Italia minore 2/4: tradizione, modernità e il caso di Riace

di
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Binario abbandonato a San Giovanni in Fiore (CS) @Francesco Bonomo

L’abbandono di intere parti del nostro territorio potrebbe, oggi, non apparire in tutta la sua drammaticità, ma nel prossimo futuro, se le previsioni demografiche saranno confermate, assisteremo ad uno squilibrio nella distribuzione territoriale della popolazione che comporterà l’impoverimento sociale e culturale delle aree più periferiche d’Italia. Quelle aree non investite dai flussi turistici né interessate da particolari dinamiche economiche e industriali. Quelle aree in cui, se ci sei nato, è più probabile partire che arrivare.

C’è chi ritiene che il problema sia marginale e contenga in sé anacronistici elementi nostalgico-folkloristici, poco utili nella società contemporanea. E c’è poi chi pensa sia giusto che certi territori vengano abbandonati, poiché è molto più conveniente concentrare individui e risorse, comunità e attività, in località di facile accesso e dotate di servizi.

Piccoli paesi, arroccati sulle montagne o persi nelle nebbiose pianure rappresenterebbero, cioè, un ostacolo alla piena modernizzazione, un residuo di un passato a cui non si vuole più tornare, fatto di agricoltura, miseria ed emigrazione. Ma è veramente così?

La nostra penisola non è solo città d’arte e spiagge, buona cucina ed allegria, borghi medioevali e dolci colline dai vitigni pregiati. L’Italia è anche Rosarno, dove i palazzoni cementificati e mai ultimati sfidano la campagna brulla; è Scontrone, quel nucleo di case a strapiombo sulla Valle del Sangro, dove i bambini giocano ancora assieme ad asini e pecore. L’Italia è Montevago, distrutto dal terremoto del Belice nel 1968 e ricostruito in maniera anonima e inquietante. L’Italia è Sostila, antico paese delle Orobie valtellinesi completamente abbandonato, inglobato dalla vegetazione e cancellato dalla geografia.

L’Italia è un mosaico di tante, complesse ed estremamente varie realtà locali che soffrono e vivono un abbandono, fisico ma anche sociale e politico. Oggi, forse, più di ieri perché il confronto tra i sistemi locali e quelli globali è più intenso e spietato, e produce chiusure, false omogeneità culturali, egoismi, spinte secessioniste e ricerche ossessive di presunte identità.

Un sistema locale non è mai chiuso e svincolato dal globale, da esso deve trarre stimoli e nuove risorse, per mediare e cogliere ciò che di positivo proviene dall’esterno. L’assetto culturale-identitario delle realtà locali va ricercato non nella purezza delle origini o dei miti fondativi, bensì nei pregevoli modelli di adattamento che sono stati in grado di misurarsi con ambienti naturali non sempre plasmabili alle esigenze dell’uomo o con infrastrutture mancanti, o con stimoli culturali meno scintillanti.

Un assetto culturale capace, inoltre, di miscelare sapientemente frammenti di modernità con solide basi radicate nella tradizione. O di miscelare popoli diversi, come è sempre avvenuto per secoli, e ancora oggi accade anche nei posti più impensabili.

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Migranti a Riace @piervincenzocanale

A Riace, 1.800 abitanti, provincia di Reggio Calabria, è possibile osservare un sorprendente esperimento in cui l’incontro di identità diverse, di provenienze diverse, di storie diverse ha generato una piccola ma significativa rinascita, di cui si è interessato anche il Guardian.

Colpito, come tante altre realtà, dal forte declino demografico e dalla conseguente perdita di servizi essenziali, grazie ad un’intuizione del proprio sindaco Riace ha accolto verso la fine degli anni Novanta più di 200 profughi curdi e ha messo loro a disposizione le tante case abbandonate del centro storico.

Questa dinamica continua ancora oggi: circa 180 richiedenti asilo hanno trovato a Riace un posto dove poter ricominciare una vita, facendo rivivere le case di chi decenni prima è emigrato. La scuola è stata riaperta, grazie ai nuovi bambini arrivati; piccole attività commerciali hanno creduto in questa scommessa. La nuova identità di Riace è questa: mutevole, sfaccettata, solidale.

Il piccolo paese calabrese ci ha insegnato che le dinamiche globali, quelle che muovono milioni di persone o determinano le sorti di interi territori, possono essere guidate e non subìte, anche su scala locale, con ingredienti semplici: il riutilizzo di spazi abbandonati, la volontà di affrontare serenamente un cambiamento, l’intelligenza di ricercare ricchezze e potenzialità in persone che solitamente sono viste solo come “profughi” o “disperati” e che invece potrebbero essere la nuova spina dorsale dell’Italia scomoda.

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Sociologo, collabora con le Università di Trento e di Padova ed è ricercatore libero professionista. Si occupa di sociologia urbana, sviluppo locale e politiche sociali. Ama la musica rock e i cantautori e ne scrive mescolando ricordi, sensazioni e aneddoti.

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