Un indirizzo, una casa e qualche ricordo: Jannacci e Milano

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jannacci e milano

Per un certo periodo della nostra giovinezza, chi più chi meno, abbiamo cercato di smarcarci dal luogo che ci ha visti crescere, sognando orizzonti più accattivanti e interessanti, proiettandoci in nuovi spazi e nuove città, sbarazzandoci di porzioni del nostro passato. Fa parte, suppongo, del processo di crescita.

Questo allontanamento, questa volontà di sentirsi altrove, coinvolge anche il linguaggio e spesso alcuni di noi cercano di affrancarsi dai suoni e dalla musicalità del proprio territorio.

Poi qualcosa cambia. Ci accorgiamo che le radici contano e il dialetto diventa o ri-diventa la lingua dell’intimità, dell’appartenenza a un qualcosa; assume i contorni di un piccolo confortevole nido nel quale ritrovare dei riferimenti.

Il dialetto di Enzo Jannacci non è il mio, eppure ogni volta che lo ascolto mi trovo inevitabilmente e quasi automaticamente immerso in una milanesità nostalgica e bellissima. Mi succede in particolare quando ascolto questo pezzo.

Jannacci e Milano: El me indiriss

El me indiriss è una di quelle canzoni minori all’interno di album epocali (in questo caso Quelli che…, 1975) che fanno di un artista un grande artista. Lo stralunato protagonista, uno dei tanti del mondo jannacciano, è allo sportello dell’anagrafe comunale per richiedere un documento di residenza e gli cade l’occhio sul suo luogo di nascita, la prima casa.

Come una madeleine, il certificato riporta alla memoria immagini e aneddoti dell’infanzia, in una Milano che doveva ancora vivere il boom economico-industriale e che ancora conservava tracce dei suoi quartieri e della sua ruralità, come racconta lo stesso Jannacci in questa intervista al Corriere della Sera del 2002:

“Andavo in via Ortica a giocare a pallone. In mezzo alla strada. Allora era una zona distaccata, come Sesto San Giovanni, insomma. C’erano bande di ragazzi, le nostre di borghesi e quelle più popolari in via Aselli. Da un momento all’altro è scomparsa l’erba”

Al protagonista tornano alla mente i volti degli amici, ragazzini che in strada giocano, si azzuffano e fanno la colletta per “quattro Alfa e due Esportazione”, pestilenziali sigarette che hanno intriso migliaia di polmoni e di bar di tutta la penisola.

La canzone non racconta tanto altro, l’uomo si domanda quale destino sia toccato ai suoi compagni di scorribande e poi chiude bruscamente il cassetto dei ricordi. Ma, si sa, la bravura del cantautore si misura anche nella capacità di tratteggiare in punta di penna situazioni, personaggi e paesaggi che poi si sviluppano dentro noi ascoltatori. Come una frase iniziata da qualcuno e poi completata da qualcun altro, secondo proprie sensibilità, esperienze, conoscenze.

Così, El me indiriss mi racconta la Milano antica che non ho visto ma che riesco a respirare attraverso le indicazioni di Jannacci e i frammentati ricordi di quando ci vivevo come studente fuori sede, forse incapace di coglierne le sfumature e le ricchezze nascoste tra viali, palazzi e volti nuovi.

Mi fa intravedere le strade, alcune polverose e non ancora asfaltate, i caseggiati verso Linate, le trattorie e i mercati. Mi fa immaginare le biciclette, le sale da biliardo, i tram, le fabbriche. La Milano delle periferie, dei luoghi poveri di estetica e ricchi di umanità.

E i prati, vuoti urbani creatisi tra un quartiere e l’altro, man mano che la città si espandeva, poi colmati da altro cemento, altri edifici, altre storie, fino a saldare tutto assieme in un unico confuso agglomerato.

A rendere più intenso l’affresco c’è la biografia di Jannacci, diplomato al Conservatorio, cardiochirurgo, allievo di Christiaan Barnard a Città del Capo, jazzista con Chet Baker e Franco Cerri, pioniere del rock and roll italico con Celentano, Gaber, Gianco, cintura nera di karate con il Maestro Shirai, autore con Fo, attore per Monicelli, Scola, Ferreri, Lizzani, Wertmuller, compositore di colonne sonore per una decina di film, vero figlio di una città capace di frullare assieme provenienze e culture per crearne delle altre.

Di origini pugliesi da parte di padre, è forse uno dei più famosi prodotti di quella mixité sociale e geografica che, di fatto, ha reso il capoluogo lombardo la città più sprovincializzata d’Italia.

Tipico milanese novecentesco proprio perché milanese “a metà”, Enzo Jannacci ha attraversato i decenni tra dischi, turni in ospedale, tournée, chitarre, stetoscopi e pianoforti, in una città che si trasformava e reinventava.

Queste trasformazioni le ha raccontate, rivelate, biascicate in quel suo originalissimo parlato sempre al confine con il nonsense, e cantate in quel suo dialetto così struggente da provarne nostalgia.

El me indiriss non trasmetterebbe le medesime sensazioni cantata in italiano, ne sono certo. Il suono stesso delle parole è funzionale al messaggio, esprime un nesso inscindibile con la città, ne definisce i confini e il carattere.

El me indiriss è – anche – questo: lo spaccato di una città crudele e generosa al tempo stesso, scostante e accogliente; attraversata, abitata, usata da flussi continui di persone, ma ancora capace di evocare profondi ricordi, anche solo tramite un banale documento di residenza.

Forse ciascuno di noi ha una sua “câ vecia” a cui pensare e in cui collocare la propria infanzia e i primi affetti, il primo indirizzo di una breve o lunga lista di luoghi che abitiamo. Mi piace pensare che Jannacci abbia voluto suggerirci come fare per recuperarli e per donare loro un po’ di poesia, almeno per lo spazio di una canzone, perché poi occorre guardare avanti, “la vita va, fa quel che voeur”. Senza sconti.

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Immagine | Wikimedia Commons

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Sociologo, collabora con le Università di Trento e di Padova ed è ricercatore libero professionista. Si occupa di sociologia urbana, sviluppo locale e politiche sociali. Ama la musica rock e i cantautori e ne scrive mescolando ricordi, sensazioni e aneddoti.

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