Ibn Battuta, il Marco Polo arabo

di
ibn battuta
@Cap.AndrewSparrow

Per parlare di Ibn Battuta, vale la pena citare lo storico e orientalista francese Henri Cordier:

“Gli occidentali hanno curiosamente limitato la storia del mondo raggruppando il poco che sapevano sull’espansione della razza umana intorno ai popoli di Israele, Grecia e Roma. Cosi facendo hanno ignorato tutti quei viaggiatori ed esploratori che, a bordo di navi, hanno solcato il mar della Cina e l’oceano Indiano, o, in carovane, hanno attraversato le immense distese dell’Asia centrale sino al golfo Persico. In verità, la parte più cospicua del globo, con culture diverse da quelle degli antichi Greci e Romani ma non meno civilizzate, è rimasta sconosciuta a coloro che hanno scritto la storia del loro piccolo mondo con la convinzione di scrivere la storia del mondo”.

Uno di questi grandi esploratori è proprio Ibn Battuta. Il “Marco Polo arabo”, nato a Tangeri nel 1304, ci riporta nei suoi racconti di viaggiatore a un passato lontano. Considerato uno dei più grandi esploratori della storia, per quasi trent’anni si avventurò tra l’India, l’Africa, il Sud-est asiatico e la Cina. Con imprese che, rilette oggi, fanno dimenticare almeno per un attimo le comunque avventurose esperienze del viaggiatore italiano.

“Uscii da Tangeri, mia città natale, il giovedì 2 del mese di Rajab 725 (1325 nel nostro calendario, ndr.) con l’intenzione di fare un pellegrinaggio alla Mecca e di visitare la tomba del Profeta”

Così leggiamo nelle prime righe del libro “Rihla”, redatto dal 1354 al 1355 da una scriba del sultano merinde Abu Inan. Eppure fino al XIX secolo l’Europa non si interessò al personaggio di Ibn Battuta: a farcelo conoscere è il lavoro di due studiosi tedeschi che pubblicarono separatamente due traduzioni di alcune parti del testo.

Il viaggio alla Mecca era per Ibn Battuta molto più di un pellegrinaggio: oltre che una missione dettata da uno dei 5 pilatri dell’Islam, esso costituiva anche l’occasione per dare forma alla sua curiosità. Pochi soldi, un cammino faticoso, l’incontro con i briganti lo portano ad Alessandria, da dove decide di proseguire per l’India attraversando l’Egitto, la Siria e infine l’Arabia. Ibn Battuta è l’unico viaggiatore medievale noto per aver visitato le terre di ogni sovrano musulmano del suo tempo. Dopo 28 anni di peregrinazione, centoventimila chilometri percorsi a dorso di cavallo, di dromedario, su carri e imbarcazioni d’ogni tipo, migliaia di incontri dalla costa nordafricana alla penisola arabica, finalmente Ibn Battuta fece ritorno a casa. Qui, il sultano di Fez, avendo appreso dei suoi viaggi, prima di morire gli ordinò di preparare un resoconto che allietasse la corte.

“Viaggiare ti lascia senza parole, poi ti trasforma in narratore”

Ibn Battuta definì quella degli Omayyadi a Damasco “la più grandiosa moschea al mondo”, apprezzandone i bazar, i gioielli, le stoffe, i libri. A Damasco si unì ad altri pellegrini diretti alla Mecca, il primo dei suoi sette pellegrinaggi. Senza far ritorno a casa, partì per Baghdad “per puro spirito d’avventura”. Qui rimase colpito dai bagni pubblici: “Ogni locale è fornito di una vasca di marmo con un tubo in cui scorre l’acqua calda e uno in cui scorre quella fredda. In ogni locale, infine, sta una persona sola”.

Un onore e un sogno, che si traduce per i posteri nel lascito di numerose mappe, resoconti della realtà sociale e religiosa dell’Islam, con le vicende di santi e maestri sufi, oltre a molti racconti di “colore”. Racconti che sono anche di carattere culinario, come quelli scritti descrivendo alla corte del sultano le abitudini della gente a Mogadiscio.

“Mangiano riso cotto con ghee, che viene servito su un grande piatto di legno. In cima mettono piatti della kushan. Si tratta di condimenti, composti da pollo, carne, pesce e verdure. In un piatto servono banane verdi nel latte fresco, in un altro yogurt con limone in salamoia, mazzi di pepe in salamoia in aceto e sale, zenzero verde e manghi. Come le mele, sono molto dolci quando sono maturi, ma acidi come limoni quando sono immaturi”

Dopo aver solcato il Mar Nero, il Mar Caspio, gli attuali Kazakistan, Uzbekistan, Afghanistan e Pakistan, Ibn Battuta lavorò per otto anni come cadì presso il sultano di Delhi e venne inviato come ambasciatore da Toghon Temür, imperatore mongolo della Cina. A Calcutta rimase affascinato dalle navi mercantili:

“I marinai fanno vivere a bordo i loro figlioli e sulla nave coltivano verdure, ortaggi e zenzero in tinozze di legno”.

La perdita di un figlio, del padre e della moglie non fermarono la sua spedizione verso la Spagna e infine il Niger. Tra le tante storie, Ibn Battuta raccontò la peste al Cairo.

“Andai a Damasco, arrivai un giovedì, la gente digiunava da tre giorni… Il numero dei morti era salito a 2.400 al giorno…poi al Cairo mi dissero che il numero era salito a 21.000 al giorno… Tutti gli studiosi e religiosi che avevo conosciuto erano morti. Possa il Dio Altissimo avere pietà di loro!”

Il suo viaggio senza programma, partito da un pellegrinaggio, a 700 anni di distanza genera meraviglia, sete di conoscenza e curiosità nel vedere come saremmo stati descritti noi “infedeli”. Se la morte non lo avesse fermato, e se le tecnologie lo avessero permesso, Ibn Battuta non avrebbe esitato a partire per mete ancora più lontane. Come la Luna, forse. Chissà, magari proprio alla scoperta del cratere situato nel Mare Fecunditatis, un mare nella zona orientale della faccia visibile del satellite, che porta il suo nome e ci ricorda ogni giorno e ogni notte la sua eredità di grande Viaggiatore nel Tempo.

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Viaggiatrice, sognatrice, lettrice. Una tesi in storia contemporanea e un corso in Gestione dell'Immigrazione sintetizzano la sua vita universitaria. Girasoli e asini le sue passioni. Nello zaino non mancano mai i libri, la macchina fotografica, la passione per i viaggi e un paio di scarpe da ginnastica con cui segnare la strada.

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