La mia prima volta… alla fiera del libro di Roma

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@Fiera del libro di Roma

La mia prima volta a una fiera del libro è stata – come tutte le prime volte – diversa da come me la aspettavo. Per raccontarla userò una similitudine femminile.

Le piccole librerie di paese sono come le ragazze timide che conosci da una vita, le fidanzate del liceo con cui hai scoperto che i libri non sono solo quei tediosi strumenti scolastici, che possono anche rivelare mondi e informazioni che non pensavi di poter trovare in quegli oggetti. Quelle ragazze con cui si sono compiuti i primi passi alla scoperta dell’altro, del corpo, del mondo fuori di noi, del sesso.

Le grandi librerie invece, quelle ultra fornite, dove hanno tutto (per poi scoprire che non hanno tutto, hanno solo tante copie di ciò che si vende di più) sono paragonabili a quelle ragazze che hanno molta esperienza, che si sono passati un po’ tutti una volta e che hanno – e sanno – sempre molto di più di te. Sono luoghi che ti imbarazzano per la quantità di informazioni con cui ti subissano. Tanti libri, troppi generi, scoprire come sono sistemati i libri sugli scaffali, in ordine alfabetico, per editore, per genere – tutto lasciato all’arbitrio dei commessi (nelle grandi librerie è difficile trovare librai) –, la letteratura erotica nascosta ad altezza di ginocchia o dietro un angolo cieco (per costringerti a chiedere dove si trovi).

Le grandi librerie sono appunto come quelle ragazze che sanno fare tutto e ti dimostrano quanto sia limitata la tua visione del mondo dopo esser uscito da una di quelle tue solite librerie di paese. Sei abituato ai soliti posti, gli scaffali, i soliti titoli, sfogliati un po’ per volta, aperti delicatamente per non intaccare la brossura, i baci rubati nei portoni, poggiare il naso tra le pagine e sentire l’odore virginale di un libro mai aperto (si potrebbe estremizzare la similitudine pensando all’acuminato sverginamento dei libri di una volta a cui si doveva recidere l’imene delle pagine con tagliacarte ormai in disuso, ma non lo faremo).

Quindi, se le librerie di paese sono le ragazze comuni, le compagne di banco del liceo con cui passavi pomeriggi mentali a sfogare onanistici furori adolescenziali, e le grandi librerie sono le ragazze spregiudicate ed emancipate nel capitalismo degli affetti, cosa saranno mai le fiere del libro?

Le fiere del libro sono la cugina milanese o romana del tuo migliore amico che viene a passare le vacanze estive nel tuo paese. È molto di più delle ragazze a cui sei abituato, ha più esperienza, ne ha viste di più delle altre, non vive nella provincia del mondo, è mitteleuropea, è stata a Londra prima delle compagnie low cost, è spregiudicata e disinibita.

Fiera del libro di Roma

Alla fiera del libro di Roma arrivo con non poche perplessità, totale inesperienza e molta curiosità. Inizia con un accredito stampa che mi permette di entrare senza pagare il biglietto, come se uscissi con la cugina dell’amico e facessimo ai mezzi, l’emancipazione metropolitana. Mi aggiro tra gli stand con una guida d’esperienza che l’ha vissuta per anni questa fiera romana. Mi vengono svelati i segreti di alcuni editori, fatti notare particolari che mai avrei visto. Annuso l’aria e lancio sguardi di sfuggita ai tavoli ricolmi di libri. Alcuni editori li conosco, di altri ignoravo totalmente l’esistenza. Ci stiamo corteggiando. Non ci concediamo troppo l’uno all’altra, è il primo appuntamento.

Il primo giorno si conclude – come spesso accade agli impacciati e poco esperti come me – con un solo bacio di letteratura, solo due libri comprati per curiosità e fiducia verso chi me li ha consigliati. Torno a casa mesto per la quantità di acquisti, per esser uno che compra una cinquantina di libri nell’arco di un anno mi sarei aspettato di più, ma forse è colpa mia, della mia timidezza.
Come si sa la prima non vale, è di presentazione.

Il secondo giorno ormai ci conosciamo, so dove si trovano gli stand di alcuni editori che mi interessano. Mi prendo il mio tempo, s(p)foglio, annuso, saggio la consistenza della carne dei libri, la grana, l’inchiostro. Indago le competenze dei ragazzi negli stand. Gli chiedo di vendermi un libro che già volevo comprare. Sono pochi coloro che sanno vendere, uno su tutti Giulio Passerini (E/O Edizioni) che mi ha quasi fatto comprare un libro per bambini con animali promiscui.

Sono più rilassato, so come muovermi, saluto amici, faccio amicizia con sconosciuti, la fiera si concede a me e io mi abbandono all’orgia di carta servita con adamitica impudicizia. Sconti, offerte, gadget (quelle maledette sportine di tela possono creare una dipendenza da status di intellettuale mal celato). Tutto mi dice comprami, nulla mi ricorda che dovrò trovare un modo per trasportare tutti questi libri.

Alla fine della giornata, con il sole ormai scomparso da tempo esco dalla fiera, quindici libri – di cui alcuni di autori italiani (cosa per me insolita), e di cui uno anche di poesia (cosa per me alquanto rara) – mi accendo una santa e rituale sigaretta, faccio un lungo respiro e mi allontano colmo di virilità letteraria.

È stato bello, intenso, proficuo. La fiera non mi ha divorato fino all’osso, ho ancora i soldi per due supplì, un tiramisù e il biglietto del treno per casa. Sarà difficile tornare alla fidanzata di paese, ma potrò sempre ripiegare sulla pornografia degli acquisti on-line.

Immagine / Più libri più liberi

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Nato lo scorso secolo, da 30 anni specula sui grandi temi dell’umanità: Dio, la velocità della mano sul claxon allo scattare del verde, gli abbinamenti scarpe-cintura. Dopo un dottorato di ricerca in filosofia ora lavora. Sì, fa quello che state pensando. Proprio quel mestiere. Intanto si è appassionato ai documentari sulla riproduzione degli animali. Si vanta di non avere verità, solo qualche opinione, come questa.

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