Guerra e salute pubblica: perché il riarmo non ci protegge11 min read
Reading Time: 8 minutesPoche risorse per welfare, sanità, lavoro e ambiente; molte, invece, per la difesa. La legge di bilancio 2026 conferma un contesto politico mutato, segnato dall’impegno del governo di portare la spesa militare al 5 per cento del PIL entro il 2035. Una scelta che orienta le priorità pubbliche per i prossimi anni e che impone una domanda tutt’altro che teorica: fino a che punto la sicurezza può essere costruita sacrificando la salute pubblica?
Le critiche alla manovra non arrivano da un solo fronte. «La Legge di Bilancio del governo Meloni è inadeguata, socialmente iniqua e, dal punto di vista fiscale e ambientale, regressiva», ha dichiarato Giulio Marcon, portavoce della Campagna Sbilanciamoci!. «È una manovra che ripropone le stesse priorità dell’ultimo anno, concentrando risorse e investimenti sulla Difesa e l’industria militare e lasciando irrisolte le questioni che davvero stanno a cuore alle persone: l’aumento delle disuguaglianze, della povertà e del costo della vita, la crisi climatica, la perdita di capacità produttiva del Paese e l’indebolimento di welfare, sanità e istruzione pubblica».
Anche il mondo della sanità pubblica, da tempo in sofferenza, ha fatto sentire la propria voce. I principali sindacati di categoria parlano di uno «stato sociale sostituito dal concetto di stato economico», puntando il dito contro il definanziamento strutturale del Servizio Sanitario Nazionale. Al centro delle polemiche, un emendamento prima annunciato e poi affondato nelle ultime ore della trattativa, che avrebbe destinato oltre 400 milioni di euro alle indennità dei medici del SSN e ulteriori risorse agli specialisti ambulatoriali. «Un disastro – sostengono Anaao-Assomed, Cimo-Fesmed, Sumai, Fimp e Fimmg – privo di logica, privo di programmazione, privo di gratitudine per chi nonostante tutto regge un servizio sanitario in crisi».
I dati confermano un malessere che non è più episodico. Secondo l’ultimo rapporto della Fondazione Gimbe, il sottofinanziamento cronico del SSN ha già prodotto la rinuncia alle cure per il 10% della popolazione e un aumento vertiginoso della spesa sanitaria privata, che ha superato i 40 miliardi di euro negli ultimi tre anni.
Eppure, sullo sfondo della guerra in Ucraina, dell’indebolimento delle garanzie statunitensi verso l’Europa e dell’aumento generalizzato delle spese militari a livello globale, l’idea di investire di più nella difesa viene spesso presentata come una scelta inevitabile, razionale, persino responsabile, pur al costo di tagli e passi indietro su altri obiettivi. Proteggerci oggi, per stare meglio domani. Ma è davvero così? La sicurezza armata coincide con la tutela della salute collettiva? E cosa dicono le evidenze scientifiche quando si osservano guerra e riarmo non dal punto di vista geopolitico, ma da quello sanitario?
Per provare a rispondere a queste domande abbiamo intervistato Pirous Fateh-Moghadam, epidemiologo presso il Dipartimento di Prevenzione dell’ASL provinciale di Trento e autore di Guerra o salute. Dalle evidenze scientifiche alla promozione della pace (Pensiero Scientifico Editore, 2023).
VD: Di fronte alla minaccia della guerra, investire nel riarmo appare oggi una scelta razionale e giustificata. In che modo l’approccio dell’epidemiologia e della sanità pubblica, basato sui dati, può aiutare a discutere questa scelta in modo più informato?
PFM: Sanità pubblica ed epidemiologia si occupano, tra le altre cose, della valutazione e della comunicazione dei rischi. Studiamo la distribuzione delle cause di morte e delle malattie e dei relativi fattori di rischio nella popolazione al fine della prevenzione e della promozione della salute. L’obiettivo è quello di fornire alla popolazione delle informazioni indipendenti e fruibili per poter fare in autonomia le scelte relative alla salute, sia quella individuale che quella collettiva. Ovviamente anche guerre e militarismo rappresentano dei rischi per la salute e devono quindi essere affrontati, almeno al pari di altri rischi. Non a caso la Carta di Ottawa per la promozione della salute, documento fondamentale della promozione della salute, cita la pace come primo prerequisito della salute. La pace può essere garantita attraverso la deterrenza militare, attraverso il “para bellum”? In epidemiologia siamo abituati a mettere alla prova dei fatti le ipotesi, a raccogliere le evidenze, e nel caso del si vis pacem para bellum – “se vuoi la pace, prepara la guerra” – abbiamo a disposizione svariati secoli. Dopo centinaia di anni di sperimentazione e un numero esorbitante di conflitti, di morti e distruzioni che si sono verificati in presenza del ricorso ininterrotto alla deterrenza militare credo che sia evidente che quello che si ottiene preparandosi alla guerra è la guerra, non la pace. Sospetto che di questo siano convinti in verità anche coloro che spingono maggiormente sul riarmo: la decisione del governo USA di rinominare il ministero “della difesa” in ministero “della guerra” è molto eloquente a questo riguardo.
VD: Nel discorso comune gli effetti diretti della guerra sulla salute sono facilmente percepibili, mentre restano in secondo piano gli effetti indiretti, causati da quella che in letteratura viene definita la “biosfera della guerra”. Quali sono questi effetti e quanto vengono effettivamente tenuti in considerazione?
PFM: Chi vuole la pace parli della guerra, raccomandava Walter Benjamin, anche perché secondo lui enfatizzare il proprio amore per la pace sarebbe tipico dei guerrafondai. Un approccio sanitario-epidemiologico (che può essere seguito da tutti) può servire proprio a questo, a parlare della guerra, dei suoi effetti su salute e ambiente, senza edulcorazioni e formule retoriche. Può quindi fornire elementi utili al dibattito pubblico democratico, per tornare alla tua domanda di prima. Oltre ai danni diretti vanno considerati i danni prodotti per effetti indiretti. Ormai nelle guerre tutto diventa bersaglio, anche le infrastrutture civili, di approvvigionamento elettrico, alimentare, idrico e di smaltimento dei liquami, le strutture sanitarie, scuole, università, le industrie, i campi e le aziende agricole, strade, ponti, la rete ferroviaria, etc. Il risultato è la creazione di una biosfera della guerra nella quale l’aria e l’acqua sono contaminate con metalli pesanti e sostanze cancerogene derivanti dai residui bellici e dalle macerie (pensa all’amianto); dove agenti infettivi si diffondono con maggiore facilità, dovuta alla malnutrizione, all’affollamento nei campi profughi e alla mancanza di servizi sanitari, distrutti anch’essi dalle operazioni militari; nella quale la salute mentale è gravemente a rischio. La biosfera della guerra permea ogni aspetto della vita, risulta collegata anche ad altri aspetti come l’aumento delle disuguaglianze o il fenomeno della migrazione forzata e si protrae nel tempo ben oltre il cessate il fuoco. Già tenere conto degli effetti diretti non è facile, visto che l’accesso alle informazioni è solitamente ostacolato o reso impossibile. La complessità degli effetti indiretti è tale che risulta davvero molto difficile tenere conto di tutto anche a distanza di tempo. La somma degli effetti delle guerre è quindi sottostimata ma comunque tale che il male creato dalle guerre, anche da quelle legittime, risulta invariabilmente molto superiore al male che si spera di scongiurare attraverso la guerra. L’esame delle evidenze scientifiche, dei dati empirici, porta così necessariamente anche chi non parte da una posizione di rifiuto categorico della violenza ad assumere una postura pacifista.
VD: Quale scenario possiamo aspettarci per il prossimo decennio, visto l’impegno del governo italiano ad aumentare progressivamente la spesa militare fino a portarla al 5% del PIL?
PFM: Quello che dobbiamo aspettarci per il futuro dipende anche da noi, da quanto sia ampia e incisiva la mobilitazione sociale in opposizione al militarismo. Sottolineo questo aspetto perché altrimenti si rischia di alimentare un atteggiamento contemplativo, da osservatori esterni di dinamiche che appaiono non modificabili e si rafforza quindi la sensazione di impotenza che poi favorisce il disimpegno e la rassegnazione. Detto ciò, credo che sia utile, proprio per stimolare ed evidenziare l’urgenza della mobilitazione, prefigurare gli effetti che l’aumento delle spese militari avrebbero sul piano sociale e del benessere. Da questo punto di vista l’ISTAT nel suo rapporto sull’Agenda 2030 è stato molto chiaro. Gli investimenti nel settore militare vengono fatti sacrificando gli investimenti in istruzione e sanità. ISTAT evidenzia come in Italia a partire dal 2016 gli investimenti in Difesa (al netto delle spese per il personale) sono diventati nettamente preminenti rispetto a quelli in Sanità (lo erano già rispetto all’istruzione). Nel 2021 gli investimenti militari hanno ulteriormente aumentato il loro peso nella spesa pubblica e sappiamo che, in assenza di controtendenze, questo trend continuerà in futuro. Esagerando e togliendo i riferimenti alla Germania nazista, lo scenario futuro potrebbe quindi assomigliare a quello descritto da John Heartfield nel suo fotomontaggio “Hurrah di Butter ist alle!” (Evviva è finito il burro!) nel quale si vede una famiglia che banchetta allegramente con pezzi di artiglieria, bombe a mano e ferraglia varia. Ma è possibile anche un altro scenario. Se investissimo i 23 miliardi di spese militari aggiuntive del prossimo triennio per finalità sanitarie e sociali potremmo garantire l’assistenza a domicilio gratuita con badanti a tutti gli anziani non autosufficienti. Oppure potremmo rendere gratuite tutte le cure odontoiatriche. Sono solo due esempi per evidenziare la possibilità concreta di scelte economiche che possano essere veramente funzionali alla costruzione di un futuro più sicuro con salute e benessere per tutti. Scenari alternativi necessari anche per radicare sul piano socioeconomico il pacifismo, che altrimenti rischia di ridursi a parole, come ci avvertiva Danilo Dolci nel suo saggio L’educazione. Una volta tolti i soldi dalle grinfie dei bellicisti si potrebbe avviare un processo partecipato per decidere a quali settori destinare gli investimenti aggiuntivi, introducendo elementi democratici anche nella sfera economica e della produzione.
VD: Investire in salute non sembra tanto redditizio, anche a livello di promesse occupazionali, quanto investire nella riconversione industriale bellica. I dati supportano questa visione politica, che oggi sembra trovare largo sostegno a livello governativo – Germania in primis, alle prese con la crisi del settore automobilistico?
PFM: Proprio in Germania diversi esperti economisti si sono espressi su questa questione. Moritz Schularick, il presidente del Kiel Institut für Weltwirtschaft, favorevole all’aumento delle spese militari, stima che l’effetto moltiplicatore fiscale degli investimenti nel settore militare sia di 1, vale a dire: per ogni euro di investimenti nel settore militare il PIL aumenterebbe di un euro. Lasciamo da parte per un attimo la critica necessaria ad un sistema economico che si basa sulla crescita continua del PIL e valutiamo la coerenza interna delle affermazioni all’interno del sistema così com’è attualmente. L’economista Tom Krebs dell’Università di Mannheim ha predisposto una perizia sull’argomento indirizzata al Parlamento tedesco, nella quale riporta le diverse stime dell’effetto moltiplicatore fiscale degli investimenti militari (che variano da 0,6 a 1,5), aggiungendo una sua stima che si aggira attorno a 0,5. Tuttavia, anche le stime più ottimistiche sono sostanzialmente inferiori a quelle di investimenti in altri settori, in primis in quello sociosanitario. Per esempio, ogni euro investito in asili nido produrrebbe 3 euro di aumento del PIL. Il doppio di quanto lasciano sperare anche le più ottimistiche previsioni relative allo sviluppo militare, il triplo partendo dalla previsione del Kiel Institut e 6 volte quelle del prof. Krebs. Come si spiega lo scarso rendimento degli investimenti militari? Il settore militare è un settore “ad alta intensità di capitale”, vale a dire dipende più da tecnologie costose che da manodopera. Inoltre, dipende comunque in parte da importazioni dall’estero. Infine, i prodotti non hanno ulteriori effetti positivi (un carro armato rimane lì, nella migliore delle ipotesi). Completamente diversa è la situazione nel settore dei servizi. È a bassa intensità di capitale, non dipende da importazioni dall’estero, mentre dipende molto dal lavoro delle persone. Investimenti in questo settore aumentano quindi sostanzialmente i posti di lavoro e, nel caso degli asili nido, di riflesso permetterebbero un aumento in generale dell’occupazione femminile altrimenti assorbita dal lavoro non retribuito della riproduzione sociale. Va aggiunto un altro elemento fondamentale: investire nel militare significa investire in un settore che dipende fortemente dai combustibili fossili e peggiora quindi ulteriormente la già grave crisi climatica e che mette a rischio il futuro della civiltà umana su questo pianeta.
Riconoscere il nesso tra guerra e salute significa compiere un cambio di prospettiva fondamentale: la guerra non è soltanto un fenomeno politico o militare, ma una vera e propria emergenza sanitaria globale, paragonabile per impatto e diffusione a una pandemia. Morti e feriti, traumi psicologici, distruzione dei sistemi sanitari, contaminazione ambientale, aumento delle disuguaglianze, migrazioni forzate e impoverimento delle risorse pubbliche destinate alla prevenzione e alla cura non sono effetti collaterali, ma conseguenze strutturali dei conflitti. Effetti diretti e indiretti che si sommano e si stratificano nel tempo, dando origine a quella “biosfera della guerra” che continua a produrre danni ben oltre il cessate il fuoco. Considerarli inevitabili significa accettare una sottostima sistematica del costo reale del militarismo.
In un editoriale pubblicato a fine settembre su Frontiers in Public Health, Fateh-Moghadam ha sottolineato come la comunità della salute pubblica non possa limitarsi a gestire le conseguenze dei conflitti, ma abbia il dovere di contribuire attivamente alla loro prevenzione. Il primo passo, dati alla mano, è informare il dibattito pubblico democratico: valutare in modo rigoroso gli impatti sanitari, sociali ed economici del riarmo e rendere visibili le alternative possibili.
Riconoscere il nesso profondo tra guerra e salute significa allora spostare lo sguardo: non chiedersi solo da chi dobbiamo difenderci, ma anche di cosa ci ammaliamo, come società, quando scegliamo di prepararci alla guerra invece che investire nella cura.




