Il mio Milan

di
@goatling
@goatling

Io amo il pallone. Insensatamente. Se, passeggiando in compagnia di una fata in un parco fiorito, lei mi stesse rivelando i segreti del suo cuore, e io sentissi rimbalzare a un miglio di distanza una palla, quella sfera, e solo quella, catalizzerebbe la mia attenzione.

Per non so quale istinto ferino, i miei occhi la cercherebbero e i muscoli si tenderebbero. Forse perché l’uomo era cacciatore. Forse perché l’uomo è calciatore.

Sono della filosofia che sia sempre meglio indossare scarpe da ginnastica, a prescindere dagli impegni della tua giornata. Bisogna farsi trovare pronti, non si può sapere quando la chiamata arriverà. La chiamata dalla Nazionale Maggiore o dal campetto di bambini thailandesi che giocano all’intervallo delle lezioni. Vale tutto.

Sono anche tifoso, di qualunque sport di qualunque livello, osservo un po’ e poi parteggio, decido nella mia testa demiurgica quale narrazione di vittoria mi convinca di più e tifo per quella. Credo nella narrazione della competizione sportiva anche come sfida tra due narrazioni di vittoria.

E sono milanista da che ho memoria. Quando in prima liceo un tema m’invitava a descrivere un mio eroe, motivandone la scelta, raccontai di Marco Van Basten. Il professore, bravissimo ma interista, mi provocò mettendo in discussione il mio prediletto. Difesi strenuamente l’uomo che cercava di innalzare il suo talento calcistico oltre l’umano, verso la perfezione, fino a frantumarsi. Scoprii che quel giorno non ero l’unico ad aver scritto del cigno di Utrecht: lo aveva scelto anche un ragazzo che, qualche anno dopo, sarebbe diventato il mio migliore amico.

Essere milanista ha significato, per 24 dei miei 33 anni, sapere che la mia porta era protetta dal difensore più forte del pianeta, oltre che da altri numi dell’arte difensiva, come Franco Baresi, Alessandro Nesta, Thiago Silva, Jaap Stam, Cafu. Non credo riconoscerò altro capitano del Milan più di Paolo Maldini.

Ho sempre creduto che  la magia del calcio sia concentrata in una frazione di gioco, una manciata di secondi poco oltre la metà campo. Accade quando al regista viene affidata la palla, da uno stopper o un mediano. Ha un marcatore a qualche metro e alza la testa. Può prendere delle decisioni, alcune migliori, altre meno. Ricama mentalmente il disegno di ciò che accadrà, e può dare il via all’azione, con un guizzo di fantasia generatrice.

In quel fermimmagine sta la mia idea di calcio, in quel cervello. Prima di una serie di passaggi, di un lancio, di un dribbling. La palla toccherà altri piedi ma se terminerà la sua corsa in rete, tutto sarà nato lì.

E colui che mi ha insegnato questo è Manuel Rui Costa, primo giocatore di una lista di protagonisti minori, meno riconosciuti ma da me supportati come Christian Ziege, Vikash Dhorasoo, Thomas Helveg, Patrick Kluivert, K’akhaber K’aladze, Marek Jankulovski. Per Manuel tifavo ciecamente, Manuel per me non sbagliava mai. Obrigado Rui.

Chi ha portato al sublime questo momento del gioco è Andrea Pirlo, delicato omaggio interista, a nostra volta regalato alla Juventus, come se per noi non ci fosse un domani. Un domani invece c’era, non c’era un dopodomani. In un mio 11 ideale (direi Diego Lopez, Nesta, Baresi, Maldini, Rijkaard, Pirlo, Davids, Gullit, Rui Costa, Donadoni, Van Basten), Andrea sarebbe se stesso, faro del gioco.

Fare memoria non mi porta a sostenere che desidero un Milan così vincente e così bello. No. Mi porta a scrivere che voglio una squadra più umile, una dirigenza con una strategia più trasparente pur se meno ambiziosa del passato, con una rosa più italiana e giovane. Niente di male. Esigo un allenatore. Voglio vedere dei ragazzi che buttano il sangue, battendosi cercando di esprimere bel gioco. Perché qualunque avversario ci deve temere, come recitò il nostro fondatore, Herbert Kilpin.

Saremo una squadra di diavoli. I nostri colori saranno il rosso come il fuoco e il nero come la paura che incuteremo agli avversari!

mio milan
@Mike Lewinski

(Con ogni probabilità concludo qua l’esperienza di scrittura di un anno e mezzo e 36 post, come una stagione da 18 squadre. Non so quanti punti ho fatto, ma ringrazio i caporedattori Davide e Beppe. Dopo di me viene uno che è più forte di me, e non vedo l’ora di leggerlo).

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Nasco tra Milan(o) e l'Inghilterra. E lascio il cuore in Olanda, già che ci sono, tripartito. Da milanista tifo i piedi educati e le menti aperte, i capitani di lungo corso e i registi. Faccio più fatica con i cugini che con i gobbi. Credo che la poesia sia ciò che spunta quando hai la palla all'altezza della linea di metà campo e alzi la testa: tutti i gol migliori partono da lì, che poi vengano segnati di esterno o di fegato, di cuore o di doping.

2 Comments

  1. Ciao Eriberto, ci mancherai. Ci vediamo presto, sempre dalla parte opposta della barricata. Ma dalla Milano dei “fratelli del mondo” una mano si alzerà per salutare un vero amante di calcio. A presto

  2. Caro Erberto, grazie per la tua cronaca diabolica, che certamente mi mancherà ed era l’unico senso che riuscivo ad attribuire all’esistenza calcistica di questo Milan. Tanti auguri al tuo successore, un abbraccio fraterno, Antonio

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