I sommersi e i salvatori | Intervista a Miguel Duarte, volontario su una nave umanitaria

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La macchina sognante è una rivista trimestrale online fondata da un gruppo di scrittori e poeti. La redazione di Le Nius sceglie un articolo per ogni numero e lo pubblica. Questo articolo è un’intervista realizzata da Carla Panico a un volontario portoghese che ha partecipato a quattro missioni di soccorso in mare sulla nave della Ong Jugend Rettet, ed è uscito sul numero 17 della rivista. Qui tutti gli articoli scelti da La Macchina Sognante.

Miguel Duarte ha 26 anni e viene da una piccola città dell’entroterra portoghese. In uno degli innumerevoli messaggi di solidarietà che ha ricevuto negli ultimi mesi, un’anziana signora gli ha chiesto: “ma perché gli italiani sono venuti a portare la guerra in questo angolino tranquillo del mondo?”. Già, di guerra un po’ si tratta, perché Miguel è il primo portoghese a rischiare 20 anni di prigione in Italia per aver preso parte ad una missione di “recupero marittimo” nel Mediterraneo, con una ONG che è entrata nel mirino della procura di Trapani – al tempo del codice Minniti prima e del governo Salvini poi.

In un paese come il Portogallo, in cui le retoriche nazionaliste non sono ancora entrate nella quotidianità e dove la xenofobia muscolare di cui sembra nutrirsi buona parte d’Europa non è stata del tutto normalizzata, ci si trova davanti al sincero stupore dei più per la sua vicenda.

E, mentre i molti italiani che vivono qui vengono ancora fermati per strada da persone incredule che pongono la basilare domanda “ma cos’altro avrebbe dovuto fare?”, un crowdfunding per le sue spese legali ha raccolto 52 mila euro – più di dieci volte la cifra necessaria – facendo rimbalzare dappertutto l’hashtag #eufariaomesmo – “farei lo stesso”.

Miguel, nel frattempo, fa un dottorato di ricerca in Matematica ed ha fondato il collettivo HuBB – Humans Before Borders. Ci incontriamo per parlare di come è lontana oggi l’Italia, vista da un bar di Lisbona.

La narrazione ricorrente sulle Ong le rappresenta come lobby di reclutamento di persone ricche, privilegiate e con doppi fini. Come ti sei avvicinato al lavoro della Ong Jugend Rettet?

Da un certo punto di vista quello che dicono è vero: io sono una persona ricca, se mi si mette a confronto con tante altre nel mondo; è vero che fare aiuto umanitario è un privilegio e che non tutti possono permettersi di farlo: io posso, sono giovane, non ho grandi responsabilità – figli di cui occuparmi, conti da pagare – e per questo lo faccio.

Nel 2016, con la cosiddetta “crisi dei rifugiati”, stavo finendo l’Università e, come chiunque, ero scioccato da quello che succedeva alle frontiere. Uomini, donne, bambini che attraversavano il mare su delle barche piccolissime, e stavano male tanto in mare quanto nei campi sulla terraferma. Ho sempre pensato che chi aveva la responsabilità di fare qualcosa fossero i governi europei; ma il tempo passava e nessun governo faceva niente di buono. Ho cominciato a sentire che, se i governi non rappresentavano niente in cui potessi riconoscermi, allora era la società a doversi organizzare in un altro modo, anche se con mezzi molto inferiori. Ho sentito parlare del recupero marittimo, delle Ong che lo facevano, della nave Iuventa che aveva cominciato la sua missione da una settimana: con 15 persone a bordo avevano già recuperato circa 1000 persone. Mi è sembrato un numero enorme; li ho contattati e mi sono unito a loro.

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