In difesa di Roberto Saviano4 min read

29 Settembre 2015 Cultura -

In difesa di Roberto Saviano4 min read

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in difesa di Roberto Saviano
@old.junglam.com

Non dico nulla di nuovo quando affermo che l’Italia è un paese dalla memoria corta. Quando, nel 2006, è uscito Gomorra, io avevo 23 anni e la mia identità di meridionale fuorisede a Milano si legava a doppio filo all’orgoglio di appartenere ad una terra che, da un lato, aveva appena eletto governatore un comunista omosessuale e, dall’altro, vantava i taralli come prodotto da forno tipico. Eppure qualcosa non tornava. Le ronde di pizzica improvvisate alle colonne, quei lunghi gonnoni fino alle caviglie che fortunatamente iniziavano a scomparire dagli armadi di noi ventenni non riuscivano a placare una sensazione di disagio, una distorsione che giungeva puntuale tutte le volte che mi trovavo davanti all’espressione “

Ah, che terra meravigliosa la vostra!

Qualcosa non tornava, dicevo, e quel qualcosa io l’ho decifrato per intero nelle pagine di Gomorra che mi ha insegnato un concetto molto semplice: smettere di perdonargli le sue parti peggiori, è il modo migliore per amare il Sud. Non è stato il primo, non è stato il solo ma, in quel momento, è stato quello che l’ha detto più forte. Per questo, io resterò sempre grata a Roberto Saviano.

È una premessa necessaria, perché io domenica mattina mi ero svegliata di buon umore. Poi ho letto l’articolo di Selvaggia Lucarelli in cui si commentavano le recenti (ma non nuove) accuse di plagio che sono ricadute sullo scrittore dalle pagine del Daily Beast, e il buon umore è passato. Mi sono chiesta quando esattamente un ragazzo che a 26 anni è riuscito a scrivere un libro potentissimo sia diventato materia del dileggio inacidito della Lucarelli.

E in che momento lo scrittore che ha portato il vasto pubblico a riflettere sulla dimensione globale ed economica dei mali del Sud (Gomorra è molto più di un libro sulla camorra) si sia trasformato nel destinatario di uno psicologismo spicciolo che lo descrive come un mitomane al limite del caso umano. E mi sono anche chiesta quando ha preso avvio l’esercizio variegato dell’offesa personale a Saviano senza entrare minimamente nel merito di ciò che scrive o che ha scritto. Perché è bene ricordare a tutti quelli che lo definiscono un buffone vanesio che Saviano sarà giudicato e – eventualmente – ricordato per ciò che ha scritto e non per la sua vanagloria, morbo di cui peraltro non mi sembra l’unico ad essere affetto.

All’indomani dell’articolo di Michael Moynihan, ecco che in Italia si alza un polverone in cui, però, la questione letteraria è del tutto marginale. Il che conferma un dubbio che ho maturato da tempo: Saviano è uno degli autori più acquistati e meno letti nel nostro panorama editoriale. Perché altrimenti non si spiega come mai il tema del plagio sia diventato l’occasione per parlare di tutt’altro, e cioè dell’uomo Saviano di cui viene criticato ogni più insignificante aspetto dell’esistenza: l’ego smisurato, le bugie raccontate su twitter, l’amicizia con Bono Vox, la scorta, la De Filippi, i discorsi sull’amianto, le copertine dei suoi libri, il dito indice che usa spesso puntare sulla fronte.

È pacifico che lo scrittore debba risolvere una volta per tutte le problematiche legate alle fonti di cui fa uso, ma negare l’originalità del suo stile riducendo il lavoro alla scopiazzatura posticcia di testi prodotti da altri sembra proprio una semplificazione in cui non si riesce a intravedere nemmeno l’ombra della buonafede.

Lo spostamento sul piano personale è la più grande vittoria di chi negli anni ha cercato di delegittimarlo. Dovremmo invece dire che Gomorra è un romanzo d’esordio ambizioso e bellissimo. E ne prometteva altri, più maturi e ugualmente illuminanti, che per certi versi stiamo ancora aspettando. Un romanzo che ha segnato la sua travagliata vicenda personale, e non il contrario. Un romanzo che è stato uno spartiacque, con cui Saviano ha smesso di essere uno scrittore ed è diventato, in ordine sparso, un simbolo, un modello, un martire. E questi ruoli li ha cavalcati, peccando anche di superbia, ma sempre con un fine ultimo più grande che si poggia su quella fiducia quasi ingenua nel potere della parola e ha a che fare col tentativo di arrivare, con certi argomenti scomodi, a più persone possibili.

Non credo si possa giudicare Saviano dimenticando che strano Paese è il nostro, dove si legge pochissimo, eppure rischi, con un libro, di vederti l’esistenza stravolta. Questo non possiamo dimenticarcelo. D’altronde, esercitare la memoria è una buona abitudine che anche la Lucarelli, tra un selfie e l’altro, dovrebbe iniziare a praticare.

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I momenti più significativi della mia vita sono stati: quando, a dieci anni, ho interpretato Mary Poppins nel musical Mary Poppins e quando ho indovinato la definizione di integrale agli orali della maturità. Sono insegnante (non di matematica, of course) e ho una particolare predisposizione per i casi umani. Temo che le due cose siano collegate.
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