Impronta idrica dei prodotti: cos’è e come limitarla

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impronta idrica dei prodotti
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La piccola lezione di Vivere ecosostenibile della nostra Sabrina oggi è dedicata all’impronta idrica dei prodotti. Chiudete il rubinetto dell’acqua quando vi lavate i denti? Perfetto. Fate docce che durano meno della reclame? Ottimo. Sappiate però che questo incide per circa il 4% sulla vostra impronta idrica totale. Per citare Morandi, Ruggeri e Tozzi “si può dare di più”! Come? Ve lo spiega Sabrina naturalmente.

Impronta idrica dei prodotti: cos’è

Innanzitutto bisogna specificare cos’è l’impronta idrica dei prodotti e perché è così importante tenerne conto. L’impronta idrica è, tecnicamente, la quantità totale di acqua dolce utilizzata nella produzione e nel consumo di un prodotto. Questo indicatore viene calcolato combinando insieme i volumi totali dell’uso diretto e indiretto dell’acqua durante il ciclo di vita del prodotto. L’uso diretto è rappresentato dalla quantità di acqua che usiamo a casa nostra per la fruizione del prodotto; mentre l’uso indiretto è rappresentato dall'”acqua nascosta”, cioè l’acqua che viene utilizzata per produrre un bene o un servizio e che ad occhio nudo non vediamo.

Noi ci approvvigioniamo fondamentalmente da falde idriche, laghi e fiumi, i quali rappresentano appena lo 0,8% delle acque presenti sul pianeta. L’acqua dolce rappresenta pertanto una risorsa naturale limitata. Inoltre tale risorsa è distribuita non omogeneamente: l’uso dell’acqua ha infatti un impatto diverso a seconda del luogo da cui viene prelevata (prelevare 100 litri di acqua da un’area con scarse risorse idriche ha un impatto maggiore rispetto a prelevare 200 litri da una regione che ne ha in abbondanza), e questo influisce sull’impronta idrica dei prodotti.

Impronta idrica dei prodotti: esempi e regole

Facciamo allora qualche esempio per prendere confidenza con l’impronta idrica dei prodotti.

Iniziamo con la carne. Quante volte la settimana ne mangiate? La produzione di 1 kg di carne di manzo richiede 15.415 litri di acqua: l’acqua viene consumata direttamente dal bestiame, ma soprattutto è utilizzata per irrigare le colture di cui si nutrono i capi di bestiame. Sabrina cerca di mangiare carne una sola volta a settimana, possibilmente prodotta a km zero.

Un’altra abitudine, molto cara agli italiani, è bere il caffè. 1 tazza di caffè corrisponde a 132 litri di acqua. Il caffè infatti viene prodotto fuori dall’Europa, in America Latina e Africa dove le risorse idriche sono scarse. Prima di acquistare il caffè Sabrina legge la confezione per capire dove è stato prodotto o visita il sito web del produttore per comprendere qual è la sua posizione al riguardo della disponibilità idrica. Anche preferire il tè può essere un’alternativa: il tè infatti ha un’impronta idrica minore del caffè.

Per produrre una t-shirt si utilizzano, invece, 2.495 litri di acqua. Si pensi, infatti, che il cotone è spesso coltivato in regioni non europee con clima arido e l’acqua viene prelevata dai fiumi. Sabrina allora cerca di preferire indumenti realizzati con fibre artificiali, di indossarli il più possibile e di portarli presso un certo di riciclaggio per disfarsene o donarli ad organizzazioni benefiche.

Discorsi analoghi possono essere fatti per: riso, jeans, frutta, formaggi, carta, birra, cioccolato, scarpe, ecc. A tutto questo si aggiunga che condurre queste coltivazioni comporta anche spesso l’utilizzo di sostanze che inquinano le falde acquifere, altro fattore che influisce sull’impronta idrica dei prodotti.

È un circolo decisamente poco virtuoso. Ma possiamo iniziare a spezzarlo con le tre piccole regole base di Sabrina:

1. Leggere sempre le confezioni dei prodotti.
2. Scegliere il più possibile prodotti a km zero.
3. Acquistare solo ciò che è strettamente necessario in quel momento.

E, prima di salutarci e darci appuntamento al prossimo appuntamento di Vivere ecosostenibile, non dimenticate di calcolare la vostra impronta idrica qui.

Ridurla è più facile di quel che sembra, fidatevi di Sabrina!

Immagine | Andy

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Pugliese, non emigrata, convinta che ci si possa realizzare anche restando in provincia e per farlo ho scelto un settore di cui si fa un gran parlare ma con ancora pochi risultati: il rispetto dell’ambiente. Sono ingegnere ambientale e credo tantissimo in quel che faccio. Ritengo fondamentale che ci credano anche tutti i miei simili: solo così si può cambiare rotta e uscire dalle logiche di consumo ossessivo-compulsivo che ci sono state propinate finora. Per questo scriverò per Le Nius di nuovi stili di vita, green e ecosostenibili.

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