Dovremmo far entrare più immigrati per motivi di lavoro?

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La discussione sull’immigrazione in Italia è spesso convulsa e caotica. Il risultato è che l’opinione pubblica è, a dir poco, confusa. Si distingue a fatica tra immigrati residenti, rifugiati, richiedenti asilo, appena sbarcati, migranti irregolari.

Si perde di vista la visione d’insieme, per concentrarsi sulla componente più visibile dell’immigrazione, gli sbarchi, ignorando la componente più rilevante e stabile, ossia le persone che entrano in Italia per motivi di lavoro, studio, famiglia.

In questo articolo proveremo a fare chiarezza su una di queste componenti: la migrazione per motivi di lavoro. Si tratta della componente storicamente più significativa delle migrazioni: ci si muove per migliorare la condizione economica propria e della propria famiglia attraverso il lavoro.

È anche il canale di ingresso da cui discendono gli altri: dopo un po’ di anni, il resto della famiglia potrà ricongiungersi con il/la lavoratore/lavoratrice; oppure, se il canale del lavoro si restringe, ciò porterà molte persone a provare altri canali, come quello di rivolgersi a scafisti o intermediari per arrivare in Italia e chiedere asilo.

Dopo una panoramica su questo aspetto dell’immigrazione, ci chiederemo: come mai in Italia entrano pochi immigrati per motivi di lavoro? Aprire canali di ingresso per lavoro può avere un impatto positivo sull’economia italiana? Può contribuire a diminuire gli ingressi irregolari? Cosa fanno gli altri paesi e quali modelli potremmo seguire?

ingressi per lavoro in italia
Foto: Lydur Skulason

Gli ingressi per motivi di lavoro in Italia e in Europa

L’immigrazione in Italia è da quasi trent’anni un fenomeno strutturale della nostra società. Secondo i dati Istat, gli immigrati regolarmente residenti in Italia sono 5,2 milioni, pari all’8,7% della popolazione. Di questi, 3,5 milioni sono i non comunitari. È una popolazione giovane (gli under 34 sono oltre il 30%) e con lieve prevalenza femminile.

Ogni anno entrano in Italia circa 250 mila persone straniere, di cui la maggior parte per motivi familiari. Si tratta di un numero stabile negli ultimi anni, e non tutte queste persone rimangono poi nel nostro paese. In particolare, negli ultimi anni sono in calo gli ingressi per motivi di lavoro, per una precisa scelta politica.

In Europa è un po’ diverso. Secondo uno studio Ocse, in Polonia quasi il 90% dei nuovi permessi rilasciati sono per motivi di lavoro.

Anche gli altri componenti del cosiddetto gruppo di Visegrad (Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia) hanno percentuali di ingressi per motivi di lavoro superiori alla media europea. Ciò vuol dire che, anche nei paesi più chiusi agli immigrati, almeno a parole, si bada più alla salute della propria economia e alle richieste del mercato del lavoro.

L’Italia invece è il paese europeo che rilascia meno permessi per motivi di lavoro in rapporto agli abitanti (14 mila nel 2018, per lo più di breve durata e stagionali).

immigrati per motivi di lavoro in europa

Altra questione: i nuovi ingressi di lavoratori altamente qualificati (ricercatori, alte professionalità e Blue Card) sono meno del 10% in Italia. Ad esempio, la Germania è il paese che attrae il maggior numero di lavoratori qualificati, seguita da Francia, Lussemburgo e Polonia.

Perché in Italia entrano pochi immigrati per motivi di lavoro?

In questi anni, le politiche migratorie in Italia si sono concentrate solo su alcuni aspetti (lotta agli sbarchi e problematiche nell’accoglienza dei richiedenti asilo) che colpiscono l’opinione pubblica, ma hanno perso di vista la strada della programmazione.

L’attuale sistema è basato su un documento di programmazione triennale, molto complicato nella sua definizione, che coinvolge amministrazioni centrali, regionali e altri soggetti, che di fatto è stato abbandonato nel 2007. Si è passati ad una programmazione transitoria di quote annuali (Decreti Flussi), in cui è stabilito il numero di stranieri ammessi a lavorare in Italia, che però sono in costante diminuzione.

Sebbene negli ultimi decenni si siano verificate numerose modifiche legislative (1986, 1990, 1998, 2002, 2009, 2012, 2018), questo sistema ha dimostrato nel corso del tempo di essere poco efficace, troppo rigido e complesso.

La programmazione del decreto flussi non riesce ad attrarre i profili e il numero di lavoratori stranieri richiesti dal mondo economico. Il sistema delle quote è fissato sostanzialmente per lavoratori con basse qualifiche. Per i lavoratori qualificati non è prevista alcuna programmazione, ma procedure sulla carta semplificate. Di fatto anch’esse sono molto complesse e quindi poco utilizzate dal mondo delle imprese, come la Carta Blu UE o l’Italia Start-Up Visa.

Per poter assumere un lavoratore straniero dall’estero, si deve passare attraverso una serie di fasi intermedie, ottenere l’autorizzazione di diverse amministrazioni responsabili dei servizi del lavoro, della gestione dell’immigrazione e del controllo dei visti.

Tale processo richiede l’interoperabilità di diversi sistemi informativi, il che rallenta le procedure e scoraggia i datori di lavoro nell’utilizzo di tale meccanismo di ricerca e assunzione di lavoratori. E il mercato del lavoro non può aspettare.

È per questi motivi, non solo per la crisi economica e l’alto numero di disoccupati tra il 2007 e il 2011, che il rilascio dei permessi per motivi di lavoro è diminuito drasticamente, diventando marginale rispetto ad altri permessi di soggiorno.

immigrati per lavoro
Foto: awee_19

Perché dovremmo riaprire i flussi legali di ingresso per motivi di lavoro?

Come conseguenza del quadro appena descritto, si entra in Italia soprattutto per motivi familiari o per studio. Inoltre, con la riduzione degli sbarchi, anche i permessi per richiedenti asilo o per protezione internazionale sono calati vistosamente dopo il picco raggiunto nel 2017.

In pratica in questo momento la nostra politica migratoria è privilegiare gli ingressi dei familiari di chi è già qui e i titolari di protezione internazionale, ma l’impatto di questi sull’economia e sul mercato del lavoro è molto limitato.

Il maggiore afflusso di migranti per motivi familiari non è infatti direttamente collegabile alle necessità del mercato del lavoro. La scarsa conoscenza della lingua, la bassa scolarizzazione e, spesso, le poche esperienze lavorative all’estero, come nel caso delle donne, fanno in modo che i titolari di un permesso per motivi familiari abbiano meno opportunità lavorative rispetto ai migranti con titolo di soggiorno per motivi di lavoro.

Per quanto riguarda richiedenti asilo e titolari di protezione internazionale, secondo l’ultimo Rapporto SPRAR, essi richiedono servizi di accoglienza e integrazione specifici per un periodo lungo e, nella maggior parte dei casi, sono poco qualificati, quindi il loro accesso al mercato del lavoro è ritardato rispetto a chi fa ingresso nel nostro paese direttamente per motivi di lavoro.

Ci sono quindi almeno quattro importanti motivi per cui sarebbe importante impostare una vera politica di gestione degli ingressi di immigrati per motivi di lavoro, riaprendo in maniera significativa i flussi legali.

Un motivo economico

Secondo l’ultimo Rapporto sul mercato del lavoro degli stranieri in Italia, nel 2018 i lavoratori stranieri sono 2,5 milioni pari al 10,6% degli occupati totali. Secondo una stima di Fondazione Leone Moressa, la ricchezza prodotta da questi lavoratori è stimabile in 139 miliardi di euro, pari al 9% del Pil.

Gli immigrati, continua il Rapporto, tendono a concentrarsi in occupazioni a cui i lavoratori italiani non sembrano più interessati. Svolgono per lo più lavori poco qualificati e manuali (80%), in settori ritenuti socialmente meno desiderabili, come la cura degli anziani e dei bambini (36%), braccianti agricoli (17,9%), manovali nell’edilizia (17,2%), camerieri o lavapiatti nei ristoranti o negli alberghi (18%).

Non sono quindi in competizione con gli italiani: i salari in media sono molto bassi (poco più di mille euro), mentre gli occupati italiani si collocano in professioni più qualificate e i disoccupati italiani cercano altre tipologie di lavoro. Qualche effetto negativo potrebbe esserci per i giovani italiani in cerca di lavoro, che però preferiscono emigrare in massa dall’Italia per opportunità migliori.

Secondo Inps, se all’improvviso gli immigrati stranieri regolari dovessero sparire, nel 2040 si registrerebbero 73 miliardi di euro in meno di entrate contributive. Su 16 milioni di pensionati italiani, gli stranieri sono circa 130 mila, meno dell’1% del totale, per un costo complessivo di 800 milioni di euro. Stando a questi calcoli, gli immigrati regolari versano 9 miliardi di euro in più di quello che ricevono come prestazioni (pensioni, assegni familiari, ecc.). Poiché l’età media dei lavoratori stranieri è bassa (33 anni contro i 45 anni della popolazione italiana) possiamo dire che il loro contributo a tenere in piedi il sistema previdenziale è notevole.

La riapertura dei canali d’ingresso legali, se ben gestita, porterebbe quindi un contributo essenziale e ulteriore al sistema produttivo e alle casse pubbliche italiane, sotto forma di gettito fiscale e contributi previdenziali.

Un motivo demografico

Una seconda buona motivazione per una nuova politica in materia di ingressi legali di lavoratori stranieri è il suo potenziale impatto demografico: essa potrebbe infatti parzialmente rallentare gli effetti dell’invecchiamento della popolazione e della bassa natalità.

L’Istat ha certificato nel suo ultimo rapporto che dal 2010 al 2018 la popolazione di cittadinanza italiana sta diminuendo costantemente, passando da 56.056.125 a 55.104.043, con un calo di 952.082 unità. In nove anni è come se fosse scomparsa una città grande come Napoli. Un effetto ulteriormente negativo di tale diminuzione di popolazione è che essa riguarda soprattutto le persone in età da lavoro.

Tale diminuzione viene rallentata dalle persone con cittadinanza straniera, che hanno raggiunto quota 5,2 milioni. Complessivamente, grazie agli stranieri, i residenti in Italia si mantengono sopra i 60 milioni. E, come abbiamo visto, la componente straniera è più giovane di quella italiana, andando a rimpinguare soprattutto le classi di età più produttive.

E i nuovi nati? Nel 2018 sono stati iscritti all’anagrafe per nascita solo 439.747 bambini. È il minimo storico dal 1861, dall’Unità d’Italia. Nel 2018 la differenza tra nati e morti è negativa ed è pari a -193 mila unità. A questo dato, bisogna aggiungere il dato degli italiani che negli ultimi dieci anni sono emigrati all’estero. Quasi 157 mila nel 2018, duemila persone in più rispetto al 2017.

È un quadro che deve fare riflettere seriamente.

Un motivo di legalità e ordine pubblico

L’idea di offrire percorsi legali di ingresso a chi altrimenti potrebbe scegliere canali irregolari è uno degli aspetti centrali di questa nuova politica.

Gli immigrati irregolari presenti in Italia sono stimati in 560 mila unità; si tratta di una popolazione divenuta irregolare per diversi motivi (in primis gli effetti perversi della Legge Bossi-Fini) e che è praticamente impossibile rimpatriare. Una popolazione che è destinata ad aumentare.

irregolari in italia
Fonte: ISPI

Secondo una stima di Ispi, la cancellazione dei permessi per motivi umanitari per effetto dei Decreti in materia di immigrazione e sicurezza, voluti dall’ex ministro dell’interno Salvini, tra giugno 2018 e dicembre 2020 potrebbe innalzare il numero di irregolari fino a 140 mila unità in più. In totale, entro il 2020 il numero di immigrati irregolari presenti in Italia potrebbe superare quota 670 mila. Di questo passo ci vorrebbero 90 anni per rimpatriare tutti.

Diverse ricerche hanno mostrato l’esistenza di una correlazione fra permanenza irregolare e criminalità poiché gli immigrati irregolari — non avendo permesso di soggiorno o forme di protezione internazionale — non possono trovare lavoro regolare e la maggiore presenza di immigrati irregolari aumenta il lavoro sommerso e i fenomeni di devianza sociale.

Questo fenomeno potrebbe essere sensibilmente ridotto se queste persone avessero dei canali di ingresso legali e delle condizioni di permanenza nella legalità. A conferma di ciò, si ricorda che i lavoratori migranti irregolari non possono “normalizzare” la propria posizione con un contratto di lavoro, se non attraverso una sanatoria, una legge speciale che permette di regolarizzare coloro che sono privi di permesso di soggiorno in Italia.

L’Italia ha fatto un uso massiccio in passato (2002, 2004, 2009, 2012) di questo strumento, a causa del cattivo funzionamento del sistema. E appunto, il miglior modo per prevenire la necessità di sanatorie resta quello di intervenire in maniera intelligente su una politica diverse di gestione dei canali legali di ingresso, favorendo appunto l’ingresso di immigrati per motivi di lavoro.

Un motivo geopolitico

Infine, la gestione della politica migratoria attraverso la creazione di canali legali è fatta anche di relazioni internazionali. È fondamentale in questo senso rafforzare la cooperazione con i paesi di origine e di transito dei migranti, ma non certo attraverso accordi assai discutibili come quello con la Libia.

Molti paesi europei stanno cercando di raccogliere questa sfida, attraverso accordi di cooperazione che offrono opportunità di migrazione legale e, allo stesso tempo, un impegno a sostenere ritorni volontari assistiti per coloro che non hanno diritto di soggiorno.

La Francia ha rafforzato la cooperazione con Costa d’Avorio e Senegal, l’Austria con Gambia, Guinea, Guinea-Bissau e Uganda, la Finlandia con Uganda e Somalia, la Repubblica Ceca con la Moldavia e Azerbaijan, la Germania è molto attiva nei paesi mediterranei, Pakistan e regione del Caucaso.

L’Italia ha concluso negli anni diversi accordi bilaterali di cooperazione con paesi terzi in materia di lavoro. Ad esempio, con la Moldova, il Marocco, l’Egitto, l’Albania, lo Sri Lanka, Mauritius e Filippine. Questi accordi prevedono non solo la riserva di quote di ingresso, ma anche la definizione di strategie di selezione e formazione pre-partenza dei lavoratori e inserimento nel mercato del lavoro italiano in accordo con i bisogni delle imprese.

La loro applicazione è però avvenuta in modo disomogeneo nel tempo e i progetti di cooperazione bilaterale hanno avuto risultati poco efficaci. Andrebbe effettuata un’analisi di cosa non funziona, partendo dalle caratteristiche di ogni paese d’origine e dalle necessità del mercato del lavoro italiano. Inoltre, data l’evoluzione dei flussi migratori di ingresso in Italia, sarebbe necessario allargare tali accordi ad altri paesi, come la Nigeria, il Pakistan, l’India, il Bangladesh, il Perù o il Senegal ad esempio.

Infine, va segnalato che in Italia sono previsti programmi di rimpatrio volontario assistito (RVA) ma sono ancora un’opzione poco praticata a fronte dell’utilizzo dei rimpatri forzati, tra l’altro con scarsi risultati (circa 6-7 mila l’anno).

Queste priorità sono indicate nei maggiori documenti internazionali e europei. A livello europeo, ricordiamo il Global Approach to Migration and Mobility (2005), la European Agenda on Migration (2015), il Valletta Action Plan (2015) e il Migration Partnership Framework (2016).

A livello globale, un’immigrazione disciplinata, sicura, regolare e ben gestita è uno degli obiettivi che l’Onu si è posto con l’Agenda 2030 per uno sviluppo sostenibile. Ed è uno dei pilastri degli obiettivi del Global Compact per una migrazione sicura, ordinata e regolare. Un documento promosso dalla Nazioni Unite, adottato da 152 paesi a dicembre 2018, che prevede la condivisione di alcune linee guida generali sulle politiche migratorie. L’Italia però figura tra i 12 Paesi che si sono astenuti. Ad oggi, il Parlamento italiano non si è ancora espresso in merito.

immigrati per motivi di lavoro
Foto: Gianni Dominici

Quali sono i modelli di migrazione legale per motivi di lavoro più efficaci?

Infine, vediamo ad esempio alcuni modelli a cui ispirarsi per una nuova gestione della migrazione legale. Innanzitutto, è bene dire che non esiste un modello migliore di altri. Ogni sistema presenta punti di forza e criticità. Purtroppo non è possibile prevedere i futuri fenomeni migratori nel medio e nel lungo termine. Ma è possibile cogliere alcuni segnali e provare a farsi trovare preparati.

L’impatto del cambiamento climatico sulle popolazioni, l’instabilità geopolitica di alcune aree, l’invecchiamento della popolazione in alcuni paesi più sviluppati, gli effetti della digitalizzazione e dell’automazione nel mondo del lavoro, il potere economico di grandi aree metropolitane o di grandi aziende che attraggono sempre più lavoratori e che possono modificare le politiche nazionali in materia di migrazione per lavoro. Questi sono alcuni degli scenari futuribili che i decisori politici dovrebbero tenere in considerazione.

Per quanto riguarda l’Italia, bisognerebbe distinguere chiaramente tra politiche di accoglienza e asilo e politiche di ingresso regolare per motivo di lavoro, accelerare le procedure di ammissione di immigrati per motivi di lavoro, adottare strumenti efficaci di valutazione e analisi del fabbisogno di manodopera straniera di medio-basso profilo, semplificare l’ingresso di lavoratori qualificati e rilanciare gli accordi bilaterali di cooperazione con i paesi di origine sui flussi di lavoro.

Ad esempio, il Canada ha adottato nel 2015 un sistema a punti, ritenuto molto efficace, che attraverso un modello di analisi statistica, individua i profili e le caratteristiche dei lavoratori stranieri adatti al mercato del lavoro interno. In pratica, i candidati stranieri inoltrano una manifestazione di interesse, che riporta una serie di informazioni e di parametri che vengono valutati ai fini dell’ammissione. È lo stesso sistema adottato in Nuova Zelanda (2004) e Australia (2012).

Germania e Francia hanno adottato un sistema che protegge i lavoratori di medio-basso profilo già presenti nel mercato del lavoro interno, e puntano invece a ingressi di lavoratori o accademici stranieri altamente qualificati.

La Repubblica di Corea ha puntato decisamente a rafforzare la cooperazione bilaterale con i 16 paesi asiatici di origine da cui proviene larga parte della manodopera straniera con programmi che gestiscono la selezione, l’assunzione e l’eventuale rientro dei lavoratori stranieri.

Per fare fronte ai problemi dell’invecchiamento della popolazione e a un rallentamento dell’economia, il Giappone ha deciso di varare una nuova legge sull’immigrazione nel 2019 che regolerà l’ingresso di circa 500 mila immigrati per motivi di lavoro in 5 anni. A beneficiarne saranno i cittadini di nove paesi asiatici che hanno finora dimostrato di essere per il Giappone il maggior bacino potenziale di manodopera con qualifiche medio-basse. La possibilità d’impiego sarà ristretta a soli 14 settori, tra cui agricoltura, edilizia, ristorazione e assistenza infermieristica. Saranno previsti permessi di soggiorno temporanei di 5 anni per i lavoratori mediamente qualificati e di durata più lunga per i professionisti altamente qualificati.

In materia di gestione dell’immigrazione, l’Inghilterra punta sulla tecnologia per cui, grazie a un particolare sistema informatico, le richieste di visto sono prima analizzate e ordinate secondo livelli di rischio, per essere successivamente valutate dai funzionari che dovranno adottare la decisione definitiva sull’ammissione dei cittadini stranieri.

A che punto è la discussione in Italia?

In questi anni in Italia molti di questi problemi sono stati messi da parte o affrontati come fossero episodi emergenziali e confusi con la gestione dei richiedenti asilo, i respingimenti e la lotta all’immigrazione irregolare. Nel corso del 2019, le cose sembrano cambiate e si registra l’affacciarsi di una nuova consapevolezza della necessità di ripensare i percorsi legali di immigrazione nel nostro paese.

Ad aprile 2019, è approdato alla Commissione Affari Costituzionali della Camera l’esame della proposta di iniziativa popolare promossa dalla campagna Ero straniero, avviata nel 2017 da una serie di associazioni che si occupano di immigrazione in Italia.

La proposta prevede di modificare l’attuale quadro normativo introducendo un permesso di soggiorno temporaneo per la ricerca di occupazione attraverso l’attività d’intermediazione tra datori di lavoro italiani e lavoratori stranieri non comunitari; il recupero del sistema dello sponsor già collaudato con la legge Turco-Napolitano (prima delle modifiche della legge Bossi – Fini); la regolarizzazione caso per caso per comprovata integrazione nei confronti degli stranieri che si trovino in situazione di soggiorno irregolare solo se sia dimostrabile l’esistenza in Italia della disponibilità di un’attività lavorativa o di legami familiari o l’assenza di legami concreti con il paese di origine (simile a quello che già si fa in Spagna e in Germania).

Infine, all’inizio del 2020 si è registrata un’apertura dell’attuale Governo a valutare un provvedimento che consenta la regolarizzazione degli stranieri con un contratto di lavoro dietro il pagamento di una cifra forfettaria, in linea con la proposta di iniziativa popolare.

Quindi una nuova sanatoria, che dovrebbe regolarizzare circa 400 mila persone ma che dovrebbe inserirsi, nelle intenzioni del Governo, in una riforma più complessiva delle disposizioni in materia di politiche migratorie e sulla condizione dello straniero in Italia.

Si vedrà nei prossimi mesi con quanta concretezza verranno affrontate tali questioni.

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Milanese di nascita, vive tra Bologna e Roma e si occupa da più di 15 anni di immigrazione e politiche di integrazione di gruppi vulnerabili. Lavora come consulente per organizzazioni europee, nazionali e locali. Crede fermamente che le persone vadano messe al centro di ogni politica.

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