendere il suo corpo al giornalismo, ma nessuno se lo compra. Casca, si rialza, non se rompe. È tipo il pongo. Scrive cose, fa lavatrici.

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