Il cambiamento possibile (per non parlare del cane!)

di
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@Rollan Budi

Il libro Tre uomini in barca (Per non parlare del cane) di J.K. Jerome racconta di tre amici che intraprendono una gita risalendo il Tamigi per un paio di settimane. È ambientato nell’ottocento ma contiene perle di tragicomicità applicabili benissimo ai giorni nostri.

“Mettemmo un pentolino d’acqua sul fornello, a prua, poi ce ne andammo a poppa fingendo d’ignorarlo (…). Quello è l’unico sistema per ottenere che un pentolino si decida a bollire, quando si è in gita sul fiume. Se si accorge che aspettiamo con impazienza che l’acqua bolla, potete star certi che non si decide nemmeno a “cantare”. Bisogna andarsene e cominciare il pasto, se si desidera bere una tazza di tè. Non si deve nemmeno volgere lo sguardo verso il fornello. Così, in men che non si dica, l’acqua si mette a traboccare, come se non vedesse l’ora d’essere trasformata in tè”.

A parte la verità di fondo di questa teoria, ho sempre pensato che potesse essere una buona metafora sul cambiamento: riesci ad osservare che le cose sono cambiate soltanto dopo aver distolto l’attenzione, per un attimo o per lungo tempo. Tre uomini in barca si presta bene anche ad un paragone più grossolano con i giorni nostri: siamo tutti sulla stessa barca e ci aspettiamo un grande cambiamento da molto tempo a questa parte.

Una delle rivoluzioni tanto attese, oggi in tempi di crisi ma già una decina di anni fa, riguarda il modello economico e produttivo, cioè il modo con cui il mercato riesce ad andare a beneficio della società. Faccio un salto indietro di dieci anni citando un altro libro, pubblicato nel 2004: Economia civile. Efficienza, equità, felicità pubblica di Stefano Zamagni e Luigino Bruni, due economisti di fama nel nostro paese. In sostanza, dice il libro:

“la proposta dell’economia civile guarda all’esperienza della socialità umana e della reciprocità all’interno di una normale vita economica, né a lato, né prima, né dopo. Essa ci dice che i principi “altri” dal profitto e dallo scambio strumentale possono – se si vuole – trovare posto dentro l’attività economica”.

Si tratta di uscire per un attimo dagli schemi tradizionali che vedono il settore privato una macchina senz’anima che fa profitto a tutti i costi e immaginare nuove formule di partecipazione e socialità anche all’interno del mondo aziendale. è una concezione di economia che alla logica del profitto antepone il benessere della comunità. A distanza di dieci anni che cosa ne abbiamo fatto di questa ed altre proposte simili di cambiamento?

Nel frattempo la crisi economico-finanziaria ha messo in ginocchio piccole e grandi aziende e approcci di questo tipo sono finiti nel cassetto. Gli autori del libro di cui sopra direbbero tuttavia che una delle cause della crisi economica (una crisi strutturale, non temporanea) risiede proprio nel non aver saputo recuperare e valorizzare elementi di socialità e civiltà nel mercato. Per generare felicità pubblica non è sufficiente assicurarsi che il nostro PIL sia a livelli accettabili, ma è necessario introdurre e coltivare nei processi produttivi e nei luoghi di lavoro maggiore relazionalità.

Certo, si potrebbero citare casi di responsabilità sociale da parte di aziende virtuose che si prendono cura del territorio oltre che dei propri interessi economici, ma rimangono casi isolati o spesso operazioni di facciata per tenere a bada le coscienze. D’altro canto il terzo settore sta muovendo passi concreti verso modelli di impresa sociale che riescono allo stesso tempo ad essere produttivi e utili socialmente, anche se il cambiamento più auspicabile sarebbe una contaminazione tra profit e non profit: un modello squisitamente ibrido dove non si debbano nascondere eventuali profitti accanto a servizi davvero utili per la comunità. Ma l’impresa sociale è rimasta per ora solo sociale e l’impresa tout court non ha voluto saperne di umanizzarsi.

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@Federazione della Sinistra

Una buona occasione per ritornare a ragionare su nuovi modelli possibili l’abbiamo avuta (e anche persa) nel 2011, quando siamo stati chiamati a votare al referendum sull’acqua pubblica, dato che la questione riguardava chi dovesse gestire servizi che erogano un bene comune come l’acqua. Il dibattito si reggeva prevalentemente sul confronto tra due attori: il pubblico e il privato aziendale. Semplificando all’estremo: chi era sostenitore dell’acqua pubblica riteneva che il bene fosse troppo prezioso (un diritto) per poter essere dato in gestione alle aziende, le quali lo avrebbero probabilmente utilizzato per fare profitto, trasformandolo in prodotto da vendere e consumare; chi invece era sostenitore della liberalizzazione riteneva che tale meccanismo avrebbe stimolato la concorrenza tra privato e pubblico, forte del fatto che quest’ultimo si dimostrava inefficiente e poco propenso all’innovazione.

Ecco, credo che allora si sia sprecata un’occasione importante per dire che la gestione di un bene comune è prima di tutto in capo alla società civile, lo diceva bene lo stesso Luigino Bruni in un articolo apparso sul web:

“dovremo immaginare una soluzione simile: dar vita, con apposite leggi, a nuove imprese sociali per la gestione dell’acqua che siano frutto di un’alleanza tra pubblico, imprese e società civile. (…) E ciò non significa proibire per legge i profitti alle imprese sociali, ma porre limiti a questi (non si parla di imprese “non profit” ma “low profit”), prevedere governance pluralistiche e con più soggetti coinvolti nelle decisioni, istituire profondi legami con le comunità locali interessate alla gestione dell’acqua.”

Il cambiamento del modello economico attuale può proprio partire dall’introduzione di formule nuove per la gestione e produzione dei beni di comune interesse per la comunità: acqua, energia, trasporti, ecc. Invece che privatizzarli con la logica adottata finora, perché non immaginare ad esempio che questi siano gestiti da organizzazioni con scopi diversi, che reinvestono il profitto in attività di pubblica utilità?

è molto tempo che ci aspettiamo un cambiamento, il quale deve prima di tutto venire dalla società civile. Molte cose sono state fatte, se pensiamo alle forme di auto organizzazione dei cittadini (come i gruppi di acquisto solidale) o all’evoluzione del terzo settore che sviluppa modelli di imprenditoria sociale. Tuttavia il cambio di passo deve venire anche dalle istituzioni e dalle aziende, più lente a cogliere l’innovazione di nuovi modelli, che in realtà altro non sono che il recupero di valori messi in disparte: fiducia e reciprocità anche negli scambi commerciali, il miglioramento delle relazioni sui luoghi di lavoro.

In Tre uomini in barca il quarto personaggio è un cane che una sera, mentre i tre buontemponi si apprestano a preparare una zuppa molto ricca di ingredienti, si avvicina con in bocca un topo appena cacciato, volenteroso di aggiungere la sua preda nel pentolone. Dopo lunga discussione i tre decidono di mangiare la zuppa, ma a noi lettori non viene svelato se alla fine tra gli ingredienti ci sia anche il topo. Le decisioni che sapremo prendere in futuro sono un po’ come quel topo: semplici ma allo stesso tempo scomode. Per favorire un cambiamento dovremo avere il coraggio di adottarle.

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Vive a Milano, si occupa di progetti per l'infanzia in Italia, è appassionato di economia civile, cucinare lo rilassa e non scriverà mai di calcio. Finora ha avuto la fortuna di viaggiare molto, crede sia un grande privilegio. Da quasi dieci anni la mattina scrive i suoi sogni su un quaderno.

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