L’incubo della Superlega europea

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superlega europea
@ibtimes

Capita che qualcuno si addormenti. Dong Lu ha iniziato a russare a venti minuti dalla fine di un Real Madrid-Paris Saint-Germain, mentre commentava la partita per LeTV: per lui, a causa del fuso orario, era notte fonda. Scuse più valide per Vasily Utkin di Match TV, crollato nell’intervallo di Bayer Leverkusen-Barcellona: il telecronista russo soffre di disturbi cronici, che lo portano ad addormentarsi all’improvviso e a parlare nel sonno. La Champions League può indurre sonnolenza, anche se in questi casi si tratta di partite senza troppi precedenti: ha più diritto di annoiarsi quell’addetto stampa che a ottobre ha accolto i giornalisti con un:

Benvenuti alla gara annuale tra Bayern Monaco e Arsenal.

Bavaresi e nord-londinesi si sono infatti incontrati tre volte per un totale di sei partite nelle ultime cinque stagioni, così come è accaduto tra Arsenal e Borussia Dortmund e tra Bayern Monaco e Manchester City. Barcellona e Milan hanno smesso di affrontarsi, dopo otto gare in tre stagioni, solo perché i rossoneri hanno avuto l’accortezza di non qualificarsi più alle coppe europee; attenzione per il futuro a Paris Saint-Germain-Chelsea e Paris Saint-Germain Barcellona, ormai classici contemporanei.

Se questo continuo ripetersi di gare sempre uguali può risultare tedioso a molti, per qualcuno il formato attuale regala ancora fin troppo spazio al caso, all’esotico, ai calabroni che volano non conoscendo i difetti della loro struttura alare: tra il 2004-2005 e il 2013-2014, come riporta Stefan Szymanski nel suo fondamentale Money and Football, le otto squadre che hanno vinto la Champions League si sono affrontate tra loro soltanto 97 volte in totale, una miseria rispetto al numero di big match di un eventuale campionato europeo riservato ai soliti noti, senza interferenze di APOEL Nicosia e BATE Borisov.

La Superlega europea non esiste ma ha già una lunga storia

Il sogno (o l’incubo) di una Superlega europea che superi i confini nazionali per far scontrare, settimana dopo settimana, i grandi club del continente, rilanciato nei giorni scorsi da Agnelli e dal presidente della European Club Association Rummenigge, ha l’età dei paninari e dei walkman. Sono passati quasi trent’anni da quando, nell’agosto del 1987, Silvio Berlusconi lanciava l’idea di una competizione per sedici squadre, quattro italiane e dodici straniere, tutte con orde di tifosi pronti a riempire stadi e accendere televisori ogni mercoledì: “Il calcio è in mano a vecchi schemi, le Coppe europee sono cose antiche e i personaggi di questo sport sono piccoli piccoli. I presidenti delle grandi società europee sono d’accordo con me. Ma so che nel mondo del calcio tutto si muove lentamente: sono certo che questa sarà la formula di domani, o meglio di dopodomani”.

Tra rivendicazioni di paternità del presidente della Roma Viola (“Veramente era un’idea mia di un anno fa”), inattese approvazioni da parte di Gianni Minà (“In questa prospettiva, anche per un senso di equità sportiva, forse non è più esagerato pensare ad un campionato europeo per club ricchi”) e dubbi di Italo Allodi (“l’Uefa non accetterebbe mai una manifestazione che svilisce le sue coppe, e secondo me ha pure ragione”), del progetto si continua a discutere stancamente nel corso degli anni successivi.

Le posizioni, le visioni, i dubbi sono gli stessi di oggi: la Repubblica vagheggia un anno Duemila in cui il Cska Mosca parteciperà alla NHL e una squadra di basket di Parigi o Londra alla NBA; il presidente della UEFA Johansson propone, nel ’93 e nel ’95, fusioni tra Coppa Campioni e Coppa Uefa che diano vita a un torneo da 128 squadre; Berlusconi continua la sua lotta contro “un calcio troppo uguale a se stesso”, che gli ricorda “l’opera, il melodramma”; Franco Sensi mette in guardia dalla “morte del calcio”, mentre Gianni Mura sogna di “ascoltare le riflessioni di Giraudo dopo il settimo Milan-Juve o il quinto Juve-Barcellona della stagione. Perché il sale dello sport è anche la Juve che perde a Udine, il Milan che perde a Bari”.

Mentre la Champions League assume progressivamente la forma attuale, accogliendo sempre più squadre dalle grandi potenze europee, la storia della Superlega europea prosegue come infinita serie di ipotesi giornalistiche e annunci roboanti dei diretti interessati: Umberto Agnelli propone di giocare la Superlega al sabato e i campionati nazionali la domenica, mentre sui giornali si legge dell’ipotesi dal sapore vagamente steampunk di un doppio appuntamento settimanale con il Totocalcio; Platini esprime il suo disappunto (“Mi sembra una bella stronzata”) e Veltroni le sue perplessità su questa “sorta di NBA applicata al calcio”; l’avvocato Campana, apocalittico, prevede la fine delle nazionali di calcio entro il 2001.

Con l’avvicinarsi del nuovo millennio nessuno vuole esimersi dall’immaginare il futuro e così, nel gennaio del 1997, Beckenbauer annuncia che “per l’anno 2010 ci sarà una Lega europea, solo il tempo però ci dirà se sarà disputata parallelamente ai campionati nazionali o meno. Non si può scartare addirittura la creazione di una Lega mondiale che potrebbe nascere anche entro i prossimi dieci anni”.

superlega europea la stampa
Titoli importanti su “La Stampa” del 28 Aprile 1998, pag. 28

Un anno dopo se ne torna a parlare: interpellati dalla società inglese di consulenza finanziaria KPMG, il 68,6% dei club è favorevole all’avvio della Superlega; il 74,3% indica il 2001 come anno per il varo. Murdoch, Berlusconi e Al Waleed starebbero preparando un campionato per 32 squadre, oppure, perché no, una Superleague da 36 abbinata a una ProLeague per altre 96, con relativi «fiumi di denaro», 440 miliardi di lire per le squadre italiane: questo il senso dell’operazione Gandalf, portata avanti dalla European Football League, con sede in Olanda.

La Uefa risponde con il bastone, minacciando di escludere da europei e mondiali i giocatori delle società scissioniste, ma anche con la carota, dichiarandosi pronta a negoziare sui soldi, ma non sui principi. Uli Hoeness si spinge fino ad annunciare un calcio d’inizio entro il 2000, ma tra tanti profeti è un vecchio attrezzo da Prima Repubblica come Franco Carraro a indovinare: “Posso assicurare che per i prossimi dieci anni i campionati nazionali non si toccano”.

E infatti, dopo la solita guerra di dossier, accusa e controaccuse, i club si accontentano dell’allargamento della Champions League a 32 squadre. Quando il 2000 arriva la Superlega ha la stessa consistenza del Millennium Bug: ottenuto quanto volevano, le società mettono temporaneamente in cassetto lo spauracchio del campionato per ricchi. Il mega-torneo europeo resta uno spettro che si aggira per l’Europa, un fantasma di cui si continua a spostare in avanti la data di inaugurazione, senza crederci troppo. De Laurentiis, da presidente del Napoli, torna alla carica nel 2006 con un progetto di superlega europea con play-off e diritti tv mondiali; due anni dopo, in campagna elettorale, Silvio Berlusconi sfodera nuovamente l’antico cavallo di battaglia: “Le grandi squadre dovrebbero disputare un loro campionato e ce ne dovrebbe essere un altro per quelle che hanno meno spettatori. Quando si attrezza un club che costa tanto non si può pensare di giocare contro una squadra di un capoluogo di provincia che ha uno stadio da ventimila persone e magari nemmeno riempito”.

L’idea della Superlega, oggi

superlega europea
Un qualsiasi Arsenal-Bayern delle ultime stagioni |@arsenal.com

Siamo al 2016 e il futuro, a quanto pare, è ancora quello di una volta. Secondo Rummenigge “sta nascendo una lega oltre la Champions, composta dalle grandi italiane, tedesche, inglesi, spagnole e francesi. Magari con 20 squadre. Non so se va bene al calcio, non so se piace ai tifosi, ma forse nel futuro si giocherà anche qualche partita in America e in Asia”.

Non è ben chiaro come funzionerebbe e quali squadre parteciperebbero, ma sembra piuttosto probabile che molti club avrebbero il posto assicurato, stravolgendo il concetto di promozione e retrocessione; visti i paragoni fatti con la NFL da Andrea Agnelli, a favore del progetto come lo erano, all’epoca, i suoi antenati, qualcuno si azzarda a ipotizzare un salary cap e una ipotetica data d’inizio, il 2020. L’utopia è la stessa di trent’anni fa: grandi stadi, grandi squadre, grandi campioni, tutto molto grande. Anche i nemici sono gli stessi: Gianni Infantino ha risposto che la Superlega già esiste e risponde al nome di Champions League.

E allora, anche se probabilmente tutto resterà sulla carta e nel 2020 qualcuno annuncerà per il 2030 l’inesorabile nascita della Superlega europea, vale la pena di provare a prendere sul serio il progetto, tornato d’attualità in un momento di vuoto di potere alla UEFA dovuto la sospensione di Platini. Dal punto di vista dei club i vantaggi sarebbero evidenti: ricavi da sogno, partite da record di ascolti ogni settimana, con tutto quello che consegue in materia di diritti televisivi, anche se è legittimo chiedersi, per esempio, quanto i club inglesi possano essere interessati, visti gli otto miliardi di sterline in arrivo per la Premier League nelle prossime tre stagioni.

Quali vantaggi per i tifosi?

Quello che non è chiaro, anche senza voler essere nostalgici a ogni costo, è quali sarebbero i vantaggi per i tifosi. Molti sostenitori del progetto sembrano convinti che questa ormai sia la direzione presa dalla storia e che opporsi alle magnifiche sorti e progressive, a questo nuovo mondo fatto di stadi tutti uguali e partite patinate, sia inutile, se non addirittura dannoso: se vuoi vedere sport vai a vedere le partite dei ragazzini, come si può leggere su un forum di tifosi juventini.

Si potrebbe rispondere che il calcio è sempre stato moderno e che, nonostante tutto sia cambiato rispetto a un quarto di secolo fa, quando poteva succedere che una società di calcio aspettasse di vendere tutti i biglietti per una partita prima di acconsentire alla trasmissione televisiva, sia rimasto un business molto particolare, dove l’obiettivo principale di chi investe sta nell’accumulare vittorie e non profitti: i proprietari di squadre di calcio, come ha dimostrato Szymanski, disposti a spendere pur di vincere, somigliano alle famiglie di San Gimignano che ambivano ad avere una torre più alta dei vicini. Ogni tanto qualche squadra fallisce, ma quasi sempre viene immediatamente rifondata; i profitti sono spesso irrisori, eppure la crescita del calcio su scala globale continua inesorabile.

Con una Superlega chiusa alcuni proprietari di squadre di calcio potrebbero, come legittimamente possono augurarsi, guadagnare grazie a questo sport: le televisioni, a quanto pare, non aspettano altro che consegnare qualche miliardo di euro per trasmettere le partite. Resta da capire, ancora, quali sarebbero i vantaggi per i tifosi, che già ora possono osservare in Europa i migliori calciatori del pianeta settimana dopo settimana.

Tra i favorevoli alla Superlega europea sono in molti ad addurre come motivazione la mancanza di equilibrio nei singoli campionati nazionali, dove solo poche squadre possono sperare di ambire alla vittoria. Eppure nei campionati di calcio di qualunque forma ed epoca, scarsamente regolati e aperti a promozioni e retrocessioni, la vittoria è sempre stata affare per poche squadre, anche se negli ultimi anni in misura lievemente maggiore rispetto a prima: i trionfi dell’Hellas Verona o del Deportivo La Coruna hanno sempre costituito l’eccezione e mai la regola, ma nonostante ciò, anche sapendo che la loro squadra non avrebbe vinto il campionato, i tifosi sono sempre andati a guardare le partite e continuano a farlo. L’equilibrio tra le forze in campo non è una priorità e non lo è, al di là dei luoghi comuni, mai stata: forse è meglio conservare il ricordo di quella volta che si è vinto a San Siro che trionfare in una competizione svuotata di senso e di valore.

Rinunciare, in nome di una presunta maggiore qualità, al sistema attuale, dove qualsiasi anonimo paesone d’Europa può sperare, un giorno, di ritrovarsi a lottare faccia a faccia con le grandi potenze continentali, significherebbe cancellare il lato migliore di questo sport e rassegnarsi a un eterno presente sempre uguale a se stesso. Quando il Leicester di turno non potrà più dare l’assalto all’Inghilterra e il Rayo Vallecano sarà privato dell’onore di ricevere il Barcellona tra i condomini di periferia, non ci resterà che dormire insieme ai telecronisti.

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2 Comments

  1. Qui si banalizza il tutto! Ma perchè, sarebbe impossibile una superlega europea con un sistema di PROMOZIONI E RETROCESSIONI, magari tramite play -off svolti ogni anno tra i vari campionati europei? Un pò come gli attuali play-off per entrare in champions! I nostri campionati nazionali sono una cosa tipicamente vecchia ed europea, svegliatevi che USA, Russia, Cina, India hanno più o meno la superifice dell’Europa, e le loro regioni (o stati federali) equivalono ai nostri stati. Però sono capaci di organizzare tornei, con promozioni e retrocessioni, anche per un MILIARDO di persone (Cina e India). E noi non riusciamo a fare un campionato unico con inglesi e spagnoli?

  2. Il nuovo Bierhoff e giovane bomber Nonda non arrivò mai a Udine, in compenso nel 2005-2006 giocò nella Roma, senza molta fortuna.

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