Guida turistica a Roma: professione cantastorie

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La guida turistica a Roma è un mestiere faticoso eppure affascinante. Dal punto di vista del peso socio-economico (almeno potenziale) il patrimonio culturale è il petrolio dell’economia italiana e, in questo senso, la guida turistica è una figura cruciale, anche se raramente valorizzata e percepita per quello che dovrebbe essere: un traduttore di conoscenza e passione.

L’Italia sta perdendo posizioni nella graduatoria mondiale dei paesi più visitati, eppure i flussi turistici restano notevoli: il settore turistico rappresenta il 4,2% del PIL e dà occupazione al 4,9% dei lavoratori. Cifre non elevatissime, ma potenzialmente raddoppiabili tenendo conto dell’indotto e dell’economia allargata.

Noi abbiamo voluto entrare nel vivo della questione raccogliendo, come già fatto per altri settori e professioni, una voce dal campo. Per questo abbiamo intervistato Daniela, guida turistica a Roma, per capire cosa significa fare questo mestiere, quali competenze bisogna avere, e quali sono le dinamiche del settore a Roma e in Italia.

Guida turistica a Roma: intervista a Daniela

Dacci per iniziare un quadro sul mestiere della guida turistica a Roma (ma non solo): legislazione, contratti, orari, datori di lavoro…

Il mestiere di guida turistica è soggetto a legislazione regionale e provinciale. Per ottenere l’abilitazione occorre superare l’esame presso la provincia in cui si intende lavorare. Sono gli stessi enti locali a fissare il prezzario, che si riferisce al costo della prestazione per un’ora di lavoro. In genere si lavora come libero professionista, quindi con partita Iva, ma anche in prestazione occasionale o più raramente con contratto a progetto. Io ho una situazione varia poiché oltre a lavorare per agenzie e tour operator ho una collaborazione anche con il comune di Roma, oltre ad avere una mia associazione.

Tu fai la guida turistica a Roma: com’è la situazione nella Capitale?

Non ho termini di paragone perché non ho mai lavorato in altre province, ma trovo che a Roma ci sia potenzialmente un buon mercato. Per molto tempo l’accesso a questa professione è stato abbastanza difficile perché gli esami di abilitazione erano poco frequenti, e quindi la categoria è rimasta abbastanza protetta. Poi col decreto Bersani gli storici dell’arte ed archeologi hanno avuto un accesso facilitato, e nel 2011 una modifica legislativa ha nuovamente de-liberalizzato il settore.

Ma essere del settore non basta perché occorre anche la conoscenza delle lingue straniere, e molto spesso i nuovi patentati conosco soltanto una lingua, in genere l’inglese. Quindi la concorrenza è molto alta e ha la meglio chi può contare almeno su due lingue o tre. Inoltre vedo sempre più spesso guide di origine straniera che lavorano in Italia, diventando referenti per i loro paesi. So di alcuni che lavorano senza patentino ma i controlli non ci sono, se si eccettuano i grandi monumenti e alcune zone del centro storico. All’inizio dicevo che Roma potrebbe offrire molto lavoro. In effetti credo sia così ma la qualità, a mio avviso, manca. Non credo sia colpa solo degli operatori turistici ma di un sistema romano poco accogliente ed efficiente, si preferisce navigare a vista. Non c’è integrazione fra l’offerta turistica della città, gli operatori e le istituzioni.

Il bello e il brutto del tuo lavoro.

È sicuramente una bella professione perché permette di trasmettere le proprie passioni, l’arte e la storia, ad altre persone che sono lì per ascoltare e conoscere. Ma in genere questa spinta rimane un po’ frustrata, perché se si lavora con gruppi grandi, con ritmi di viaggio molto intensi, si riesce a trasmettere poco. In alcuni siti della città si lavora con le radiocuffie, e lì la componente umana si ridimensiona molto. Questo è il lato a mio avviso peggiore del turismo di massa. L’apporto creativo sta anche nel cercare di catturare l’attenzione del pubblico, di mettere in campo delle doti da vero e proprio cantastorie o storyteller, come si usa dire oggi.

Un po’ guida, un po’ Ascanio Celestini insomma. Ma ci si può vivere?

Dipende se si riesce ad entrare nei circuiti dei grandi numeri o del turismo di lusso. Qui una componente fondamentale è la conoscenza delle lingue, soprattutto nel caso tu non sia guida da molto tempo e quindi non ci si sia ancora conquistati una posizione di privilegio. Molti però gravitano intorno a piccole e associazioni e cooperative, dove sono in pochi quelli che riescono ad andare a regime. Spesso le collaborazioni rimangono saltuarie e malpagate, molto al di sotto del prezzario provinciale. Molto buono è il settore del turismo scolastico, anche se abbastanza limitato nell’arco dell’anno, e inoltre nell’ultimo periodo c’è stato un forte calo.

La tua opinione in generale sui lavori nel turismo, potenzialmente una possibilità enorme, ma ancora poco valorizzati: possiamo parlare, per chi ci lavora, di un “proletariato della cultura”?

La panoramica non è molto confortante. Credo che il turismo sia il riflesso di una politica culturale più ampia che un paese mette in atto e quella italiana è sotto gli occhi di tutti. Non investiamo in cultura, nel rafforzamento delle strutture museali, dei servizi pubblici, della promozione. Tutto è lasciato agli sforzi dei singoli e questo incide sulla qualità delle proposte. Chi sopravvive pensa a portare a casa il risultato e non a innovare e curare l’offerta. I dati parlano chiaro: l’Italia perde costantemente posizioni nella classifica dei paese più visitati, e questo declino può essere affrontato solo se le istituzioni decidono di costruire un nuovo modo di comunicare il paese, di accogliere il visitatore, che non può essere visto solo come una fonte di reddito facile. Partendo anche dal riconoscere il lavoro degli operatori culturali in genere, premiando la qualità.

Un’ultima domanda sulla tua associazione: di cosa si tratta?

La mia associazione si chiama Gruppo LeFalene e all’interno di essa portiamo avanti dal 2010 il progetto Strolling Stories. Il progetto si è sviluppato come narrazione d’arte e di luoghi: raccontiamo le storie che appartengono all’eredità culturale – intesa come heritage – italiana, alle opere, ai palazzi e alle città. Raccontandone le storie, le iconografie, gli avvenimenti, cerchiamo di far conoscere questa eredità a chi le ascolta attraverso un coinvolgimento anche emotivo. Che è quello che si crea quando si ascolta un buon racconto.

Immagine | Martin Cox

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Aspirante antropologo, vive da sempre in habitat lagunar-fluviale veneto, per la precisione svolazza tra Laguna di Venezia, Sile e Piave. Decisamente glocal, ama lo stivale tutto (calzini fetidi inclusi), e prova a starci dietro, spesso in bici. Così dopo frivole escursioni nella giurisprudenza e nel non profit, ha deciso che è giunta seriamente l'ora di mettere la testa a posto e scrivere su tutto quello che gli piace.

2 Comments

  1. Un quadro molto esauriente per chi desidererebbe intraprendere tale attività. Per quanto riguarda direttamente chi dovrebbe promuovere l’interesse per le ricchezze artistiche e fisiche del nostro paese sarebbe utile una preparazione più approfondita nel campo e nella conoscenza delle lingue per saper intrattenere il pubblico.
    Gli Italiani dovrebbero conoscere bene,prima il loro paese e poi dirigere la loro scelte all’estero.

  2. Il turismo può diventare la nostra attività economica strutturale, sostenendo, grazie ad investimenti costanti (le bellezze artistico-culturali-paesaggistiche sono soggette a un logorio prevedibile e programmabile), le turbolenze derivanti al settore secondario dall’inserimento nei mercati globali

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