Il Sudan è sull’orlo di una nuova guerra civile?10 min read

23 Luglio 2022 Mondo -

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Il Sudan è sull’orlo di una nuova guerra civile?10 min read

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Intervista di Andrea Genzone ad Abdelaziem Ali Adam Koko, cittadino sudanese in Europa da molti anni, che segue da vicino le vicende del suo popolo. Ascolta l’intervista.

Andrea Genzone: Benvenuto Abdelaziem, ti chiederei di presentarti.

Abdelaziem Ali Adam Koko: Io sono Abdelaziem, originario del Sudan, vivo in Italia ormai da 28 anni. Sono laureato in Giornalismo e Scienze Politiche a Belgrado e, a causa dei problemi politici con il regime sudanese, sono dovuto scappare in Italia nel 1994.

Abdelaziem Ali Adam Koko

AG: Qual è attualmente la situazione in Sudan dal punto di vista politico e sociale? Quali sono stati gli eventi più importanti del passato recente?

AAAK: In Sudan viviamo una situazione di governo dittatoriale militare che dura dal 1989. Nel 2019, con una rivoluzione del popolo sudanese, è stato rovesciato il regime di Omar al-Bashir, che era presidente del Sudan da 30 anni; purtroppo la cosa è risultata dopo qualche anno solamente una messa in scena.

Il regime, supportato dal Movimento Islamico Sudanese di Hasan al-Turabi, ha messo la seconda linea del partito nell’esercito sudanese; quando è stato deposto il presidente è cambiata anche la guida dell’esercito sudanese e il popolo all’inizio ha pensato di avercela fatta.

Purtroppo invece in questi 30 anni i generali dell’esercito sudanese sono diventati  tutti parte del fronte islamico e, per non far capire alla comunità internazionale e al popolo che è lo stesso regime di prima, i generali dell’esercito hanno finto di essere per il cambiamento, per la democrazia e per il ritorno del sistema parlamentare in Sudan.

È stato istituito un governo transitorio con i militari alla presidenza, mentre i politici appartenenti ad alcuni partiti di opposizione hanno costituito un governo civile che è stato rovesciato dai militari il 25 ottobre del 2021, solamente per il motivo che i partiti che costituiscono questo governo non sono d’accordo tra di loro su tantissimi temi: è bastata questa ragione per rovesciare il governo e dominare tutta la situazione politica in Sudan.

Questo è lo scenario attuale: dal 25 ottobre ad oggi quasi settimanalmente i giovani escono per le strade manifestando contro queste regime nella capitale, Khartum, e in altre città del Sudan. Purtroppo le forze dell’ordine e i militari che costituiscono questo regime usano le armi contro questi giovani: fino ad oggi sono morte 114 persone in circa 7 mesi solamente perché sono uscite per le strade chiedendo il ritorno della democrazia in Sudan.

AG: Qual è la portata numerica di queste manifestazioni? Che tipo di persone compongono questo gruppo?

AAAK: Quasi tutto il popolo è contro questo regime ma la maggior parte delle persone che esce per le strade sono giovani. Il 60% della popolazione sudanese è sotto i 35 anni: tantissime persone non appartengono ai partiti politici ma sono semplici sudanesi che chiedono la libertà e la democrazia, sono seguiti da alcune organizzazioni civili o professionali, tipo l’organizzazione degli avvocati democratici, l’organizzazione dei medici, degli insegnanti delle scuole e delle università, degli autisti, quasi tutti i sindacati e anche i contadini, tantissimi operai delle varie città del paese.

Quando sono organizzate queste processioni, i sudanesi le chiamano milionie, che significa “siamo come minimo un milione di persone che usciamo questo giorno per far sentire la nostra voce, per far capire ai militari che noi siamo contro la dittatura e il regime militare”. Tutte le settimane migliaia e migliaia di persone manifestano nella città di Khartum e addirittura per non far radunare tante persone vicino ai palazzi del governo ci si è abituati a chiudere i ponti.

Khartum [foto|Christopher Michel]
Khartum è infatti la città delle tre città (Khartum, Omdurman e Khartum Nord), collegate tra di loro da 6, 7 ponti; i militari chiudono i ponti con dei container (quelli usati per trasporto delle merci) per non far arrivare le persone, usano le armi e tagliano internet ogni sabato (oppure ogni giovedì) quando ci sono queste manifestazioni, proprio per non far esprimere la voglia di cambiamento.

AG: Quali sono le richieste nello specifico?

AAAK: La richiesta principale, che comprende tutto, è il ritorno alla democrazia, il rifiuto del regime militare. Perché i sudanesi quando escono per le strade hanno lo slogan in arabo tradotto come “deve cadere e basta”: questo governo deve cadere e basta. Dopo, sotto un normale sistema democratico liberale, si può arrivare alle elezioni e si può arrivare alla costituzione di un governo composto da chi vince le elezioni.

AG: Qual è la situazione in Sudan rispetto ai diritti civili, alla libertà di espressione sia per gli uomini che per le donne?

AAAK: Ormai da decenni il Sudan è stato condannato, anche durante il regime di Omar al-Bashir, dalle organizzazioni per i diritti umani più di una volta. Il governo sudanese è stato richiamato al rispetto dei diritti delle donne dei bambini: il Sudan è uno dei paesi non firmatari della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura e  il sistema militare usa moltissimo la tortura per impaurire le persone e impedire che dicano la loro contro il regime attuale.

Bambine sudanesi [Foto| United Nations]
AG: Dal tuo osservatorio quali sono i possibili scenari futuri, c’è il rischio di una nuova guerra?

AAAK: Il rischio di una nuova guerra civile è molto presente: 51 persone dell’ex regime e dei militari al governo in Sudan compaiono sulle liste della Corte Penale Internazionale dell’Aia sui crimini di guerra e sui crimini contro l’umanità; tra loro figurano il presidente attuale, il generale Abdel Fattah al-Burhan, e il suo vice, il generale Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemetti. Nella regione del Darfur sono state commesse atrocità e loro sono stati listati o come persone che sapevano dei fatti oppure perché accusati da alcune vittime.

Quindi loro per non far tornare al sistema democratico che sicuramente li consegnerebbe all’Aia vorrebbero che i militari governassero sempre questo paese dimostrando che nel paese c’è instabilità, c’è una guerra civile; quindi loro fomentano l’odio tra le regioni, perché il Sudan è composto da tantissimi popoli, non solo dalle persone che parlano arabo ma tante altre. L’ultimo caso è di pochi giorni fa (il 14 luglio 2022) nella città di Damazin e nella città di Roseires nella regione del Nilo Azzurro, dove è cominciato un conflitto veramente armato tra l’etnia Hausa e le tribù che vivono in quelle regioni.

Parte di quella regione è sotto il controllo dei ribelli, quindi l’esercito è pronto per intervenire in quella zona; come quel conflitto nella zona del Nilo Azzurro potrebbero succederne altri in altre parti del Sudan, perché il Sudan è composto da tantissime regioni e da etnie diverse, quindi la possibilità di avere una guerra civile come quella ancora in corso nel Darfur, è reale anche nell’est, nel sud e nel nord del Sudan.

AG: Tornando al golpe dell’ottobre 2021 è corretto dire che la vera ragione che ha portato a questo golpe è che il generale Abdel Fattah al-Burhan voleva in qualche modo salvare se stesso dal Tribunale dell’Aia? 

AAAK: Sì, vorrebbe salvare se stesso, infatti gli slogan di questa manifestazione sono che il generale al-Burhan dev’essere consegnato all’Aia, il generale al-Bashir dev’essere consegnato all’Aia e che i militari devono fare il loro lavoro, devono fare i militari e non i politici. Durante tutto questo conflitto politico dal 2019 fino ad oggi al-Burhan e Hemetti sono responsabili di tutte le uccisioni.

Loro hanno disperso prima, il 3 giugno del 2019, un sit-in durato due mesi davanti al quartier generale dell’esercito sudanese: alcuni giovani sono stati buttati vivi nel Nilo legati a dei macigni, sono stati trovati dopo qualche giorno. Dal 25 ottobre del 2021 fino ad oggi sono state uccise 114 persone, quindi saranno anche processati in Sudan o all’estero per questi crimini.

Fino ad oggi la posizione da parte della comunità internazionale non è mai stata chiara: ci sono delle condanne ma non un intervento in Sudan che interrompa l’azione dei militari contro il popolo sudanese che manifesta pacificamente tutte le settimane chiedendo libertà e democrazia e tutte le settimane conta delle vittime.

AG: Che tipo di figura politica è invece il primo ministro Abdallah Hamdok, deposto dal colpo di Stato?

AAAK: Hamdok è stato scelto, quasi una novità, da tutti i partiti come Primo Ministro del governo transitorio ma purtroppo il 25 ottobre del 2021 è stato rovesciato e attualmente vive negli Emirati Arabi. Hamdok è un politico non appartenente a nessun partito: lui inizialmente faceva parte del Partito Comunista, ma durante il suo governo neanche il Partito Comunista era contento delle misure economiche introdotte dal suo governo. Lui ha avuto il supporto di quasi l’80% del Popolo sudanese e di tanti altri partiti sia di opposizione che quelli moderati appartenenti al vecchio regime.

AG: Quali forze straniere ci sono dietro gli ultimi eventi, e come stanno cambiando gli equilibri tra le grandi potenze?

AAAK: Ci sono forze straniere che collaborano molto e danno supporto. Il primo è l’Egitto perché l’Egitto di al-Sisi è governato dai militari ed è un paese che dalla sua indipendenza nel ’52 non ha mai avuto una democrazia. Come paese confinante con il Sudan a loro non conviene che in Sudan ci sia un sistema democratico e di libertà, perché c’è la paura del contagio come nella Primavera Araba. Siccome i militari governano in Egitto, loro sono molto interessati che in Sudan ci siano militari al Governo, perché tra di loro possono collaborare e difendersi a vicenda contro i loro popoli.

Poi ci sono l’Arabia Saudita ed Emirati Arabi che hanno dei grandi interessi, specialmente gli Emirati Arabi che commerciano di contrabbando con le milizie sudanesi. A loro interessa molto che rimangono queste figure militari, al-Burhan e Hemetti, che assicurano l’arrivo dell’oro sudanese, da sempre venduto tramite gli Emirati Arabi che ci guadagnano moltissimo. Anche l’Arabia Saudita e la stessa cosa vale per la Russia di Putin, molto interessati ad avere basi militari sul Mar Rosso e lavorano moltissimo nelle miniere dell’oro come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi.

Ormai è normale vedere nel deserto delle persone bionde (i russi), ma non ci si può avvicinare per capire cosa stanno facendo. Varie persone dicono nei villaggi vicini che vedono elicotteri arrivare e volare sopra ma non sanno chi sono. Sono elicotteri russi.

AG: Immagino che tutta questa situazione di instabilità e violenza da parte dell’esercito provochi un flusso di profughi verso l’esterno del Sudan: quanti sono, dove vanno e quali ostacoli si trovano ad affrontare?

AAAK: Tantissimi giovani del Sudan stanno solamente pensando al loro futuro dopo la laurea: trovare la soluzione per andare all’estero e arrivare in Europa per poter continuare di studiare oppure lavorare, e semplicemente anche di salvarsi perché molti di loro sono ricercati e schedati. Cercheranno in qualche modo di arrivare in Europa attraverso il deserto per arrivare in Libia e poi fare la traversata tramite le carrette del mare nel Mediterraneo oppure arrivare in Marocco per poter provare a passare dalla Spagna.

[Foto|Christopher Michel]
AG: Vuoi aggiungere altro che ritieni importante?

AAAK: Io penso frequentemente anche alla Comunità Europea: rispetto ad un paese come il Sudan, in difficoltà e in conflitto interno da 3 anni, non sentiamo mai una posizione unica da parte dell’Unione Europea ma solamente interventi della Troika, cioè della Gran Bretagna, della Norvegia e degli Stati Uniti, interessati moltissimo al problema del Sudan.

L’Unione Europea non ha moltissimo interesse verso quello che sta succedendo in Sudan e se la situazione continua così, con la difficoltà economica e con la povertà in aumento in questa instabilità politica, economica e militare, ovviamente che l’Europa sarà sempre la meta di questi giovani; Frontex dell’Europa cerca di chiudere le frontiere, ma questa non è una soluzione. La soluzione sta nel garantire tranquillità alle persone nei loro paesi, così che non debbano pensare di rischiare la vita per andare a vivere in Europa.

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Educatore professionale e formatore, ha lavorato in diversi ambiti del terzo settore. Nel suo lavoro mescola linguaggi e strumenti per creare occasioni di crescita personale attraverso esperienze condivise. Per Le Nius scrive di temi sociali e non profit.
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