Immigrazione Unione Europea: sfatiamo 8 luoghi comuni

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immigrazione unione europea
@blazingcatfur.ca

Si avvicina la fine dell’anno che ha visto molti cambiamenti a livello di Unione Europea. Abbiamo un nuovo Parlamento europeo, una nuova Commissione e un nuovo Presidente del Consiglio dell’Unione (il polacco Tusk).

La crisi non è ancora alle spalle, perciò molta dell’attenzione della nuova politica UE rimane concentrata sui temi economici, in una prospettiva di crescita e rilancio dell’occupazione, pur senza tradire il concetto della quadratura dei conti pubblici degli Stati membri. Tuttavia, la nuova Europa non è solo quella che cerca di uscire dalle secche della crisi, ma è anche quella che emerge simbolicamente dalle acque di Lampedusa, dove affondò la vecchia Europa insieme a centinaia di migranti.

Nell’Unione Europea il numero di richiedenti asilo è cresciuto di quasi il 50% nel terzo trimestre del 2014, rispetto allo stesso trimestre del 2013. Complessivamente, il numero di persone in cerca di protezione nell’UE ha raggiunto quota 177.000. Si tratta di 57.800 migranti in più rispetto allo stesso periodo del 2013. Ma da dove arrivano? Secondo le ultimissime statistiche Eurostat si tratta di persone che provengono da 146 paesi del mondo. Siriani, eritrei e afgani sono state le prime tre nazionalità fra i richiedenti asilo. Le principali destinazioni sono: Germania, Svezia, Italia, Francia e Regno Unito hanno riportato il maggior numero di domande (56.100, 28.200, 18.000, 14.700 e 8.900 rispettivamente). Questi 5 Stati membri rappresentano oltre il 70% di tutte le richieste arrivate nell’UE.

Alla luce del consistente numero di migranti che preme sulle coste e sui confini dell’UE, ampia parte della politica dei Paesi membri più interessati ha di recente intrapreso una deriva ostile verso gli stranieri migranti, perfino quando essi appartengono all’Unione stessa e, in virtù della sacrosanta libertà di circolazione e stabilimento sancita nei Trattati, si spostano al suo interno. Non a caso si rilevano preoccupanti casi concreti di espulsione di cittadini UE dal Belgio e si registrano pericolose affermazioni su analogo tema da parte del Premier UK, David Cameron, nonché parzialmente in Germania. In senso più ampio, l’immagine distorta degli effetti dell’immigrazione rappresenta oggi un problema serio, proprio perché la politica di livello basso se ne serve per ingigantire mancanze strutturali endemiche dei Paesi interessati, fino addirittura a individuare come un pericolo i migranti, siano essi cittadini UE o non.

Il Centro politiche migratorie dell’Università europea di Firenze ha pubblicato recentemente un dettagliato rapporto utile a sfatare alcuni luoghi comuni legati al tema dell’immigrazione. Sulla base di questa ricerca e di altri numerosi studi, si può iniziare a farsi largo fra le frottole e gli isterismi fomentati dagli arruffapopolo.

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Immigrazione Unione Europea: sfatiamo 8 luoghi comuni

1) L’Europa non ha bisogno di immigrati. Nulla di più falso: ipotizzando uno scenario senza affluenza di stranieri tra il 2010 e il 2030, la ricerca ha calcolato una perdita di 33 milioni di persone in età lavorativa (-11%) fra i 28 Stati membri UE, con una riduzione del 25% dei giovani tra i 20-30 anni e un incremento del 29% per le persone comprese fra i 60-70 anni. Questa condizione avrebbe devastanti ricadute sul sistema di welfare dell’UE, dove il rapporto di dipendenza degli ultrasessantacinquenni nei confronti delle generazioni più giovani salirebbe da un 28% nel 2010 a un 44% nel 2030.

2) Gli immigrati ci rubano il lavoro. Una convinzione banale di per sé, peraltro completamente smentita dalle analisi statistiche, secondo cui disoccupazione e immigrazione vanno in direzioni opposte e non in parallelo. In primo luogo perché, ovviamente, i migranti tendono a scegliere zone che possano garantirgli un posto di lavoro, e inoltre perché nelle aree ad alta occupazione il mercato offre possibilità di impiego sia agli immigrati che ai nativi, senza l verificarsi di episodi di concorrenza. Come se poi una eventuale concorrenza rappresentasse un concetto sbagliato, invece che un salubre principio del mondo del lavoro, secondo cui chi meglio rende più possibilità trova.

3) Non c’è bisogno di immigrati professionalmente poco qualificati nella UE. Al contrario, i dati dimostrano che gli immigrati trovano una loro posizione nel mercato del lavoro, peraltro compensando ai sempre più numerosi cittadini UE che scelgono di dedicarsi a mansioni più specializzate.

4) I migranti minano i sistemi di welfare. Secondo questo assunto, a causa di famiglie numerose e maggiori rischi di perdita del lavoro, l’immigrazione rappresenta una minaccia sistemica. La realtà però è un’altra, almeno stando ai dati empirici analizzati, che dimostrano come – data l’età media e la loro struttura occupazionale – gli immigrati hanno in media un contributo fiscale netto positivo.

5) L’immigrazione ostacola l’innovazione e i salari. Essendo fonte continua di mano d’opera poco qualificata e a basso costo, l’immigrazione ridurrebbe la spinta a investire in nuove tecnologie per le imprese e in aumenti salariali per i lavoratori. Le ricerche però dimostrano che la presenza di lavoratori di diverse origini e qualifiche gioca un ruolo favorevole per l’innovazione nei luoghi di lavoro e la pretesa del rispetto dei diritti, compreso quello a una giusta retribuzione.

6) Le coste dell’Europa meridionale sono assediate. Se a ondate ciò può avvicinarsi alla realtà di singoli e peculiari luoghi geografici (per esempio Lampedusa), in realtà la maggior parte dei richiedenti asilo in Europa preferiscono gli stati più a nord, piuttosto che quelli mediterranei. Non a caso i numeri delle richieste di asilo in Germania e Svezia fanno impallidire quelle verso l’Italia (rispettivamente 56.100 e 28.200 contro 18.000, nell’ultimo trimestre 2014).

7) I rifugiati sfruttano illegittimamente il sistema di asilo. I numeri dimostrano invece l’opposto: la maggioranza delle richieste per lo status di rifugiato sono legittime e veritiere. Al contrario, la mancanza di canali di asilo dalle zone più lontane (per esempio il Corno d’Africa), impedisce a tanti che avrebbero diritto di presentare domanda, confinandoli nelle situazioni di disperazione sociale, politica ed economica da cui meriterebbero di poter fuggire.

8) La qualità dell’istruzione risente della presenza di bambini stranieri. Affermazione totalmente smentita dai dati che provano come invece le prestazioni educative inferiori siano legate a svantaggi sociali, non alla presenza dei migranti (fonte: PISA, Programma per la valutazione internazionale dell’allievo).

I dati illustrati dal rapporto – e da decine di altri studi sul tema – mettono ancora più a nudo le falle della politica europea sull’immigrazione e l’asilo, quando questa politica esiste. La cosiddetta Fortezza Europa, chiusa e controllata lungo le proprie frontiere, non è la risposta quasi a nulla anche perché, come si osserva, sono quasi sempre sbagliate le domande, o le questioni di partenza.

Non solo la politica degli Stati membri è ingiusta e spesso disumana, non solo il sistema Dublino (voluto dagli Stati, non dall’UE) è perfetta raffigurazione del concetto di scaricabarile fra di essi invece che di cooperazione a livello UE, ma tutto ciò è anche una strategia destinata a essere dannosa. In un’Europa con una popolazione di nativi in diminuzione e progressivo invecchiamento, tutte le conseguenze che questo comporta in termini di welfare, mercato del lavoro e contribuzione fiscale si faranno sentire in maniera deflagrante, se l’approccio verso i migranti non diverrà presto inclusivo. Unione deve essere inclusione.

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2 Comments

  1. Apprezzo tantissimo i tuoi articoli Moules Frites e, in realtà, apprezzo anche questo. Ma per una completezza di ragionamento probabilmente i dati sull’immigrazione in generale (e non solo sulle richieste di asilo) sarebbero stati più utili.

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