Grecia e creditori: adesso basta

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Grecia e creditori: adesso basta
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Non è una partita di poker. Qui o vinciamo tutti o perdiamo tutti

dice Juncker in una conferenza stampa tesa come non mai. In questi giorni drammatici, alle porte di un referendum che potrebbe rappresentate il declino politico di un’Europa sempre più lontana dai suoi cittadini, riproponiamo l’analisi di cosa divide Eurogruppo, Fmi e il governo di Tsipras. L’ottimismo di una settimana fa è diventato panico in Europa: probabilmente pochi si aspettavano che Tsipras tenesse la schiena dritta di fronte alle minacce di default. Eppure, sta andando proprio così, e il bivio a cui si trova davanti l’Unione Europea sembra decisivo per il suo futuro. Con buona pace della propaganda anti Tsipras a cui assistiamo questi giorni.

15 maggio.

Lunedì 11 maggio si è svolta a Bruxelles l’ennesima riunione dell’Eurogruppo, il summit dei ministri delle Finanze dell’area Euro, per fare il punto sulla situazione del negoziato in corso fra il governo greco e le istituzioni di riferimento, cioè l’ex Troika (Ue, Fmi, Bce). Le dichiarazioni di uscita del vertice recitano “è benvenuta l’intenzione delle autorità greche di accelerare il loro lavoro per restituire i crediti, puntando a raggiungere una conclusione positiva della revisione dei conti in modo tempestivo”. Cerchiamo di capire cosa significano davvero.

La Grecia e i 750 milioni al Fmi: fatto

Innanzitutto va tenuto presente che, proprio prima del meeting dell’Eurogruppo, una grande spada di Damocle incombeva sul negoziato: Atene doveva restituire al Fondo Monetario Internazionale 750 milioni entro il 12 maggio. Ebbene, lo “sfiduciato” Varoufakis – così era stato definito dai media internazionali il Ministro greco del Tesoro -, appena prima del vertice di Bruxelles, ha annunciato la svolta comunicando l’avvenuto ordine di pagamento della somma dovuta. Dove ha trovato questi soldi?

Il Governo greco ha attinto a una ulteriore linea di credito che ogni Stato sovrano detiene presso il FMI, per ripagare la rata in scadenza. Qualcuno potrà trovare bizzarro che si attinga a un prestito per ripagarne un altro, peraltro alla stessa istituzione creditrice, ma in fondo non c’è nulla di strano. In molte crisi di debito sovrano nel passato – si ricorda ad esempio il caso del Messico nel 1982 – i creditori forniscono nuova liquidità al proprio debitore per consentirgli di iniziare a ripagare il debito arrivato a “maturità”, o scadenza. In ogni caso, insomma, questa mossa ha aiutato la Grecia a distendere l’atmosfera pre-vertice.

Referendum in vista?

Come in un gioco da “poliziotto buono, poliziotto cattivo”, in aggiunta a questa mossa rassicurante verso i creditori Tsipras ha sventolato lo spauracchio del referendum. Di che si tratta? Si parla di un referendum sui contenuti di una ipotetica intesa con i creditori della Grecia, nel caso in cui i creditori avessero chiesto nuove misure di austerità su lavoro e pensioni che avessero superato le linee programmatiche e intoccabili del governo Tsipras, eletto il 25 gennaio scorso proprio per invertire la rotta e mettere fine alle politiche dei sacrifici.

Se questa ipotesi in passato faceva drizzare i capelli in testa al Ministro delle Finanze tedesco, il granitico Wolfgang Schauble, questa volta l’annuncio non ha comportato scosse telluriche significative. Anzi, Berlino si è dimostrata aperta all’ipotesi. A fine 2011 Angela Merkel e Nicholas Sarkozy avevano impedito all’allora premier Papandreu di organizzare un referendum sulla permanenza della Grecia nell’Eurozona. Oggi invece un referendum sembra non fare più paura a Berlino, o almeno così pare, poiché forse è una tecnica negoziale per spuntare l’arma del ricorso al referendum. Si potrebbe infatti trattare di un approccio per mettere Tsipras alla strette: se il premier lo perdesse, questo fantomatico referendum, cosa succederebbe?

grecia
@European Parliament

Nuovo accordo?

Atene, infatti, ha bisogno entro il 30 giugno dell’esborso della prossima tranche di prestito da parte dei suoi creditori. Come ha spiegato il presidente dell’Eurogruppo, l’olandese Jeroen Dijsselbloem, i ministri delle Finanze devono decidere l’esborso della tranche da 7,2 miliardi ancora in sospeso nel programma, la cui scadenza è stata prorogata al 30 giugno, in occasione della riunione del 20 febbraio scorso. Al fine di giungere all’accordo, alcuni nodi vanno ancora sciolti. Secondo il Commissario degli Affari Economici UE, Pierre Moscovici, sono ancora aperte questioni come “pensioni e mercato del lavoro, sulle quali Atene deve presentare proposte alternative”.

Come è facile intuire, non si tratta di piccole questioni. A detta di tutti gli attori coinvolti, tuttavia, circola un discreto ottimismo. Anzi, le istituzioni UE hanno oltremodo apprezzato l’intenzione di Governo greco di convocare in anticipo sulla tabella di marcia un nuovo Eurogruppo, per arrivare a marce forzate a un accordo definitivo. Non è infatti un mistero che Atene abbia necessità vitale di ottenere la liquidità assicurata per le sue banche e l’aumento del tetto di emissione dei bond sovrani. Non a caso Tsipras sta facendo molta pressione su Draghi.

Orizzonte politico

Sono dunque chiari gli elementi in gioco, le cifre, le scadenze, i punti in discussione. Come se ne uscirà? È necessario, ovviamente, che la parti si incontrino su un terreno comune. Questo può avvenire solo se, pur in un contesto di serietà e realismo – che la Grecia sembra aver compreso – i creditori si renderanno conto di non poter proporre misure analoghe a quelle che sotto l’egida della Troika sono state un fallimento. È inutile indurirsi su posizioni assurde o al limite del macchiettismo, per le quali i greci sarebbero un popolo di furbetti che non intendono pagare le tasse e i debiti. Certamente hanno le loro colpe e non hanno contribuito a impedire che di loro si creasse tale immagine, ma i greci sono anche un popolo in difficoltà. I creditori non devono forzare la mano su misure altamente impopolari e dal grande impatto sociale, bensì trovare il modo in cui ottenere soddisfazione delle proprie pretese ma allo stesso tempo ingenerare nella Grecia la sensazione concreta di un aiuto verso un futuro migliore, di crescita e modernità in un Unione seria e severa, certo, ma anche amica e solidale. Non sembra infatti utile a nessuno concepire come unica via l’applicazione di misure draconiane, le quali probabilmente non faranno altro che generare una crisi continua e autoalimentata.

Questo è il punto: si vuole aiutare la Grecia a ripagare il debito o si vuole, invece, aiutare la Grecia a e la sua economia a ripartire? Nel primo caso, bastano altri prestiti capestro che mantengono Atene sull’orlo del baratro, in una condizione in cui non può rifiutare mai, pena il collasso totale. Nel secondo caso bisogna invece ascoltare un governo democraticamente eletto, che non è quello dei furbetti che truccarono i conti. Bisogna dare ascolto alle misure che propone, uscendo da questa pietosa ottica punitiva e da questo gergo simil-razzista, applicando alla Grecia una versione attualizzata dei criteri che si applicarono alla “Germania anno zero”, cioè allo Stato che aveva causato il secondo conflitto mondiale e che ne usciva distrutto completamente. Significa un piano di aiuti e di crescita, serio e condizionato a impegni da rispettare, ma che sia slancio per il futuro e non un giogo perenne appeso al collo. Altrimenti a cosa serve aver costruito l’Europa?

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Milano, Dublino, Londra e Bruxelles. Specializzato in diritto bancario, dei mercati finanziari e dell'Unione europea, collaboro con le facoltà di Economia e Diritto di alcune università europee.

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