But I’m not the only one: il sogno collettivo di John Lennon

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john lennon storia

Alla notizia della morte di Umberto Eco ho istintivamente pensato al ruolo che le guide, di qualsiasi tipo esse siano, ricoprono per le nostre vite: ci indicano un orizzonte, ci accompagnano nel presente e interpretano il nostro passato comune.

Delle guide spesso ci accorgiamo quando mancano, quando manca un loro aggettivo, una frase o uno slogan per definire ciò che accade attorno a noi, quale direzione stiamo percorrendo. E, un po’ nostalgici e disorientati, ci chiediamo come le guide ormai scomparse avrebbero commentato l’attualità, codificato la complessità e colto lo Zeitgeist.

John Lennon è uno di quei personaggi che mi hanno sempre suscitato questa sensazione. Cosa avrebbe detto Lennon dell’11 settembre? E di Occupy Wall Street? Come avrebbe vissuto il crollo del Muro di Berlino? Cosa direbbe delle guerre tuttora combattute? Userebbe Twitter e scambierebbe commenti acidi con McCartney?

Per noi nati troppo tardi per essere suoi contemporanei, John Lennon è una figura enigmatica ma in un qualche strano modo familiare, forse anche grazie alla sua potente iconicità: i suoi occhialini tondi, i capelli fluenti, il pianoforte bianco di Imagine, i “Bed-In For Peace” e la simbiosi estetico-artistica con Yoko Ono.

Immagini entrate nella memoria collettiva occidentale insieme a quelle più scanzonate e naïf legate alla sua vita precedente, quella con George, Paul e Ringo.

Figura anomala nella scena rock degli anni settanta, musicalmente l’apporto più grande lo dette, secondo molti, all’epoca dei Beatles, dalla fondazione della band fino a Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band (1967), inserendo nella forma-canzone beat dei sessanta lampi di follia, visioni, sovraincisioni, effetti sonori stranianti e improvvisazioni.

A day in the life, saggiamente posizionata come ultima traccia di Sgt. Pepper, è la canzone che forse più di altre esprime l’innovatività di Lennon e la sua quasi perfetta complementarietà con Paul McCartney, autore del segmento centrale del pezzo: due modi differenti di intendere la musica e di scriverne i testi, più didascalico e orecchiabile Paul, più simbolista e cerebrale John.

Nella sua intensa carriera solista e insieme a Yoko diede libero sfogo alle sue personali battaglie e passioni politiche che, attraverso le sue canzoni, diventarono battaglie e passioni collettive, patrimonio di intere generazioni. Con un unico verso, quel

but I’m not the only one

della sua canzone più famosa e celebrata, Lennon aveva creato – idealmente – una comunità, un gruppo di cui sentirsi parte: “se la pensi così non sei solo”, sembrava dire, “guarda, c’è un mondo intero in fermento!”

Era convinto dell’urgenza di un’azione civile per fermare guerre, fascismi e soprusi e forse solo Bob Dylan aveva saputo, prima di lui, incanalare così bene (e con così successo) energie progressiste e pacifiste nella musica pop e rock.

I suoi album post Beatles, soprattutto Plastic Ono Band, Imagine e Some Time in New York City contengono brani dedicati all’attivista afroamericana Angela Davis e al leader delle Pantere Bianche John Sinclair, ai 28 prigionieri morti durante le rivolte carcerarie di Attica, alla classe operaia, alle rivendicazioni femministe, all’antimilitarismo e al pacifismo.

Con testi diretti e qualche eco beatlesiana John Lennon riuscì a individuare i nodi irrisolti della società, porre le domande più scomode e spostare un po’ più in là l’orizzonte delle possibili risposte.

È stato, almeno fino alla prima metà dei settanta, un riferimento non solo musicale ma quasi ideologico, profondamente consapevole della forza dei media, precursore, con i suoi annunci di pace e fratellanza planetaria, di ciò che oggi chiameremmo campagne virali diffuse globalmente, innovatore nel linguaggio e astuto comunicatore. Sentite cosa dichiara nel 1971:

Imagine è un grande successo praticamente ovunque: anti-religioso, anti-nazionalistico, anti-convenzionale, anti-capitalistico. E siccome è indorato, viene accettato. Adesso so cosa si deve fare; diffondere il proprio messaggio politico con un po’ di miele.

Seppure indorato, il suo messaggio non lasciò indifferente il governo Nixon, la cui paranoia anticomunista perseguitò a lungo Lennon: fu un osservato speciale dell’FBI, gli venne più volte negata la Green Card per risiedere in territorio americano e fu censurato dai media nazionali.

Tuttavia, oggi le sue frasi sono citate da leader di governo e religiosi o stampate su T-shirt; le sue statue si possono ammirare a l’Avana e a La Coruña; a lui sono intitolati un’area di Central Park a New York (lo Strawberry Fields Memorial) e l’aeroporto di Liverpool (Liverpool John Lennon Airport).

Ma John Lennon, oltre alle storture della società, ha cantato e musicato anche se stesso, le sue perdite (Mother), il suo rapporto con i credi e i miti (God), la sua dipendenza dalla droga (Cold Turkey), il suo rancore verso McCartney (How Do You Sleep?), l’amore verso il figlio Sean (Beautiful Boy) e soprattutto verso la moglie (Dear Yoko, Woman e tanti altri brani), mostrando al mondo le debolezze e le ossessioni di un uomo perennemente alla ricerca di un equilibrio interiore.

Gradualmente smise i panni di guida politica e morale e a trentacinque anni smise anche i panni di rockstar:

Andarsene è molto più duro che continuare.

dichiarò prima di sparire dalle scene e rintanarsi con moglie e figlio nella sua lussuosa residenza di Manhattan.

Dopo cinque anni di silenzio, nel 1980 John pubblicò Double Fantasy, un passo in più nella propria interiorità, un ulteriore allontanamento dalla figura carismatica e pubblica che aveva incarnato per la prima metà dei settanta.

Quattro colpi di pistola in una notte dicembrina interruppero questo percorso e ci privarono di una voce che forse sarebbe tornata, presto o tardi, a raccontarci il mondo e le sue ingiustizie. Ho riletto recentemente, provando assieme tenerezza e rabbia, una delle sue ultime dichiarazioni. John diceva:

Eccomi qua. Voi come state? Come vanno i vostri rapporti? Ve la siete cavata? I settanta sono stati una gran noia, no? Beh, cerchiamo di rendere belli gli ottanta, perché tocca ancora a noi agire, per quel che possiamo.

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Immagine | pleinvie.fr

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Sociologo, collabora con le Università di Trento e di Padova ed è ricercatore libero professionista. Si occupa di sociologia urbana, sviluppo locale e politiche sociali. Ama la musica rock e i cantautori e ne scrive mescolando ricordi, sensazioni e aneddoti.

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