Come siamo messi con l’inglese in Italia?

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Spesso, a guardare i nostri politici, i nostri massimi rappresentanti nell’arena internazionale, ci viene da chiedercelo: ma come siamo messi con l’inglese in Italia?

L’8 luglio 2014 era toccato a Matteo Renzi. Il Premier, ospite al Digital Venice, aveva parlato di agenda digitale europea e aveva provato a farlo lo aveva fatto in inglese. Lo ricorderete con facilità: impacciato, col fiatone, bloccato su verbi declinati al presente. L’episodio accese una parte del web. Alcuni video – quello sotto ad esempio, oltre 5 milioni di visualizzazioni – diverse foto ritoccate e puntuali pagine Facebook rimbalzarono per giorni tra le pareti dei social network. Il campionario delle reazioni fu vario e tutto sommato prevedibile: dall’ilarità innocua all’invettiva antipolitica (innocua).

Più recenti, invece, sono i 38 secondi di spot con i quali Silvio Berlusconi ha annunciato la sua biografia ufficiale scritta da Alan Friedman. Anche il maccheronico Cav – che dal suo giardino a 78 anni lascia intendere al mondo di non essersi mai fidato dei giornalisti, ma di Alan Friedman, adesso, sì – è stato premiato dalla viralità del web. A dirla tutta, del resto, i precedenti in ambito politico non mancavano (un paio li trovate qui e qui) e già all’epoca, sebbene meno, avevano fatto discutere. Bene: strappato il sorriso grazie ai politici, però, il punto potrebbe essere un altro.

L’inglese in Italia: i dati

Secondo l’Indice di conoscenza dell’inglese pubblicato da EF (Education First) in una scala globale l’Italia occupa la 27/esima posizione: rientra nel livello medio di competenza, terza categoria su cinque dietro a buon livello e alto livello. Peggio di noi tra gli europei fanno i francesi (29/esimi), mentre la Spagna ci precede di sette posizioni (20/esima). Davvero notevole, al sesto posto, la Polonia. Se si restringe l’analisi di EF alla sola Europa, però, le cose per l’Italia si complicano. Nella classifica a 24 Paesi la media di competenza dell’inglese è pari a 56,92: sul podio ci sono danesi (69,30), olandesi (68,98) e svedesi (67,80); l’Italia è 20/esima (52,80) davanti a Francia, Russia, Ucraina e Turchia. In materia di competenza dell’inglese, inoltre, il Paese appare diviso in due macroregioni nord-sud. La regione in testa è il Friuli-Venezia Giulia (56,04), chiude la Campania (47,53).

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Secondo un estratto del documentario indipendente Influx, dedicato agli italiani che cercano di costruirsi un futuro a Londra, il primo problema di una parte dei nostri connazionali che atterrano sul suolo britannico sarebbe proprio la lingua: “Molti arrivano che non parlano inglese”; “Il dato principale è che spesso sono senza una solida preparazione linguistica professionale”.

Tuttavia, dice EF, la situazione dell’inglese in Italia starebbe migliorando, e questo in relazione soprattutto a un tema generazionale:

“Gli adulti italiani parlano un inglese relativamente buono ed il loro livello è migliorato negli ultimi sette anni. Nonostante ciò, sono ancora indietro rispetto alla media europea e non hanno un inglese sufficiente in ambito lavorativo. Ci sono però molti segnali positivi per il futuro: la conoscenza dell’inglese tra gli italiani che hanno meno di 35 anni è superiore rispetto agli altri adulti, il che indica che i cambiamenti operati nel sistema educativo per l’insegnamento dell’inglese, stanno iniziando a dare frutti. Infine, va sottolineato come le donne italiane parlano l’inglese molto meglio degli uomini.”

Inglese in Italia: perché noi valiamo

Pagando dazio al banale, i numeri dicono che sulla competenza dell’inglese in Italia i politici non sembrerebbero così distanti dal resto della nazione (e va bene, il celebre specchio del Paese). Dice: ma loro ci rappresentano in Italia e all’estero, hanno il dovere di conoscere e aggiornarsi. Sacrosanto. Domanda, però: non dovrebbe essere lo stesso, più generalmente, per ogni cittadino italiano membro dell’Unione Europea? Forse così suona troppo istituzionale. Non dovrebbe essere lo stesso per noi che con l’inglese lavoriamo ogni giorno, a volte anche senza rendercene conto; che conosciamo e leghiamo in Erasmus; che dalle province sarde o pugliesi presentiamo i nostri CV a Copenaghen o Vienna, Berlino o Brighton; che ospitiamo e veniamo ospitati tramite Couchsurfing; che avviamo una piccola impresa vinicola, e il web ci promuoverà anche all’estero; che organizziamo Expo, gente; che facciamo shopping sul web, colloqui sul web, conoscenze sul web; che con 50 euro andiamo-e-torniamo in 72 ore in una città europea 20 anni fa inesistente sul menù turistico?

Sarà anche un problema di Renzi e Berlusconi, certo; ma prima di occuparci e preoccuparci di loro sembra che il materiale, a qualche passo da noi, non manchi. Rappresentiamo l’Italia ovunque andiamo e ovunque siamo: almeno in questo, non meno di un leader internazionale. See you.

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Napoli, luglio '87. Due mesi prima gli Azzurri vincono lo scudetto, lui arriva in ritardo. Una laurea in Storia contemporanea, ma scopre che la Storia non si ripete. Poi redazioni, blog, libri, ciclismo, molti aerei, il tifo, la senape, la vecchia Albione, un viaggio di 10mila km in camper in capo al mondo. Per dimenticare quel ritardo sta provando di tutto.

2 Comments

    • Ciao Daniele, e grazie per la segnalazione.

      Le tabelle sono state pubblicate da EF (Education First), una delle fonti utilizzate per l’articolo.

      Cosa hai notato?

      Ciao e buona giornata.

      E.

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