Intervista a Iacopo Barison sul libro Stalin + Bianca

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intervista a Iacopo Barison sul libro stalin + bianca

Nell’epoca della velocità, io e Iacopo Barison ci siamo presi un appuntamento lento, arcaico quel tanto che basta da divenire surreale. Non riuscendo mai a coordinarci telefonicamente per parlare del suo romanzo Stalin + Bianca, gli ho proposto una roba d’altri tempi: un’intervista via mail.

Facile, direte voi: manda la lista di domande e lui ti risponde. E invece no: abbiamo fatto una cosa vecchio stile. Ci siamo regalati un’intervista per lunga corrispondenza. Una domanda alla volta, una risposta alla volta. Perché Stalin + Bianca non è un libro da affrontare con rabbia e velocità, ma va sorbito e analizzato come una birra da meditazione.

LA TRAMA. Due ragazzi in fuga, dalle famiglie, da un mondo senza arcobaleni, da se stessi. Stalin fugge dalla sua rabbia. Bianca dalla sua cecità: fugge dalla sua condizione, diventando la guida di Stalin.

Ecco l’intervista a Iacopo Barison sul libro Stalin + Bianca.

Come sono spuntati nella tua testa Stalin e Bianca? Com’è nata questa storia?

Stalin è nato per caso, durante una notte d’insonnia. È spuntato all’improvviso nella mia testa, come un delinquente in un vicolo buio mentre stai ritornando a casa. Bianca, invece, è nata la mattina dopo, quando ho scritto la prima pagina. Volevo raccontare una storia semplice ma non banale, e per farlo mi servivano dei personaggi forti, ben caratterizzati. Stalin e Bianca sono a tutti gli effetti un personaggio solo, compensano a vicenda le loro mancanze. Lei è molto romantica, lui è più cinico, eppure hanno una loro sensibilità e un linguaggio comune, si capiscono alla perfezione.

La storia di Stalin + Bianca comincia con un omicidio: perché hai scelto di raccontare un crimine così efferato?

Mi serviva un pretesto narrativo, una frattura per permettere a Stalin e Bianca di iniziare il viaggio. È anche vero, però, che c’è qualcosa di edipico nel gesto che compie Stalin, quando colpisce violentemente il suo patrigno e lo dà per morto. Non so, penso ci sia un sottotesto allegorico, qualcosa legato al fatto che la mia generazione non ha, purtroppo, delle figure paterne degne di questo nome. Ovviamente, mi riferisco ai padri in senso lato, intendendoli dal punto di vista culturale e magari anche spirituale. Hai presente la scena finale di Mamma, ho perso l’aereo, quando Kevin riabbraccia sua madre davanti all’albero Natale? Ecco, i miei coetanei sono bloccati in una specie di anarchia perenne, proprio come Kevin quando mangia chili di gelato e fa saltare i petardi in casa, con la differenza che nostra madre alla fine non torna, e non torna neanche nostro padre, ma soprattutto non sappiamo come ovviare a questa mancanza. Chissà, forse la Letteratura mi è servita a riempire un buco.

Che genere di “buco”?

È difficile dirlo con precisione. Sicuramente, ha a che fare con qualche scompenso emotivo, oppure col fatto che abbiamo troppa libertà da spendere. La mancanza genitoriale di cui ti parlavo, ad esempio, ci ha permesso di poter scegliere senza pressioni cosa fare delle nostre vite, e in molti si sono accorti di non voler fare assolutamente nulla.

Qual è la cosa che ti è piaciuta meno dello scrivere Stalin+Bianca?

Sembrerò retorico, però mi è piaciuto tutto. La fase di editing, grazie anche alla bravura di Vanni Santoni, è andata liscia e soprattutto mi è servita a crescere. Poi, dall’uscita del libro in poi, sono accadute un mare di cose, tutte super positive e gratificanti. Io sono un tipo ansioso, quindi il “successo” del libro ha contribuito a mettermi sotto pressione, a farmi sentire costantemente sotto esame. Forse, l’unico lato negativo è questo. Però, come diceva Moravia, niente ha successo come il successo. Fa parte del gioco e bisogna accettarlo.

Qual è la prima cosa che è successa nella tua vita che ti ha fatto sentire uno scrittore?

Fin dalle elementari sapevo che il motto ora et labora non faceva per me. Non ho mai pregato, e l’idea che un giorno sarei dovuto entrare nel mondo del lavoro mi terrorizzava. Anche da adolescente, l’unica cosa che ho sempre preso come un lavoro vero era la letteratura, il cinema, la fruizione dell’arte in generale, in qualunque forma. L’arte mi ha sempre dato qualcosa che nient’altro riusciva a darmi. Verso i diciotto anni, quindi, ho scritto le mie prime cose. Lì ho capito che la scrittura, per me, non era solo una via di fuga dalla locuzione francescana di cui sopra, ma l’attività che avrei voluto fare per il resto della mia vita. Ora posso dire che sta andando bene, che ho fatto bene a scommettere su me stesso. Però si sa, il gioco d’azzardo è pericoloso e non sai mai come può finire

Qual è la cosa più curiosa che ti è capitata durante una presentazione?

Una volta, stavo presentando Stalin + Bianca in una fumetteria e si è avvicinata una ragazzina di quattordici anni. Ha comprato il mio libro, se l’è fatto firmare e si è fatta anche lasciare il mio indirizzo email. Una settimana dopo, mi ha scritto un messaggio lunghissimo, preciso e pieno di complimenti. Mi ha messo quasi in imbarazzo. Sembrava davvero che il mio libro le avesse dato qualcosa, che fosse riuscito a parlarle. Non credevo che il libro potesse piacerle. Stalin + Bianca è una storia sull’adolescenza, è vero, ma per certi versi è complesso e forse lo si apprezza meglio, non so, dopo i diciotto anni, quando l’adolescenza la si è già vissuta. In quel momento, invece, finita di leggere la sua email, ho capito di aver scritto un romanzo con numerosi livelli di lettura, con diversi piani interpretativi e tecnicamente fruibile da chiunque. Questa ragazzina l’ha trovato semplicemente un romanzo sulle turbe e sui problemi dei giovani, ed è riuscita a immedesimarsi nelle vicissitudini di Stalin e Bianca. Quando ho letto la sua email, ho capito di avere fatto centro, di aver scritto esattamente ciò che volevo scrivere.

Questa intervista è troppo politicamente corretta. Dicci qualcosa di politicamente scorretto…

Potrei prendermela con la Scuola Holden. Nonostante abbia rette da 10.000 euro l’anno, a quanto pare stanno sempre in rosso, chissà come mai. Forse Baricco li spende tutti per farsi la permanente. Poi ognuno è libero di spendere i soldi come meglio crede, non voglio certo moralizzare. Posso soltanto dirti che, quando parlo coi diplomati della Holden, percepisco da parte loro un grande scoramento. Mi dicono che, usciti da lì, non si riesce a combinare nulla. D’altronde basta vedere quanti sono i diplomati che poi ce l’hanno fatta a emergere. Ho l’impressione che siano tipo il 5% del totale. Ho letto, però, che gli iscritti hanno diritto a una specie di personal trainer. Producono un esercito di giovani disoccupati ma di bell’aspetto. Questa cosa fa molto Renzi, non credi?

I precari dell’arte però sembrano non voler rinunciare al sogno venduto dalla Scuola Holden. Perché, secondo te, si vuole diventare “scrittori a tutti i costi”?

Chiamare “precario” qualcuno che è disposto a spendere 10.000 euro all’anno per la retta di una scuola mi sembra un po’ fuorviante. Comunque da un lato, scrivere è alla portata di tutti. Dall’altra, c’è questo mito: lo scrittore può condurre una vita semplicistica, senza troppi impegni o responsabilità, svegliandosi a mezzogiorno, soprattutto senza lavorare sul serio, quindi immagino che questo stile di vita – totalmente anacronistico, vista l’epoca in cui viviamo – possa attrarre un segmento di persone non troppo motivate, invece, a faticare per migliorare come autori.

Cosa sogni per il tuo futuro di scrittore?

Vorrei poter dedicare tutti i giorni almeno otto ore alla scrittura. Vorrei avere la giusta disciplina per farlo, e magari potermici mantenere. Non sogno di fare i soldi, mi basterebbero 600 euro al mese. In realtà, però, sarebbe già un sogno continuare come sto andando adesso.

Il libro: Stalin + Bianca, Iacopo Barison, 175 pagine, 9,90 euro, Tunué, Latina 2014.
L’autore: Iacopo Barison collabora con minima&moralia. Ha scritto il suo primo romanzo a vent’anni, 28 Grammi. Si è laureato al Dams Cinema.
La citazione: “Dove sei stato?” “Ho immerso la testa nell’acqua”. “Ci hai messo tanto”.

5
Consigliato:a chi ha amato Il giovane Holden e Correndo con le forbici in mano.”

Stefania Leo

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Stefania nasce nel ’82, mentre in Portogallo si dava alle stampe l’allora sconosciuto Il libro dell’inquietudine di Pessoa. Il suo destino sembra essere legato all’editoria: lavora per 10 anni in 4 diverse fucine editoriali. Sin dai tempi dell’università, scrive di libri su vari portali. Ora lavora come web editor freelance, scrive di libri, finanza e lifestyle e, quando è tempo, fa l’olio più buono del mondo.

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