Irlanda e crisi economica: Troika bloody Troika?

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Fate, folletti, bevute poderose, magia, poesia, ribellione, musiche inebrianti, pioggia, scogliere, cavalli, quaranta tonalità di verde, Sunday Bloody Sunday, emigrazione e una miseria paragonabile solo ai Paesi del terzo mondo. Questa era l’Irlanda fino 15 anni fa. Questa è stata l’Irlanda per tutta la sua storia. Un paese rurale, povero, poverissimo ai limiti della carestia (e a volte anche oltre), patria di emigranti disperati e nostalgici, ma ben felici di scappare.

Irlanda, il boom economico

Poi è successo che la cenerentola d’Europa si è trasformata nella Tigre Celtica, l’economia con il boom più possente di tutta l’Unione Europea. In poco più di una generazione l’Irlanda è passata dall’essere uno dei paesi più poveri dell’Europa ad esserne uno dei più prosperosi, invertendo la storica situazione, raggiungendo una reputazione invidiabile in quanto a sviluppo. Nessuno era più costretto a emigrare. Il boom si vedeva ovunque, nelle città e nelle campagne, edifici nuovi e avveniristici, centri sportivi, eventi, disoccupazione inesistente, investimenti esteri, consumi alle stelle, euforia.

Come è accaduto? Tre fattori fondamentali: uso massiccio e intelligente dei fondi strutturali dell’Unione Europea, investimento nell’istruzione e bassa imposizione fiscale sulla produzione. L’educazione superiore specializzata ha prodotto una forza lavoro di lingua inglese con livelli d’istruzione migliori di quelli di USA e nel Regno Unito. Questo di pari passo ad una tassazione favorevole agli investimenti esteri e allo stanziamento di sussidi alle imprese high-tech: l’imposta sulla produzione era appena del 10% prima del 1998 per poi muoversi a un tasso del 12,5% fino a oggi. In pratica, tutte le grandi multinazionali della tecnologia (Motorola, Dell, Nokia, Microsoft, Google etc.) aprivano i loro quartieri generali in Irlanda trovando nell’isola poche tasse e molta forza lavoro qualificata. Chiunque abbia frequentato l’Irlanda negli ultimi 15 anni, in età scolare o universitaria, ha sicuramente decine di amici irlandesi informatici.

Irlanda, crisi economica e bolla immobiliare

La fiammata, però, è durata poco. Le banche irlandesi avevano finanziato il boom, in particolare quello edilizio, alimentando una bolla immobiliare, che a un certo punto è esplosa. Proprio come per Lehman Brothers e le altre banche negli USA. Le banche avevano prestato troppo denaro, anche quello che non avevano, anche a chi non avrebbe potuto restituirli.

Quando il valore degli immobili è crollato, le banche hanno scoperto buchi enormi nei loro bilanci. In pochi giorni, l’intero sistema bancario del paese stava dissolvendosi, in un colpo solo. Primo caso in Europa, in barba a tutte le regole sugli aiuti di Stato, in una notte del 2008 l’Irlanda ha garantito il debito delle proprie banche per salvarle: cioè, lo Stato diventava il primo azionista del sistema bancario per evitarne l’implosione e la polverizzazione di tutti i risparmi di cittadini e imprese. Risultato: i buchi nei bilanci delle banche sono finiti nel bilancio dello Stato, che è andato in default non potendo più essere in grado di finanziarsi sui mercati, poiché questi ultimi avevano perso la fiducia che lo Stato irlandese sarebbe mai stato in grado di ripagare il debito e quindi non gli prestavano più soldi. In poche parole, il disastro. 20 anni di boom economico bruciati in un attimo e uno Stato in fallimento. La crisi irlandese, dunque, a differenza di quella greca e portoghese, è stata una pura crisi bancaria trasferita al bilancio dello Stato.

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Irlanda, Troika e politica lacrime e sangue

È a questo punto che entrava in gioco la famigerata “Troika”: Banca Centrale Europea, Commissione Europea e Fondo Monetario Internazionale. Questi tre soggetti, grazie anche alla costituzione del Fondo Salva Stati europeo, intervenivano in soccorso della Repubblica Irlandese con un prestito di 85 miliardi di euro a un tasso del 5,8%. Lo scopo era quello di evitare che l’Irlanda fallisse sul proprio bilancio pubblico, garantendole un prestito che ne consentisse la sopravvivenza senza dover finanziarsi sui mercati fino al 2013. A fronte del prestito garantito veniva imposta una stringente condizionalità: come condizione per il denaro necessario a non fallire, la Troika chiedeva tagli di spesa e misure di austerità, dando così inizio a un periodo di lacrime e sangue per l’ex Tigre Celtica. Grecia e Portogallo seguivano poi l’Irlanda come destinatari degli aiuti, seppure a causa di crisi strutturali di tutt’altro genere.

Ed eccoci a oggi, fine 2013, tempo di bilanci. Dopo anni di proteste contro la malvagità della Troika, rea di avere rubato la vita e il futuro di intere generazioni … sorpresa: l’Irlanda esce dalla recessione, annuncia l’abbandono del programma di aiuti e il ritorno ai mercati finanziari, nel pieno rispetto dei tempi. Una domanda fa raggelare il sangue a tutti i detrattori dell’austerità, della Troika e della perfida Unione Europea: non è che per caso tutto ciò ha funzionato? E come sarebbe andata se l’Irlanda non avesse avuto l’Euro e fosse fallita?

Proviamo a dare una risposta, partendo da qualche piccola grande certezza. Primo, l’Irlanda veniva da una crisi bancaria dovuta a una feroce speculazione edilizia, trasferitasi poi al bilancio dello Stato quando quest’ultimo ha salvato le banche. I cittadini però avevano sempre pagato le tasse, i conti dello Stato erano in buon ordine, la produzione potente, la corruzione di sistema bassa, l’occupazione ottima. Secondo, seppur tra mille grida populiste al latrocinio da parte della Troika, l’Irlanda ha ricevuto un prestito di ammontare limitato (85 mld di Euro) che è stato ben utilizzato e non sperperato. Terzo, l’Irlanda ha fatto bene i compiti a casa. Ha tagliato gli sprechi dove serviva e ridotto le spese, con scelte anche dolorose ma sensate, comprese seppur sofferte dalla maggioranza dei cittadini.

Il Paese ha patito duramente, l’occupazione si è contratta. Tuttavia fin da subito, l’economia reale, la produzione, ha dato segni di tenuta. L’Irlanda ha risanato i propri squilibri attuando il piano di condizionalità pattuito con la Troika, ma non ha concesso tutto: per esempio, pur dinanzi alle pressioni del resto degli Stati UE, pronti a saltare addosso alla tigre ferita, ha lottato per mantenere la famosa corporate tax al 12,5%. Soprattutto, però, l’Irlanda nel suo dibattito interno ha capito fin da subito una cosa: il dramma in cui era finita era dovuto a mancanze proprie, speculazione, corruzione nella vigilanza bancaria. La responsabilità era propria e non altrui, la Troika non c’entrava nulla. La Troika offriva una cura, magari discutibile (e infatti l’Irlanda ha discusso e negoziato prima di firmare l’accordo), ma non era la malattia.

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Irlanda, è finita la recessione

Il risultato è che, per uno Stato dinamico e intelligente, le cose ora volgono al meglio. Gli ultimi dati dimostrano che l’Irlanda è uscita dalla recessione nel secondo trimestre di quest’anno, che la disoccupazione è in calo e i prezzi degli immobili stano iniziando a risalire dopo aver perso metà del valore negli ultimi cinque anni. Le agenzie di investimento stanno attirando progetti come ai bei tempi, in particolare nel settore delle tecnologie. I bacini portuali di Dublino sono invasi dall’arrivo di aziende di internet. Dopo Google, aprono a Dublino il proprio quartier generale europeo Facebook, Linkedin, Twitter, Ebay, Trip Advisor. Edifici dalle facciate di vetro scintillante si contendono lo spazio con alberghi e affollati bar e caffè, noti come Silicon Docks. Giovani professionisti, alcuni dei quali fatti venire dall’estero, guadagnano alti stipendi e danno impulso all’economia locale. Migliaia di posti di lavoro nell’indotto.

Certo, l’economia rimane fragile e ci sono segnali di una ripresa a due velocità, con città come Dublino, Cork e Galway che migliorano e aree rurali ancora stagnanti. L’emigrazione non accenna ancora a diminuire. Ma non bisogna dimenticare che solo 5 anni fa l’Irlanda era un Paese clinicamente morto. Finito. Estinto. Oggi, invece, il Governo sta considerando considerazione l’idea di alleggerire le misure di austerity da 3,1 miliardi di euro previste nel bilancio del mese prossimo. Questa possibilità da sola è già indice di un successo: a saper sfruttare le opportunità, senza populismi, anche le difficoltà più nere si possono superare, con buona pace dell’ Euroscetticismo.

Immagine| Global Post

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