La guerra in Ucraina e le conseguenze per il mercato agricolo internazionale: i casi di Libano e Egitto7 min read

9 Maggio 2022 Economia -

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Geografo

La guerra in Ucraina e le conseguenze per il mercato agricolo internazionale: i casi di Libano e Egitto7 min read

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Lo scoppio del conflitto in Ucraina rischia di causare una crisi alimentare di portata internazionale. L’Ucraina e la Russia, infatti, sono due tra i più importanti paesi esportatori di prodotti agricoli e di fertilizzanti nel mercato globale; secondo la FAO, nel 2021, i due paesi, presi insieme, erano nella top 3 delle esportazioni di grano, mais e olio di semi di girasoli.

Come sottolinea un report del centro di ricerca International Crisis Group (ICG), potrebbe esserci un pericoloso rialzo dei prezzi di cibo e carburante che interessa la regione Medio Oriente – Nord Africa. Questo problema si iscrive nel panorama sociale e economico già instabile di alcuni paesi del Mediterraneo.

Ma come è possibile che ancora nel 2022 vi sia una tale insicurezza alimentare in molti paesi economicamente non avanzati? E in particolare, quali sono i paesi della regione mediterranea che stanno facendo di più le spese di questo conflitto, dal punto di vista della sicurezza alimentare?

Russia e Ucraina nel mercato agricolo globale

Secondo la FAO, al 2022 la Russia è il primo paese esportatore di grano al mondo, e l’Ucraina è il quinto.

Insieme provvedono alla offerta del 20% dell’orzo e del 14% del grano a livello globale.

L’Ucraina, in particolare, grazia alla quantità di terre fertili all’interno dei suoi confini, era considerata “il granaio dell’Unione Sovietica” e, dopo il 1991, è il cosiddetto “granaio d’Europa”. Dunque, essendo oggi il teatro di un conflitto che sta devastando il territorio – e anche in maniera mirata le riserve di grano – è evidente come le esportazioni di grano dall’Ucraina siano di fatto molto più complicate. Si aggiunga, inoltre, che è stato riportato che le navi cariche di grano per il mercato agricolo internazionale vengano bloccate e non fatte salpare dai porti del Mar Nero.

Come sottolinea l’ICG, per quanto riguarda l’esportazione dalla Russia, “se per adesso nessuno ha imposto sanzioni sul grano russo, i paesi importatori stanno riscontrando difficoltà sempre crescenti nel acquistarlo, a causa delle difficoltà di trasferire fondi a compagnie russe e ad assicurare le navi”. Il risultato? Decine di paesi a basso reddito, soprattutto nella regione mediterranea, dell’Africa subsahariana e del corno d’Africa rischiano di patire una grave difficoltà nel reperimento degli alimenti base della loro dieta.

Secondo il Climate Centre della Croce Rossa Internazionale,

Quasi 350 milioni di africani stanno patendo un periodo di insicurezza alimentare causata dalla combinazione di conflitti, shock climatici – [soprattutto la siccità, ndr] -, un drammatico aumento delle migrazioni, i persistenti effetti della pandemia e dall’aumento dei prezzi di cibo e carburanti legati al conflitto in Ucraina.

Perché il Medio Oriente dipende dalle importazioni per i prodotti base della dieta?

Oltre alla situazione contingente di shock dovuta alla guerra, è interessante cercare di capire come mai la regione del Medio Oriente e Nord Africa sia costretta a importare gran parte del grano. Come nota Adam Hanieh, nel suo libro Lineages of Revolt, “una regione che un tempo forniva cibo a tutto il mondo, ora è fortemente dipendente dalle importazioni per la propria sopravvivenza”.

L’autore ricorda come la svolta neoliberale nel settore agricolo, caldeggiata dalle istituzioni finanziarie internazionali favorevoli all’Occidente (come FMI e World Bank), abbia spinto, a partire dagli anni ’80, i paesi della regione verso un’agricoltura totalmente votata all’esportazione sul mercato agricolo internazionale, secondo la teoria del “vantaggio comparato”.

Questa, come teorizzata dagli economisti Adam Smith e David Ricardo, prevede la specializzazione di un paese nella produzione ed esportazione di un determinato bene, per il quale detiene un vantaggio economico dal punto di vista della produzione e della successiva vendita.

Tuttavia, le specializzazioni dei paesi a basso reddito in prodotti agricoli (dovuta ai vantaggi territoriali, climatici e di presenza di manodopera non qualificata e a basso costo) non sono così profittevoli come quelle in prodotti tecnologici dei paesi economicamente avanzati.

Inoltre, i prodotti agricoli sono soggetti a gravissimi cambi di prezzo dovuti ai più vari shock (dal cambiamento climatico, alla pandemia, ai conflitti, per restare attuali). Il global turn forzato delle agricolture dei paesi a basso reddito, spinto dall’occidente a partire dagli anni ’80, ha reso i loro mercati agricoli totalmente dipendenti dalle importazioni, e pertanto fortemente soggetti a qualsiasi shock di mercato.

È in questo quadro di grave disequilibrio globale a livello di rapporti di potere fra stati, che si inquadra l’ulteriore preoccupazione derivante dal conflitto in Ucraina. In particolare, come riporta l’International Crisis Group,

alcuni stati mediorientali e nordafricani sono fortemente dipendenti dalle importazioni di cibo e energia, pertanto sono particolarmente vulnerabili a shock economici come risultato della crisi ucraina. Molti paesi acquistano grandi quantità di grano da Russia e Ucraina.

Egitto e Libano: situazioni a confronto

Egitto e Libano sono i due paesi della regione più toccati dal rincaro dei prezzi dovuto alla crisi in Ucraina. Entrambi importano quasi l’80% del loro grano da Russia e Ucraina. Come riporta Al Jazeera, l’Egitto è il più grande importatore al mondo di grano, avendo importato circa 6,1 milioni di tonnellate di grano nel 2021.

L’Egitto ha iniziato a rivolgersi al mercato globale agricolo con l’avvento di Sadat nel 1970, abrogando la linea politica (agricola) di Nasser di ridistribuzione delle terre. Successivamente, con l’avvento dei Piani di Aggiustamento Strutturale (PAS) spinti dall’IMF e dalla World Bank negli anni ’80 e ’90 e l’arrivo di Mubarak al potere, l’Egitto si è consacrato alla liberalizzazione in materia agricola.

Tra le principali conseguenze avverse di queste politiche vi fu una degradazione dello standard di vita nelle aree rurali, una polarizzazione della ricchezza, un vistoso aumento della malnutrizione infantile e delle migrazioni verso le aree periferiche delle città oppure verso un altro paese.

Venendo ad oggi, secondo Abla Abdel Latif, del Egyptian Center for Economic Studies (ECES), “il prezzo del grano è aumentato del 18% dall’inizio del conflitto, e non vi è dubbio che se continuerà ad aumentare il deficit fiscale sarà negativamente impattato così come la disponibilità di grano nel medio-lungo periodo, se il conflitto dovesse prolungarsi”.

Il Libano è da qualche anno un paese al collasso economico, soprattutto dopo l’esplosione del porto di Beirut dell’agosto 2020. Lo Stato, addirittura, non ha più i soldi per pagare l’impresa francese che fornisce la carta per i passaporti. La situazione sociale è molto tesa e si stima che circa l’80% della popolazione libanese viva oggi sotto la soglia di povertà.

Il 50% del grano importato in Libano viene dall’Ucraina. Come sottolinea Patrick Mardini, presidente del Lebanese Institute for Market Studies, “i problemi nella regione del Mar Nero causati dal conflitto non permettono la consegna del cibo già acquistato. Le consegne sono state ritardate e ora si stanno cercando alternative da Argentina, USA e Canada. Ma siccome le tratte sarebbero molto più lunghe, questo sarebbe più costoso; anche a causa del costo del carburante, anch’esso aumentato. Per queste ragioni il prezzo del grano il Libano sta aumentando”.

Secondo Sami Halabi, direttore del centro di ricerca libanese Triangle, il paese non ha diversificato le fonti di approvvigionamento del grano negli ultimi decenni, né ha investito per creare riserve strategiche, aumentare la produzione locale e dotarsi di programma di sicurezza alimentare. “Non è assurdo pensare che questa crisi verrà utilizzata come un’altra scusa per rimandare le elezioni di Maggio 2022 o aumentare il clientelismo. Attualmente Non è possibile prevedere un cambiamento positivo nel futuro del paese ”

Il mercato agricolo globale, risultato della svolta neoliberale degli anni ’80, condanna alcuni paesi a ciclici shock alimentari dovuti alle contingenze economiche, politiche e sociali internazionali. Molti paesi che un tempo producevano tutti gli alimenti della loro dieta base sul loro territorio, oggi hanno perso la loro autosufficienza alimentare.

Il neoliberismo e la crisi alimentare

I paesi che, in nome di un libero mercato agricolo, si sono specializzati in uno o alcuni prodotti agricoli per l’esportazione subiscono dunque le peggiori conseguenze delle interruzioni dei normali rapporti del commercio internazionale, e negli ultimi anni hanno fatto le spese della lunga crisi economica globale cominciata 2008, della pandemia del 2020 e oggi del conflitto in Ucraina.

Per tutta l’area mediorientale, del corno d’Africa e dell’Africa sub-sahariana si prospettano mesi di grandi difficoltà alimentari, che si innestano nei problemi sociali, politici ed economici già strutturali di ciascun paese, oltre che a quelli più recenti legati al cambiamento climatico. Il sistema economico neoliberista si rileva una volta di più una strategia di potere a vantaggio dei paesi ricchi e industrializzati, a detrimento delle condizioni di vita della popolazione dei paesi a basso reddito, necessario anello debole del mercato globale.

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Geografo, si interessa di Mediterraneo e paesi arabi, che sono l’oggetto dei suoi studi e dei suoi articoli. È appassionato di storia delle relazioni internazionali, letteratura e sport. Nei suoi scritti presta particolare attenzione alle disuguaglianze sociali ed economiche.
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