Idomeni, Grecia: intervista a due volontari dal buco nero dell’Europa

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Idomeni, Grecia: cosa sta accadendo nel campo rifugiati

Cosa sta accadendo a Idomeni, Grecia: intervista a Ilaria e Vittorio


Ciao Ilaria e Vittorio, prima di tutto grazie del tempo che ci dedicate. Partiamo subito dalle presentazioni: che ci fate voi oggi, 18 marzo, a Idomeni, Grecia?
Siamo due volontari arrivati qui in solidarietà con le persone che vivono al campo da mesi nell’attesa che l’Europa riapra le frontiere.

Ilaria: Ho lavorato per l’Associazione iHo in Serbia (Dimitrovgrad), sul confine serbo-bulgaro per accogliere i migranti che transitano dalla Bulgaria. Con la chiusura della frontiera serba, nessuno persona ha più potuto raggiungere il centro di registrazione, pertanto mi sono spostata a Idomeni, dove sono concentrati tutti i migranti bloccati dalla chiusura della Rotta Balcanica.

Vittorio: Faccio parte dell’associazione Hope for Children e con essa ho compiuto il viaggio a ritroso dei migranti dalla Serbia alle Isole greche. Attualmente l’associazione fornisce materiale e volontari nei Balcani a partner locali e gruppi indipendenti. Dopo alcune missioni a Belgrado e sull’isola di Lesvos (Lesbo), l’associazione ha iniziato un progetto a Idomeni per garantire il caricamento delle batterie dei telefoni cellulari dei migranti con un generatore elettrico e fornire informazioni riguardo la chiusura delle frontiere.

Com’è la situazione a Idomeni?
La situazione oggi è molto complessa: ci sono tantissime persone sulle isole greche che saranno trasferite a forza negli hot spot allestiti dal governo greco. Circa 12.000 persone sono bloccate alla frontiera greco/macedone, a Idomeni, dopo la chiusura della rotta balcanica e altre migliaia sono imbottigliate in Serbia. Le imbarcazioni che dalla Turchia cercano di raggiungere la Grecia vengono bloccate e respinte dalla guardia costiera turca, mettendo a rischio la vita dei migranti imbarcati (ci sono stati casi in cui la guardia costiera turca ha tentato di affondare alcuni gommoni per costringerli a tornare indietro). Molti migranti, specialmente nordafricani, sono nei centri di detenzione, in condizioni igienico-sanitarie deplorevoli e pronti a essere deportati. Ci sono centri di detenzione sia in Grecia che Macedonia e Serbia. La polizia utilizza metodi brutali e in totale violazione dei diritti umani. Inoltre, molti minori non accompagnati, in attesa dell’intervento dell’UNHCR, sono detenuti nelle carceri greche.

Di cosa vi occupate?
Come volontari forniamo vestiti e cibo alle persone che vivono nel campo di Idomeni. Passiamo di tenda in tenda per capire di cosa hanno bisogno. Questa attività ci dà la possibilità di vivere da vicino la loro quotidianità e di ascoltare le loro storie. La condivisione delle loro esperienze di vita dà a noi la possibilità di mostrare la solidarietà di una parte dell’Europa che ha deciso di stare dalla loro parte. La società civile europea che incontriamo a Idomeni è molto attiva e vicina a tutte le persone che si trovano bloccate qui.
Ogni volta che ci fermiamo a parlare con qualcuno ci invitano a condividere i loro pasti: ci accolgono non solo come qualcuno che li aiuta,ma come dei veri e propri ospiti della loro casa. Abbiamo anche iniziato a collaborare con un altro gruppo di volontari indipendenti per dare delle informazioni alle persone che stanno al campo. Purtroppo arrivano sempre informazioni confuse e contraddittorie, quindi è molto importante dare loro accesso ad informazioni sicure e attendibili sul loro futuro e sulla loro situazione legale anche alla luce degli ultimi accordi che l’Unione Europea ha siglato con la Turchia.

Hai parlato con qualche migrante? Quali sono le loro impressioni?
Le persone con cui abbiamo parlato ci continuano a chiedere quando riapriranno il confine. Nessuno vuole stare in Grecia. Ci sono tanti minori non accompagnati che devono raggiungere le loro famiglie nei paesi del nord Europa. Fatima, ad esempio è siriana, viveva in un paesino vicino a Raqqa. Lei è a Idomeni con 3 figli e il marito, vogliono raggiungere l’altro figlio di 13 anni che sta in Germania con lo zio. Al momento l’unica informazione che sono riusciti ad ottenere dall’UNHCR è che devono aspettare 6 mesi. Non possono immaginare di restare a Idomeni per altri sei mesi. Sono arrivati più di 20 giorni fa e hanno vissuto nel fango per tutto questo tempo.

La testimonianza dal campo migranti di Idomeni di due giovani volontari italiani

C’è un’immagine particolarmente brutta che ti è rimasta impressa? E una bella?
Le loro condizioni di vita sono inumane: non hanno accesso all’acqua, all’elettricità e da quando sono arrivati non hanno avuto la possibilità di farsi una doccia. I racconti delle persone che la settimana scorsa hanno provato ad entrare in Macedonia sono spaventosi. Un ragazzo algerino che adesso cammina con le stampelle ci ha detto di essere stato picchiato da quattro poliziotti macedoni. Altri sono stati morsi dai cani che la polizia macedone ha sguinzagliato per catturarli.
Camminando tra le tende, però, vediamo tanti sorrisi, tanta gente piena di speranza. Riceviamo inviti a pranzo e a cena, ci sediamo con loro e chiacchieriamo. Tutte le persone che vivono a Idomeni sono ospitali e condividono sempre con noi il cibo che hanno. Ci invitano a bere il tè e ci raccontano le loro storie. Anche i bambini ci offrono biscotti e, talvolta, fanno la fila per prendere la zuppa e la portano a noi.

Cosa possiamo fare oggi noi cittadini europei?
Scegliere da che parte stare: dalla parte delle politiche europee che stanno trasformando i diritti umani in privilegi accessibili solo a chi possiede una determinata cittadinanza o dalla parte delle persone che subiscono dapprima violenze nei loro paesi di provenienza e che si trovano imbottigliati in un’Europa che non si vuole prendere la responsabilità della sua politica estera e che non accoglie in maniera dignitosa degli esseri umani che hanno solo bisogno di pace, giustizia e un posto sicuro dove ricominciare una nuova vita.

Cosa succederà nei prossimi mesi?
Quello che sta già accadendo, con la chiusura della Rotta Balcanica, è l’incremento degli smugglers: le persone continuano a spostarsi, sono disposte a nascondersi e a raggiungere la loro meta in Europa a qualsiasi costo. Ciò significa che si apriranno nuove rotte e che, nel frattempo, chi viaggia clandestinamente non riceverà alcun tipo di assistenza da parte delle associazioni e dei volontari che prima riuscivano a provvedere ai beni di prima necessità e sarà alla mercé dei trafficanti.

La chiusura della Rotta Balcanica espone tutte le famiglie, i giovani e i minori non accompagnati ad abusi e violenze lungo il loro tragitto. Nei prossimi mesi Grecia e Turchia saranno trasformati in grandi campi profughi. Gli hot spot allestiti da Grecia e Turchia sono dei campi militari che sono già operativi e tutte le persone che possono accedere al Relocation Program (RP) dovranno attendere mesi prima di ricevere una comunicazione da parte di uno stato dell’UE disposto ad ospitarle.

Al RP possono accedere solo le persone provenienti dai seguenti paesi: Siria (e palestinesi residenti in Siria), Bahrein, Eritrea, Swaziland, Repubblica Centrafricana e Iraq. Alle persone che vivono a Idomeni viene consigliato di fare domanda di trasferimento in uno dei centri per richiedenti asilo in Grecia. Raramente le persone accettano di accedere a questo programma perché, una volta fatta richiesta in Grecia, non si potranno più spostare per raggiungere i loro familiari.

Tutti gli altri avranno un’unica possibilità: fare la richiesta di protezione internazionale in Grecia (con alta probabilità di diniego) oppure accettare la deportazione verso i paesi d’origine o in Turchia in quanto definito dall’Unione Europea un Paese Terzo Sicuro. A questo proposito ricordiamo che la Turchia, ad oggi, mantiene la limitazione geografica della Convenzione di Ginevra.

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Editor, SEO, si occupa della community di Le Nius, in pratica delle persone che scrivono e che leggono qui dentro e sui social media del blog. Da sempre ha un debole per i troiani e una forte antipatia per gli achei (semicit.). davide@lenius.it

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