Falò, coltelli e canti. La poetica brutalità della steppa mongola

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steppa mongola

Le immagini, i ricordi, i frammenti di storie sono spesso più incisivi di tante parole o trattati accademici. Trasmettono un carico emotivo e veicolano messaggi altrimenti difficile da esplicitare. Dei miei due viaggi in Mongolia compiuti all’interno di un progetto scientifico coordinato dall’università LIUC porto e probabilmente porterò sempre con me tre ricordi, fra i tanti accumulatisi.

Steppa mongola: il falò

Il primo ricordo comincia con me stretto nel sedile posteriore di una jeep: poggiavo la fronte al finestrino e scrutavo l’infinito manto bianco in cui procedevamo. La verde steppa mongola puntellata di tende bianche e greggi aveva cambiato aspetto dopo due giorni ininterrotti di neve trasformandosi in un candido altopiano sferzato dai venti e immerso in un buio profondo. Pur senza indicazioni stradali e illuminazioni Namsrai guidava con sicurezza e dava l’impressione di sapere dove e come proseguire. D’un tratto, dopo aver valicato un dosso, avvistammo un falò e dopo qualche minuto ci fummo accanto. Notammo un camion fermo nella neve, fuori dal tracciato stradale, e due uomini avvolti nel tradizionale vestito mongolo, un lungo e pesante cappotto.

Namsrai parlò con loro e ci spiegò che il mezzo si era rotto. Senza telefono e senza che nessuno fosse passato di lì i due si apprestavano a passare la notte riscaldati dal quel fuoco precario. Uno di loro di tanto in tanto strappava pezzi del proprio cappotto per alimentare il falò e questa immagine, più dell’espressione inspiegabilmente calma che mostravano, mi accompagnò per il resto della notte. Offrimmo un passaggio ad entrambi: stringendoci ulteriormente sui sedili la jeep ci avrebbe condotti fuori da quel mare di neve e buio e nel villaggio avrebbero trovato riparo e aiuto.

Dopo un conciliabolo che mi sembrò durare all’infinito e dopo che altri pezzi di tessuto finirono nelle fiamme uno di loro salì sulla jeep e l’altro rimase accanto al camion ormai sprofondato nella neve. Perché? Domandai preoccupato a Namsrai mentre non riuscivo a staccare gli occhi dalla figura di quell’uomo illuminato dal piccolo falò. “Vuole restare accanto al camion e passare lì la notte, per controllarlo. Non si abbandona un mezzo nella steppa” disse con quel suo tono fermo e inespressivo che non concedeva repliche, facendo passare in secondo piano la minaccia del freddo, dei lupi e della fame.

Per un po’ di giorni pensai a quell’uomo come ad un piccolo eroe incurante del gelo, della solitudine e del buio e seppi poi che solo il pomeriggio successivo fu raggiunto da un altro mezzo in grado di liberare il suo camion dalla morsa di ghiaccio in cui era tristemente bloccato. Lui rimase lì, come un soldatino che controlla l’accampamento, come una chioccia che vigila sui suoi pulcini. La neve ed il freddo, mi spiegarono e ricordarono, non erano altro che elementi naturali, quotidianità scontata per chi vive e lavora nella steppa ai confini con la taiga. Nessun dramma né sorprese: la vita continua anche sotto metri di neve battuti da venti gelidi; le strategie di adattamento rendono possibili e praticabili situazioni apparentemente ostili, dimostrando una volta di più l’infinita e stupefacente varietà umana.

Steppa mongola: i coltelli

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Una seconda, indelebile sequenza riguarda un episodio abbastanza cruento a cui assistetti un pomeriggio. Tra le voci spensierate dei bambini che giocavano indisturbati nella verde immensità della steppa tre pastori ribaltarono con la pancia all’aria un montone. Uno di loro teneva ben strette le zampe posteriori, un altro quelle anteriori e il muso mentre il terzo, con un coltello, affondava l’affilatissima lama nel ventre dell’animale. Non udii nessun gemito, nemmeno quando, dopo l’incisione, il pastore infilò quasi interamente il suo braccio nel corpo ancora vibrante del montone e lo ritrasse dopo lunghissimi secondi stringendo tra le dita il cuore. Quel piccolo muscolo, ancora attaccato al sistema circolatorio, si gonfiava e ne potei vedere il ritmo fino agli ultimi spasmi.

Immediatamente uno dei tre cominciò a scuoiare il montone, separando con perizia il manto lanoso dalla carne. Per facilitare l’operazione vennero rotte alcune ossa, provocando suoni secchi ma controllati. Tutto aveva l’aria di essere estremamente controllato. Riapparve il coltello e il montone, ora ridotto ad un nudo fascio di fibre, muscoli e carne, fu sezionato. I vari pezzi finirono in un contenitore di cartone e caricati sulla nostra jeep.

D’un tratto comparvero tre o quattro donne. Come rispondendo ad un impercettibile comando iniziarono ad occuparsi delle viscere e del poco sangue versato. Con acqua e bacinelle recuperarono e pulirono ciò che restava dell’animale, raccolsero il vello e si infilarono in una tenda. Tutto si era compiuto in non più di trenta minuti. Guardavo con stupore i gesti e le procedure dei pastori, capaci di uccidere il proprio montone senza la benché minima difficoltà, in un silenzio irreale rotto di tanto in tanto dalle voci dei bambini e dalle ossa spezzate. Il manto d’erba non mostrava nessuna traccia dell’avvenuta “mattanza”, i pastori ripresero tranquillamente a fumare con le dita ancora calde e bagnate dalla carne dell’animale e le donne parlottavano tra loro.

La normalità con cui ciascuno aveva svolto i propri compiti, seguendo una ferrea divisione dei ruoli, dimostrava quanto la pratica fosse radicata nella piccola comunità di pastori nomadi e quanto fosse sottile, quasi inesistente, il confine tra brutalità e delicatezza. La vita dei pastori mi apparve per ciò che era, sospesa tra arcaicità e sussistenza e perfettamente inserita nel ciclo naturale delle stagioni e nell’eterna immutabile dialettica tra la vita e la morte.

Steppa mongola: i canti

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Il terzo episodio è un frammento dai colori e dai suoni ancora ben presenti nella mia memoria. Avvolti e bloccati dalla neve, una mattina lasciammo le nostre tende e ci dirigemmo verso l’unico villaggio con edifici in muratura nel raggio di un’ottantina di chilometri. Qui ci infilammo nella scuola elementare, una struttura austera ma accogliente e funzionale. Come tutti i regimi socialisti, anche quello mongolo attribuiva grande importanza al sistema educativo come elemento fondamentale per la crescita e la formazione dei giovani cittadini/rivoluzionari. Oggi che la Mongolia è una repubblica democratica la scuola e gli uffici amministrativi locali sono gli unici baluardi statali ancora riconoscibili nella sconfinata e disabitata steppa. I bambini ci si fecero incontro immediatamente e con l’aiuto di un’interprete chiedemmo che cosa sognavano per il loro futuro.

Uno di loro, sospinto dai compagni, si alzò in piedi e ci fece capire di voler cantare. Lo incoraggiammo e iniziò a intonare la più bella versione di Santa Lucia che avessi mai sentito. La classica canzone napoletana assumeva, in bocca al bambino mongolo, una potenza e una carica emotiva dirompenti. La felpa consumata, il viso cotto da vento, freddo e sole, lo sguardo timido erano sovrastati dalla bellezza e dalla nitidezza della voce, capace di creare un sorprendente ponte tra quella sperduta scuola nella steppa innevata e il golfo di Napoli. Lo scolaro scandiva con precisione le parole italiane e per una manciata di secondi mi sentii orgoglioso del mio paese. Una melodia raffinata e soave scritta nel lontano 1849 era ancora oggi fonte di ispirazione per un bambino e, forse, avrebbe contribuito alla sua crescita personale e culturale.

La forza evocativa della musica e la figura disarmante di quel ragazzino dalla voce poderosa in un’aula spoglia mi commossero. Pensai a quanta bellezza e a quanta poesia possono generarsi da questi bizzarri intrecci culturali e la Mongolia mi regalò così un’altra immagine di sé. Accanto alle greggi, alle tende bianche e tondeggianti, alle praterie infinite e alla controllata brutalità dei pastori nomadi aveva trovato spazio anche un poetico frammento di cultura popolare italiana.

Immagini | Shajinbat Erdenebileg

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Sociologo, assegnista di ricerca presso l'Università di Padova. Si occupa di politiche sociali per l'infanzia, famiglie vulnerabili e cittadinanza attiva. Ama la musica rock e i cantautori e ne scrive mescolando ricordi, sensazioni e aneddoti.

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