La musica in testa #5 – La verità nelle canzoni

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piccolosbruffoneViene naturale riconoscere alle canzoni che amiamo delle qualità nascoste. Ci coinvolgono a tal punto che – pensiamo – non possono non essere a contatto con l’intima realtà delle cose. Perciò è spontaneo cercare in ciò che dicono delle verità profonde, come se il solo fatto di essere orecchiabili le rendesse in automatico degli strumenti di comprensione del mondo.

Ovviamente, il più delle volte le canzoni che amiamo non fanno altro che ripetere un sacco di banalità, se non addirittura, nei peggiori dei casi, stupidaggini. Ma è il ritmo che ci frega, che ci fa pensare che testi come “Quello che ho devi darlo a tua mamma. Quello che ho devi darlo a tuo papà. Quello che ho devi darlo a tua figlia. Tu danzi un po’ e poi bevi un goccio d’acqua” abbiano non solo un significato tout court, ma addirittura un significato esistenziale.

Il problema non riguarda solo le canzoni inglesi, che se tradotte nella maggior parte dei casi lasciano l’amaro in bocca. L’inglese suona bene e, il più delle volte, noi italiani lo comprendiamo solo in parte. Questo alone di indeterminatezza rende un qualsiasi “Sleight of hand and twist of fate. On a bed of nails she makes me wait. And I wait without you” carico di significato. Poi lo schiaffi in Google Translator e ti prende male.

Il problema si estende anche alle canzoni italiane, che o sei Franco Battiato, o il più delle volte non dicono niente, solo che lo dicono bene e allora ti sembra qualcosa. Perché per quanto ti venga voglia di cantare a squarciagola  “Se fosse facile fare così. Poterti dire già quello che so. Farebbe freddo in un attimo che. Passerà”, questo non lo rende il passaggio più profondo della musica nostrana. Ma va bene così, sia chiaro. L’importante è non attribuire alle canzoni delle doti profetiche. O almeno, non in senso assoluto.

Il discorso si fa diverso se entra in campo l’individualità. A quel punto, un semplice grumo di parole sputacchiate a caso può assumere, filtrato attraverso l’esperienza personale oppure alla luce di una particolare esperienza biografica, tutto un altro significato. Siamo monadi senza finestre, dopotutto, e quello che sembra solo un gorgheggio senza senso per uno, può rappresentare la chiave di un’intera esistenza per un altro.

Io, tanti anni fa, ho trovato la mia verità in una canzone dei Mau Mau. Si chiamava – e tutto sommato si chiama ancora – Eldorado e dava il nome a un loro album del 1998. A un tratto, nel pezzo, Luca Morino cantava: “Dopo il tempo del silenzio. La stagione del rumore arriverà”. Queste poche parole rappresentavano alla perfezione il passaggio che stavo vivendo in quel periodo.

Per anni mi ero sentito diverso dalla maggior parte della gente. Diverso nel senso di inferiore e quindi interdetto a tutta una serie di esperienze di vita. Poi, a un tratto, ho cominciato a capire che diverso poteva anche significare prezioso, perché raro. E che quelle esperienze che invidiavo ai miei coetanei le potevo vivere anch’io, per quanto solo a modo mio.

Non è stato facile. Per capirlo mi ci è voluto tutto quanto un percorso fatto di sbronze, baci, bravate, altre sbronze, esplorazioni cittadine, avventure sconsiderate, cotte colossali e non ricambiate, corse pazze in motorino assieme ai miei amici, ancora sbronze, qualche altro bacio, delusioni per i miei genitori, amori corrisposti, colossali cazzate, scritte sui muri, trasferte extracittadine e un mucchio di altre cose che sembreranno significative solo ai miei occhi.

È stato come se fino ad allora mi fossi ritrovato chiuso dietro una vetrina, a osservare la vita che si svolgeva davanti a me. Come un pesce che guarda il mondo di fuori, dal suo acquario deludente. Poi, a furia di picchiarci contro, quel vetro si è spezzato. Di botto. E io mi sono ritrovato catapultato all’esterno. Dopo il tempo del silenzio, era finalmente arrivata la stagione del rumore.

E che rumore! Una dolce, chiassosa sinfonia che non dimenticherò mai, assieme alle canzoni che hanno riempito le mie cuffiette in quel periodo, dai Subsonica ai Colle der Fomento, dai Casino Royale ai Rage Against the Machine. A voi magari sembrerà la colonna sonora sbagliata, ma tutta quella musica io ce l’ho ancora ben chiara in testa.

Questo post è dedicato al mio amico Pantaleone Albertazzi, con cui ho condiviso molti di quei concerti e di quelle serate.

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Ciao a tutti, mi chiamo Agu e ho un problema con l’alce. E pure con i correttori automatici. Sono giornalista freelance. Pubblico racconti e disegnetti sul mio blog, Come un dinosauro in un bicchier d’acqua. Se ne avete voglia, dateci un occhio. Prima o poi ve lo restituiremo.

2 Comments

  1. Grandioso. anche se ridimensiona quel “choosing my confessions” che mi era sempre sembrato il significato più profondo dell’universo umano. Tra gli italiani concedo il beneficio della profezia agli Afterhours, a partire dall’ultimo Padania. Ecco, a 33 anni mi sono fatto fregare ancora.

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