Invecchiamento attivo in Italia: cos’è e cosa si fa

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La società italiana sta invecchiando? Pare di sì. Ma siamo sicuri che facciamo bene a considerare anziani gli over 65? Pare di no. Ad ogni modo, che politiche stiamo adottando per fronteggiare il fenomeno? Proviamo a rispondere occupandoci di invecchiamento attivo in Italia.

L’invecchiamento attivo è, secondo la definizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, “un processo di ottimizzazione delle opportunità relative alla salute, partecipazione e sicurezza, allo scopo di migliorare la qualità della vita delle persone anziane”.

In sostanza l’anziano è chiamato a non spaparanzarsi tutto il giorno in poltrona, ma ad andare a lavorare finché può, fare volontariato, fare esercizio fisico, fare formazione, prendersi cura di figli e nipoti. Vediamo quindi come siamo collocati rispetto agli altri paesi Europei e quali sono le politiche per l’invecchiamento attivo in Italia.

Invecchiamento attivo in Italia e in Europa

L’Europa dà estrema importanza al tema dell’invecchiamento attivo della popolazione, tanto da aver proclamato il 2012 “Anno europeo dell’invecchiamento attivo e della solidarietà tra generazioni”. Uno dei risultati degli interventi adottati nel 2012 è stata la costruzione dell’indice di invecchiamento attivo.

L’indice misura la possibilità degli anziani di realizzarsi pienamente in termini di occupazione, partecipazione sociale e culturale, mantenimento dell’autonomia. L’indice è costruito utilizzando indicatori quali il tasso di occupazione, lo svolgimento di attività di volontariato, la partecipazione politica, lo svolgimento di esercizio fisico, l’accesso ai servizi sanitari, la sicurezza economica.

Viene anche valutata la misura in cui l’ambiente esterno è favorevole all’invecchiamento attivo degli anziani, attraverso indicatori quali l’aspettativa di vita, il benessere psicologico, l’uso delle tecnologie, il grado di connettività.

In base a questo indice, che fa riferimento al 2014, l’Italia è al 14esimo posto su 28 Stati Europei. Il podio è occupato da Svezia, Danimarca e Olanda, mentre le ultime classificate sono Ungheria, Polonia e Grecia. Rispetto al 2013 risaliamo una posizione, eravamo infatti al 15esimo posto.

Siamo messi particolarmente male con l’occupazione (19esimo posto, ma eravamo al 22esimo nel 2013) e il mantenimento dell’autonomia (17esimo posto, in risalita dal 19esimo) mentre andiamo benissimo con la partecipazione sociale (primo posto insieme all’Irlanda), grazie soprattutto alla straordinaria azione di cura di figli e nipoti svolta dai nostri anziani. Praticamente i nostri anziani sono spesso nonni a tempo pieno, e questo contribuirebbe al loro invecchiamento attivo.

Le politiche per l’invecchiamento attivo in Italia

A fronte di questi dati le politiche per l’invecchiamento attivo in Italia sono quasi completamente assenti, e sono riducibili a due: la transizione graduale al pensionamento e il prolungamento della vita lavorativa.

La prima consiste nell’incentivare i lavoratori in fase di pre-pensionamento a rendere più dolce questo passaggio spesso traumatico attraverso riduzioni graduali dell’orario di lavoro. L’impatto di questa politica è tuttavia poco rilevante: nel 2012 solo il 3,5% degli occupati tra i 55 e i 69 anni ha optato per la riduzione dell’orario di lavoro (era il 4,3% nel 2006).

Il prolungamento dell’attività lavorativa consiste invece nell’incentivare i pensionati a continuare a rimanere attivi, seppur in modo ridotto, nel mercato del lavoro. Anche questa politica tuttavia rimane quasi inapplicata nella pratica, fatto salvo per alcune categorie quali i liberi professionisti e i lavoratori altamente istruiti.

Il panorama delle politiche per il coinvolgimento degli anziani nella vita sociale è invece piuttosto scialbo, mostrando come il concetto di invecchiamento attivo in Italia si declini quasi unicamente nella partecipazione al mercato del lavoro, delegando altre sfere (sociale, culturale, politica) alla libera iniziativa dei singoli o di gruppi più o meno organizzati.

I dati raccolti per la costruzione dell’indice di invecchiamento attivo dimostrano tuttavia, come spesso capita in Italia, che l’assenza di politiche sociali genera fenomeni informali di portata straordinaria, quali l’impegno in attività di volontariato e, soprattutto, l’auto organizzazione interna alle famiglie, con gli anziani impegnati a pieno servizio nell’accudimento di figli e nipoti.

La sensazione è che certo rimanere attivi e avere responsabilità aiuta probabilmente a migliorare il processo di invecchiamento, ma che alla fine sia una mezza giustificazione ai fallimenti politici ed economici: lavorare più a lungo, così lo Stato risparmia sulle pensioni, fare volontariato, così enti pubblici e privati risparmiano sul personale, curare figli e nipoti, così si coprono le falle di politiche familiari inesistenti.

L’invecchiamento attivo in Italia (ma anche in Europa) è un “processo di ottimizzazione”, certo, e non solo per gli anziani.

Immagine | TheArches

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Sociologo freelance, lavora come progettista, ricercatore e formatore in ambito sociale. Per Le Nius è responsabile editoriale, autore e formatore. Crede nell'amore e ha una vera passione per i treni. fabio@lenius.it

2 Comments

    • Grazie del commento alarive. Naturalmente non c’è una ricetta, penso che un ruolo dei giovani nella relazione con gli anziani possa essere quello di stimolarli continuamente a fare le cose, uscire di casa, muoversi, camminare, viaggiare, andare al cinema, alle mostre, andare fuori a cena, leggere, imparare a usare il computer. Certo, naturalmente tutto proporzionato alle condizioni di salute

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