Il mio Bauman

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il mio bauman
@Meet the Media Guru

Il mio Bauman l’ho conosciuto nel 2000. Ero uno dei duecento, forse trecento, studenti che assiepavano straniti un’aula più piccola di loro per le prime lezioni del corso di sociologia. All’epoca non studiavo sociologia, e neanche sapevo cosa fosse, la sociologia. Era la prima volta che sentivo parlare di sociologia.

Quel corso inconsapevole fu per me illuminante, e anche se spesso l’ho bellamente bigiato, è stata la molla che tre anni dopo mi avrebbe scaraventato in un corso di laurea specialistica in sociologia, e poi in un dottorato in sociologia, e in una professione di sociologo che segna la mia identità.

Quei giorni di inizio secolo si parlava di illuminismo, dei primi sociologi che non sapevano di esserlo, di Weber, di istituzioni, di azioni sociali e di struttural-funzionalisti a ritmi sfrenati. Io non ci capivo un cazzo, ma sentivo che la cosa mi appassionava.

Dentro questa giostra di sentimenti apparenti apparve Sigmund Bauman, come avevo capito si scrivesse la prima volta. Apparve sotto forma di un consiglio per la lettura che ci diede il professore di quel corso, uno di quei titoli leggeri che uno studente sano di mente avrebbe immediatamente affogato in vasche di Vodka Lemon: Modernità e Olocausto.

Che paragonato ai titoli brillanti sfornati dal nostro negli ultimi due decenni pare un’opera di Hannah Arendt in uno scaffale di Fabio Volo. Eppure il mio Bauman è soprattutto quello. Una lettura giovane, troppo giovane, di cui avrò capito un quarto ma che mi ha fatto capire cosa vuol dire sociologia.

Non preoccupatevi, non appesantirò questo articolo fin qui così seducente con l’esegesi di Modernità e Olocausto, anche perché non ne sarei capace. Solo che mi ha fatto capire cos’è la società, cos’è il rapporto tra individui, cos’è il rapporto tra individui e società, cos’è la libertà. Insomma, tutto.

Il mio Bauman, quello fondativo, è soprattutto questo. Certo, il mio Bauman è anche quello della società liquida, dell’incertezza che regna sovrana, delle vite di scarto, degli effetti perversi della globalizzazione. È un Bauman diverso, che è molto meno mio ed è molto più nostro.

Nostro delle serate con gli amici, nostro di una lettura comune del mondo, nostro di una generazione che ha trovato in quel liquido la parola che cercava per descriversi e per descrivere il mondo in cui viveva.

Il mio Bauman aveva contribuito a definirmi, e a definirci; e anche se ho vissuto con crescente distacco la magia di quella liquidità che ha poi invaso le librerie e il nostro immaginario, è stato un dono semplicemente straordinario.

Il mio Bauman è anche un aneddoto stupido. In piena trance da società liquida, quando vedevamo anche nelle foglie che cadevano dagli alberi in autunno un segno ineluttabile della liquidità della postmodernità, mi è capitata una cosa estremamente solida.

Era mentre lavoravo al magazzino della libreria universitaria per pagarmi gli studi. Ogni mattina mi davano delle etichette con degli indirizzi, che dovevo attaccare a delle scatole secondo un ordine che mi veniva detto. Una mattina, tra le decine di etichette che attaccavo tutti i giorni, compare il nome di Zygmunt Bauman, con l’indirizzo dell’Università di Leeds, dove ha insegnato per tanti anni.

L’università gli faceva avere alcune copie di un nuovo libro pubblicato da un docente che evidentemente conosceva. Sono stato in agitazione per alcuni minuti, durante i quali ho pensato intensamente a un modo per inserire dentro il pacco un bigliettino scritto a mano da me.

Non l’ho fatto. Ma mi piace pensare che, se lo avessi fatto, gli avrei scritto più o meno le parole che avete appena letto.

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Sociologo freelance, lavora come progettista, ricercatore e formatore in ambito sociale (più info qui). Si gingilla a decifrare le trame della società, scartabellando dati e raggranellando storie. Crede nell'amore e ha una vera passione per i treni. fabio@lenius.it

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