Intervista a Francesco Lauria, Cisl: i sindacati sono vecchi?

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Francesco-Lauria-CislFrancesco Lauria è un giovane operatore sindacale della Cisl. Dottore di ricerca in Diritto delle Relazioni Industriali presso l’Università di Modena e di Reggio Emilia lavora presso il Centro studi nazionale Cisl di Firenze che – per tutti gli esperti della materia – al di là delle convinzioni politiche e sindacali è un luogo cardine nella storia del sindacalismo italiano.

È tra l’altro anche coautore di un interessante volume “A tu per tu con il sindacato. Dialoghi di relazioni sindacali e di lavoro” edito da Giuffrè e di un libro, edito da Edizioni Lavoro, che ha ricostruito l’eccezionale esperienza della genesi e dello sviluppo delle 150 ore per il diritto allo studio. Con lui abbiamo realizzato una chiacchierata sui temi del rapporto tra sindacati e giovani nonché sui recenti (enunciati) provvedimenti in tema di diritto del lavoro.

Francesco Lauria, secondo una vulgata à la page molto diffusa, più evocata che analizzata, i sindacati sarebbero luoghi vecchi (e/o da vecchi)… Come risponde a questa provocazione un giovane operatore sindacale come te?

Non voglio rimanere sulla difensiva, ma di fronte agli attacchi pretestuosi ed ideologici al sindacato di queste settimane occorre essere più precisi. I giovani iscritti a Cgil Cisl e Uil sono centinaia di migliaia. Certo, questo patrimonio deve essere valorizzato maggiormente, i giovani nel sindacato devono potersi incontrare di più, sviluppare modalità associative leggere e condividere spazi di crescita, formazione e libertà. Al tempo stesso costruire un primo livello di aggregazione dei giovani nel sindacato che travalichi settori e categorie deve permettere a giovani nel sindacato, siano essi dirigenti, operatori, delegati, semplici attivisti, di aprirsi verso l’esterno verso quell’ampio universo di giovani studenti, disoccupati, inoccupati, lavoratori autonomi (o presunti tali) che con molta difficoltà riusciamo a intercettare. Chiaramente dobbiamo offrire tre cose: rappresentanza, servizi mirati e luoghi (non solo le sedi sindacali!) di aggregazione.

Ci sono studi che rivelano che i giovani che incontrano nella loro vita il sindacato, al di fuori del luogo di lavoro, sono meno della metà rispetto a quelli che lo facevano negli anni settanta. Su questo bisogna intervenire. I c.d. “nuovi lavori” devono essere rappresentati, i sindacati italiani, tutti, ci hanno provato fin dalla metà degli anni novanta, ma, considerato l’enorme turnover che si riscontra ogni anni tra gli iscritti c.d. “atipici” non si tratta di un’operazione facile. Anche se tutto ciò è vitale per il futuro di un sindacato che non può chiudere gli occhi di fronte ad un mercato del lavoro che cambia, senza ovviamente accettarne, l’ultima campagna Cisl contro il falso lavoro autonomo ne è una dimostrazione, le tante distorsioni. Concludendo, anche di fronte al quadro preoccupante dell’attacco alla contrattazione collettiva nell’Europa dell’austerity, c’è ancora fortissimamente bisogno di sindacato: non illudiamoci che distruggendo i corpi intermedi della società e i meccanismi collettivi di giustizia sociale, sarà possibile costruire un futuro decente per i nostri figli.

La Cisl ha avuto – a partire dalla sua fondazione – un innegabile ruolo riformatore all’interno del panorama delle relazioni industriali italiane. Per semplificare – sperando di non banalizzare troppo – su alcuni punti: ha posto da sempre particolare attenzione alle categorie, al “decentramento”, da intendersi come attenzione alla contrattazione che con i termini del recente legislatore definiremo di prossimità. Se dovessi spiegare a un nostro coetaneo ciò che attualmente la distingue dagli altri sindacati confederali cosa diresti?

Senza voler essere autoreferenziali ed elogiativi (cosa che odio), la visione strategica della Cisl, fin dalla sua fondazione, mi ha sempre reso orgoglioso, così come la capacità, nei tornanti della storia, penso, ad esempio, alla vicenda della scala mobile, di prendersi, a costo di durissime contestazioni, le proprie responsabilità. Nella storia della Cisl mi ha sempre dato forza il pluralismo interno, la possibilità di convivenza (almeno dalla fine degli anni sessanta) che essa offriva a persone che si riconoscevano politicamente dalla Democrazia Cristiana a Democrazia Proletaria, senza che queste diverse appartenenze politiche incidessero sui percorsi sindacali e sulla selezione dei quadri dirigenti come in altre organizzazioni.

Se devo pensare però all’interezza della vicenda sindacale “cislina” sono due gli elementi che, almeno a me, hanno sempre interessato: l’idea di fondo del primato della persona che costruisce il bene comune in una dinamica associativa e la passione per la formazione: sia essa quella sindacale sia essa quella, più ampia, volta ad elevare il quadro di competenze e la promozione sociale dei cittadini e dei lavoratori.

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Quali sono i rapporti con le esperienze “giovanili” che negli ultimi anni si sono diffuse negli altri sindacati? Penso ad esempio alla campagna “Giovani NON+ disposti a tutto” della Cgil, alla rivista Molecole ed esperienza simili…

Conosco molti degli ideatori dell’esperienza di NON più, a partire da Ilaria Lani, in questi anni vero motore di un gruppo plurale che, oggettivamente, ha saputo rinnovare un’esperienza giovanile della Cgil che a me appariva piuttosto stantia. Alcune loro iniziative hanno portato a collaborazioni con i Giovani della Cisl a livello locale, posso dire che ritengo abbiano indicato una strada davvero innovativa a livello organizzativo, ma che, forse, non ha inciso quanto avrebbero voluto sull’azione contrattuale e sulle priorità della loro confederazione. Detto ciò ho apprezzato sia la loro capacità ad aprirsi a mondi diversi dal loro sia la riflessione sull’”organizing”, sulle necessarie innovazioni che, non solo a livello politico, ma a livello operativo il sindacato deve essere capace di portare avanti per rinnovarsi profondamente.

Renzi ha presentato il tanto evocato Jobs act. Da un lato con il disegno di legge va verso la direzione auspicata da Ichino di un Codice del lavoro, tutto da verificare in sede parlamentare. Dall’altra interviene a gamba tesa con un decreto legge nei confronti di istituti – il contratto a termine e l’apprendistato – che sinceramente stante le incessanti modifiche normative sono di fatto inintellegibili. Cosa ne pensi?

Ieri a Firenze spiegavo gli elementi base delle regole del mercato del lavoro italiano agli avvocati del sindacato svedese. È difficile far comprendere loro come, ormai da venti anni, viviamo una continua e illusoria riforma delle regole del mercato del lavoro e delle tipologie contrattuali, illudendoci che basti ciò per creare lavoro. Posso dire, senza fare crociate ideologiche e senza dimenticare che le vere precarietà sono altre (a partire dalle false partite iva, dai falsi co co pro e dai falsi associati in partecipazione), che otto proroghe per un contratto a termine alla stessa persona e nello stesso luogo di lavoro sono troppe, che i meccanismi di controllo sul massimo di contratti flessibili all’interno di una sola azienda devono essere resi più esigibili e che bisogna favorire un percorso di trasformazione a tempo indeterminato in tempi ragionevoli facendo leva su incentivi fiscali e contributivi mirati. Sull’apprendistato si è fatto esattamente il contrario di quello che si doveva fare.

Se non si vuole favorire l’elusione e il suo utilizzo come forma di dumping rispetto ai salari dei giovani bisogna valorizzarne la componente formativa sia teorica che “on the job”, anche attraverso il riconoscimento delle competenze e il raccordo tra contrattazione collettiva di categoria, qualifiche regionali e quadro europeo delle qualifiche. Se l’apprendistato in Italia funzionasse davvero ritengo, in linea con quello che la Cisl ha sostenuto in questi anni, che ci sarebbe già un contratto “prevalente” a tutele e salario progressivo e, soprattutto, già a tempo indeterminato. Ma si sa, affermare certe cose, penso alle semplificazioni sulla formazione del nostro premier, non premia nei sondaggi di giornata.

Immagini| Pagina Facebook di Francesco Lauria

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Libero Labour è nato nei primi anni Ottanta – l’inizio della fine – nel profondo Sud. Prima di “salire” come migliaia di suoi simili a Milano della suddetta aveva ben in mente solo lo spot dell’Amaro Ramazzotti (ma preferisce quello del Capo). Si occupa di diritto del lavoro, in un'epoca senza diritti e senza lavoro. In pratica ha sbagliato tutto.

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