La musica in testa #2 – Mainstream vs Underground

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yellow_submarineQuand’ero ragazzino, ho attraversato una fase in cui la dicotomia mainstream vs underground mi appariva fondamentale. Ritenevo essenziale che un artista non badasse alle classifiche, non si piegasse alle logiche di mercato, non cercasse di intercettare i gusti della massa. A ogni nuova uscita, pregavo perché i miei beniamini musicali non si sputtanassero.

Questo timore l’ho vissuto quando Elio e le storie tese si presentarono, nell’ormai lontano 1996, al Festival di Sanremo, dando il La ad altri gruppi come i Pitura Freska e i Subsonica, che nel giro di pochi anni si avventurarono dai palchi dei centri sociali a quello ben più patinato del teatro Ariston. Quel gesto all’epoca pionieristico mi fece riflettere. E nel giro di poco cominciai ad apprezzare i musicisti che, fregandosene magari della reazione dei propri fan, riuscivano a coniugare la coerenza con l’accessibilità, senza per questo tradire la propria essenza.

Mi permetterò di scomodare quattro leggende, perché il miglior esempio in questo senso è costituito dai Beatles. Che macinarono dischi venduti, pur mantenendo sempre un’attitudine sperimentale. E che, viceversa, anche nelle loro incursioni più ardite, rimasero sempre squisitamente pop. La dimostrazione che si possono spaccare culi anche mandando in visibilio milioni di teenager che di musica non ne capiscono niente. E anzi, sedurli con le lusinghe dell’orecchiabilità, per poi traghettarli con dolcezza verso panorami più complessi.

Il problema è che ancora oggi mi capita di sentire gente che se la prende con il tal artista perché è diventato commerciale. O che ne fa una colpa al gruppo un tempo di nicchia, perché è finalmente riuscito a entrare in classifica. E quando accade, ho la tragica sensazione di essere ritornato al liceo, anche se  a parlare sono presunti esperti musicali di quarant’anni.

Ma il peggio è quando questo tipo di discorsi lo senti fare a un musicista a proposito di un collega di maggiore successo. Chiariamoci, considero del tutto lecita la scelta di essere un artista di nicchia, e di rivolgersi a un pubblico ben preciso, con sonorità che per forza di cose non sono destinate ai più. L’importante è essere consapevoli delle conseguenze di questa rispettabilissima decisione.

Quando però suoni la tua musica ma ti lamenti perché nessuno ti prende in considerazione, o ancora peggio fai di tutto per piacere, ma con scarsi risultati, allora hai poco da (auto)definirti underground. E ricondurre la tua condizione a una precisa strategia di purezza e coerenza. Forse il problema non è che sei underground, ma semplicemente che sei scarso. Fattene una ragione e non dare il tormento a chi è riuscito a fare quel che voleva e allo stesso tempo a essere amato dal pubblico.

La distinzione tra mainstream e underground è, ovviamente, mentale. E non riguarda chi piace al grande pubblico e chi invece è confinato a un target di nicchia. Non è mainstream chi vende, ma chi si vende. Ovvero chi modifica la propria essenza al fine di piacere di più agli altri. Chi invece ci riesce rimanendo fedele a se stesso, è soltanto un genio.

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Ciao a tutti, mi chiamo Agu e ho un problema con l’alce. E pure con i correttori automatici. Sono giornalista freelance. Pubblico racconti e disegnetti sul mio blog, Come un dinosauro in un bicchier d’acqua. Se ne avete voglia, dateci un occhio. Prima o poi ve lo restituiremo.

5 Comments

  1. pezzo calibrato che centra bene una questione su cui anche io ho sempre avuto pulsioni contrastanti. mi piacerebbe un esperimento simile sulle differenze tra (presunti) generi musicali. complimenti!

  2. Grazie caro. In effetti anche quella dei generi musicali (così come cinematografici) è una questione interessante. Sono etichette innanzitutto non statiche, ma che mutano negli anni. E sono al contempo utili, perché semplificano e quindi aiutano a inquadrare, ma per forza di cose limitanti. La questione rientrava anche nella mia augusta (in quanto redatta da Agustoni, mica per altro) tesi che prendeva spunto dal cinema del buon vecchio Terry Gilliam, e in effetti mi appassiona un botto. Il problema è che potrebbe venirne fuori un post chilometrico…

  3. Bell’articolo! Anch’io chiedo a gran voce un viaggio attraverso i generi, roba da far spaventare Rick Altman 🙂

  4. Condivido e non mi stupisco di quello che lamenti, soprattutto pensando alla situazione qui in Italia. Secondo quanto vedo, l’Italia è un paese con punte di eccellenza, ma nel suo complesso piuttosto arretrato, in cui si tende a creare schieramenti binari e a ideologizzare sempre tutto in modo semplicistico. Poi direi che qui artisti e produttori di cultura non sono né molto incoraggiati né tantomeno finanziati, e questo a prescindere dalla loro genialità. Ciò genera frustrazione e necessità di fare nicchia, dato che mal comune mezzo gaudio. La conseguenza nefasta è che molto spesso i frustrati diventano spocchiosi; di solito quelli meno geniali.

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