Intervista a Philippe Forest: la scienza nel romanzo6 min read

9 Gennaio 2015 Cultura -

Intervista a Philippe Forest: la scienza nel romanzo6 min read

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“Ogni nuovo libro aggiunge un cerchio ai precedenti. Ne costituisce la somma e contemporaneamente crea una specie di spirale che ci conduce più in là, ma sempre facendoci passare per gli stessi punti”.  [/quote]

È così che Philippe Forest, saggista e critico letterario, divenuto uno dei più coinvolgenti narratori degli ultimi anni, parla della sua produzione letteraria.

Forest è stato ospite a Più libri più liberi per presentare il suo ultimo romanzo, Il gatto di Schrödinger, edito in Italia da Del Vecchio Editore. Il gatto come metafora della condizione umana. Vivo e morto allo stesso tempo, innesca una serie di ampie elaborazioni sulla realtà dell’immaginabile. Un libro che mescola speculazione filosofica, critica letteraria, narrazione intima e che mostra come la scienza sia uno stimolo fondamentale per letteratura e l’immaginazione.

Gli abbiamo rivolto qualche domanda per Le Nius.

Intervista a Philippe Forest

1) Nel primo romanzo lei ha dichiarato che non avrebbe mai scritto un romanzo se non fosse stato colpito dal lutto di sua figlia. Quanto la scrittura ha occupato la sua vita e come ha cambiato la sua vita?

Ho scritto Tutti i bambini tranne uno nel 1996 perché in qualche modo mi sono sentito costretto a farlo. La violenza dell’esperienza che avevo vissuto richiedeva di essere raccontata per non distruggermi. Credo fortemente che gli unici libri che contano siano quelli che in qualche modo si impongono al loro autore. Come ha detto Georges Bataille: “A cosa serve un libro se il suo autore non vi è stato costretto?”. In un certo senso, non è cambiato nulla per me. Continuo a scrivere perché mi trovo di fronte ad un’esperienza assurda, incomprensibile. Trasformarla in un romanzo non significa dargli un senso. Poiché la caratteristica di tale esperienza è appunto quella di essere priva di significato. Ma renderla un romanzo consente di continuare a meditare sul mistero del mondo. La scrittura diventa così un modo per rimanere in vita. Naturalmente, con il tempo, il dolore perde la sua brutalità. La violenza si trasforma in malinconia. Essere diventato uno scrittore ha certamente cambiato un po’ la mia esistenza. è soprattutto lo sguardo degli altri che fa sì che siate considerati – o meno – degli scrittori. Questo è solo un ruolo nel gioco che si gioca nella società. Ma in fondo, io vedo piuttosto la scrittura come una sorta di esercizio spirituale, una forma di meditazione, se si vuole.

2) In questo ultimo romanzo si è allontanato dall’autobiografismo, più che nei suoi primi romanzi. Questa scelta risponde a un suo bisogno emotivo o è stata una decisione mossa da scelte creative?

Il gatto di Schrödinger, come tutti gli altri miei libri, è un romanzo autobiografico. Si tratta sempre di un libro sul lutto, dove seguo l’esperienza letteraria e mentale iniziata per me quasi vent’anni fa. Ma è vero che la parte autobiografica è meno evidente, meno visibile rispetto ad altri libri come Tutti i bambini tranne uno, Per tutta la notte o L’amore nuovo. Cerco di rimanere fedele all’esperienza dalla quale è nato il mio primo romanzo. Ma questa esperienza evolve con il tempo. E per raccontarla senza cadere in un rimuginare morboso, inizio a raccontarla ogni volta in un modo diverso. In Sarinagara ho espresso l’esperienza del lutto nel linguaggio della letteratura giapponese. Nel gatto di Schrödinger lo faccio attraverso un linguaggio ispirato dalla fisica quantistica. Ogni nuovo romanzo è quindi, contemporaneamente, identico ma diverso dal precedente. Ciò per me è necessario, è un modo per rinnovarmi rimanendo fedele a quello che sono e che ho vissuto. Cito spesso Kierkegaard che, in uno dei suoi libri, definisce il “recupero” come “ricordo in avanti” e lo oppone alla “reminescenza”. La reminescenza riporta l’uomo al passato. Il “recupero”, invece, guarda al futuro. Per me, ognuno dei miei romanzi è un nuovo “recupero”.

3) Il gatto di Schrodinger è una sorta di racconto filosofico, com’è nata in lei la prima di idea di questo romanzo?

L’idea è nata in modo molto semplice proprio come la racconto nel libro: una sera ho visto comparire un gatto nel mio giardino, è venuto dal nulla, si è sistemato a casa mia e, un anno dopo, è sparito così come era apparso. Ora, uno scrittore è come un filosofo o uno scienziato. Osserva un fenomeno e si interroga sul suo significato. Si apre a esperienze mentali sul mondo per cercare di capirlo. O meglio, per cercare di capire quello che c’è di incomprensibile. Questo è quello che ho fatto. E per me, l’arrivo del gatto ha evocato il ricordo della celebre favola inventata da Schrödinger per illustrare i principi della fisica quantistica. Ho dato un’interpretazione poetica che mi è sembrata vertere su questo stato intermedio tra la vita e la morte, tra l’essere il nulla che è proprio lo spazio dove si evolve e si espande l’immaginazione letteraria. Ho provato a vedere che cosa avrebbe portato l’analogia tra il mio gatto reale e il gatto inventato da Schrödinger, se l’avessimo presa sul serio, e se l’avessimo spinta il più lontano possibile nella forma di un romanzo che dialoga con la scienza e con la filosofia.

4) Secondo lei il romanzo contemporaneo deve per forza scaturire da esperienze vissute dello scrittore?

Per me sì. Senza eccezioni, non mi piace la finzione. In generale, mi annoia. Penso che sia un esercizio vano e gratuito. I grandi scrittori che amo hanno sempre scritto basandosi sulla loro vita. Vale per Proust, Celine, Joyce. Vale anche per Dante. Nessuno sa molto di lui e nessuno, ovviamente, immagina che la Divina Commedia sia autobiografica – nel senso che Dante sia davvero andato all’Inferno e in Paradiso. Inoltre, parlare di autobiografia a proposito di un testo così vecchio è certamente una forma di anacronismo. Ma sono convinto che il suo lavoro nasca da un’esperienza vissuta che mette lui stesso in scena. Per me, la prima pagina della Vita Nova è una delle più belle pagine della letteratura. Dice tutto. Ogni vero libro parte da questa iscrizione nel libro della memoria che dice “Incipit Vita Nova”.

5) Qual è uno degli scrittori contemporanei che più ammira e segue con interesse e perché?

Ho scoperto la letteratura attraverso la lettura dei classici e dei libri dell’avanguardia letteraria del XX secolo: i surrealisti, Breton, Aragon, Battaglia, gli autori del Nouveau Roman come Robbe-Grillet, Claude Simon e in seguito coloro che erano vicini allo strutturalismo e alla rivista Tel Quel, come Barthes per esempio. Questo è il motivo per cui rimango legato a quelli che in Francia sono gli eredi di questa tradizione, come Philippe Sollers. La scoperta del romanzo giapponese moderno ha svolto un grande ruolo per me: in particolare il lavoro di Kenzaburo Oe, tramite il quale ho scoperto quello che viene chiamato in Giappone “I Novel”, vale a dire, il “romanzo dell’IO”. Potrei citare altri romanzieri francesi o europei come Pascal Quignard o Peter Handke. Sono convinto che la letteratura di oggi sia ricca e intensa come quella del passato. Solo che gli autori importanti sono meno visibili e meno riconosciuti a causa dell’industria mondiale dell’intrattenimento che produce e promuove libri di massa con un immaginario stereotipato e alienante. La vera letteratura si scrive un po’ a margine e quasi clandestinamente. Ma è sempre così che si esprime la verità nell’arte.

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Ho una laurea in Lettere moderne, del tutto inutile. Siccome sono solo le cose inutili a piacermi, ne ho presa anche un’altra in Editoria. Per poi finire a fare tutt'altro nella vita. Profondamente inquieta e insoddisfatta. Amo viaggiare, ballare il tango e perdermi tra i pensieri. Solo che quando diventano troppi mi sento tanto confusa. In attesa di capire cosa voglio fare da grande, collaboro con LeNius.
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