La solitudine dello spettatore

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Vignetta - La solitudine dello spettatore CHineLa mia insegnante di lettere del ginnasio ripeteva continuamente una frase:  “A casa siete disperatamente soli con il libro”. Nella sua lingua biforcuta questo significava un’assoluta dipendenza da ciò che lei spiegava in classe, unica chiave per curare quella disperazione. Tutti attenti a prendere appunti, senza farci scappare una virgola, mossi dal terrore per quell’inesorabile momento di solitudine che il pomeriggio avrebbe portato con sé.

Questo approccio ha corrotto il mio rapporto con l’oggetto libro per diversi anni. Prima ancora di iniziare la lettura, dentro di me montava quella sicurezza che da sola non ce l’avrei fatta, che mi sarebbe sfuggito qualcosa, che avrei avuto bisogno di una guida. Le parolacce più oscene tornavano alla mia memoria: riferimenti storici, contestualizzazione, analisi linguistica e soprattutto – la peggiore di tutte – l’intento dell’autore. Come se davvero un’ottantenne vissuta tutta la vita in un paesino di provincia tra casa, chiesa e scuola e che aveva come riferimenti culturali i libri di testo, potesse davvero detenere questa misteriosa e sfuggente verità. E insegnarla, soprattutto.

La de-forma mentis che mi ha timbrato il cervello nel momento più buio della mia esistenza, per quanto io tenti di rifuggirla e rinnegarla, purtroppo si è arrogata il diritto di venire con me anche a teatro e di sedermi accanto per tutto il corso dello spettacolo. Per quanto io provi a godermi ciò che mi si crea davanti, a coglierne la bellezza (o la bruttezza), quell’ospite sgradito mi disturba in maniera subdola, tempestandomi di domande: cosa avrà voluto dire il regista con quella luce? Che significa quel costume? Che valore ha questa rappresentazione oggi? Il tutto con l’ansia di apprendere, ricordare e soprattutto, in un’eventuale interrogazione il giorno del giudizio universale, di dover dare conto a un’entità superiore di ciò che si è visto.

A causa di questa atroce malattia io tendo a dimenticare tutto. Come se il mio cervello, come meccanismo di difesa,  mi liberasse da pesi inutili, creando un canale di scolo per tutte le informazioni che disperatamente tento di acchiappare.
Non c’è verso che io di uno spettacolo ricordi i nomi degli interpreti o la produzione e altre diavolerie che gli addetti ai lavori considerano di vitale importanza.

Così come per i libri, per gli spettacoli che vedo quello che mi rimane sono immagini, parole magari, suoni, mai e poi mai le trame. Cosa è davvero accaduto è qualcosa che riesco a ritenere al massimo dal teatro fino a casa, un po’ come la pipì. Per questo provo per Shakespeare un amore e odio profondissimi. Gli intrecci vorticosi sono per me esercizio di disperazione estrema, un peso da espletare il prima possibile per fare spazio ad altro.

La magia però sta nel fatto che quei frammenti inutili di cui il mio organismo non si libera colgono la mia memoria nei momenti meno aspettati e talvolta vengono in mio soccorso. Metafore di sentimenti, immagini di conflitti sociali, espressioni ineguagliabili mi ispirano profondamente nella loro potenza senza nome né padrone e mi fanno avere questa voglia matta (e disperatissima) di tornare a sedermi in platea ancora e ancora, nonostante il compagno puzzolente al mio fianco.

 

Vignetta realizzata da Emmanuel Storage (Giuseppe Astore)

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Si laurea in Storia del Teatro e dello Spettacolo e conduce laboratori teatrali con ragazzi disabili e pazienti psichiatrici. Si specializza in Pedagogia e Didattica del teatro presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico. Fonda un centro di narrazione teatrale. Nel 2011 si trasferisce a Londra dove frequenta un corso per Drama Teaching e fa la steward per lo Shakespeare Globe Theatre.

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