Governo Renzi: l’ombra di De Benedetti sull’esecutivo?

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Più vedo un imprenditore dietro un’operazione politica più ho conferma di tutte le mie preoccupazioni

diceva il ‘catopleba’ Fabrizio Barca al finto Nichi Vendola de ‘La Zanzara’ di Radio 24 lo scorso 17 febbraio. Il riferimento per nulla velato dell’ex – e da più parti apprezzato – ministro era l’ingegner Carlo De Benedetti, fondatore di Cir, editore de ‘La Repubblica’, editorialista de ‘Il Sole 24 Ore’, tessera numero uno del Partito Democratico.

Eppure questo inquietante segmento dello sfogo di Barca, tale da figurare la longa manus dell’Ingegnere dietro la nascita repentina del governo Renzi, è stato subito accantonato, adducendo motivazioni deontologiche: “Cruciani è scorretto, questo non è giornalismo”, hanno sostenuto i più. Lo stesso presidente del Gruppo Espresso, subito dopo replicò impunemente: “Non mi occupo di nomine politiche perché non è il mio mestiere. Ho sempre rispettato l’autonomia della politica”.

Pur prendendo atto della denuncia del metodo de ‘La Zanzara’ e della smentita di De Benedetti, rimane comunque in piedi il merito: c’è o dietro al governo Renzi la mano di De Benedetti? La risposta è ‘sì’ ed è verificabile mettendo insieme, in un incastro perfetto del puzzle, fatti e nomi.

Partiamo con una formale premessa: il quasi ottantenne ingegnere dal 2009 non ricopre alcuna carica all’interno della holding di famiglia Cir, avendo girato tutte le quote ai suoi tre figli: Rodolfo, Marco e Edoardo. Mantiene per sé la sola pesante poltrona di presidente del gruppo Espresso: ancora forte la passione e il richiamo per l’editoria, così com’è ancora determinante nel paese e nell’opinione pubblica il ‘partito di Repubblica’. Eppure questa generale dismissione, a beneficio dei figli, degli asset di famiglia, non lo esime dall’occuparsi dei destini del gruppo e soprattutto non lo libera dai grattacapi legati a Sorgenia, ovvero il primo operatore privato italiano nel mercato dell’elettricità e del gas, detenuto al 52,9% dai De Benedetti.

Cir, a un passo dal fallimento

A 15 anni dal doloroso addio all’Olivetti, la holding Cir è a un passo dal crollo, colpita dalle falle nel bilancio di Sorgenia. Il gruppo energetico è infatti alle prese con un debito da far tremare i polsi pari a circa 1,9 miliardi di euro, un’esposizione che investe 21 banche, tra cui le principali del sistema creditizio, come Unicredit, Intesa San Paolo e Mps, quest’ultima per altro non solo la più esposta, con oltre 600 milioni, ma anche azionista del player energetico.

Non solo: a mettere sale sulla ferita è la stessa Cir che, in una comunicazione prodotta su richiesta della Consob, l’autorità di vigilanza del mercato e della borsa, pochi giorni fa scriveva che “in assenza del ripristino di finanziamenti, Sorgenia potrebbe avere un’autonomia finanziaria di circa un mese”. La deadline per la sopravvivenza del gruppo di energia controllato da Cir è posta per fine marzo e le trattative per la soluzione del nodo dell’indebitamento con le banche (convertendo o ricapitalizzazione?) ancora senza via d’uscita.

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Sorgenia: perché sta fallendo?

Ma da cosa derivano i problemi di quella che nelle intenzioni, e nelle ambizioni, della Cir doveva essere una piccola Enel? Diversi i fattori: per un verso un business plan fatto di acquisizioni onerose e onnivore, origine del pesante indebitamento; per un altro dal crollo della domanda energetica innescato dalla crisi. Il tutto passando per la priorità attribuita alle rinnovabili nella produzione di energia in relazione al quotidiano fabbisogno (quello che tecnicamente si chiama ‘dispacciamento’) a scapito, ovviamente, di tutte le altre produzioni.

Senza dimenticare la sberla arrivata dalla svalutazione della partecipazione in Tirreno Power, ovvero la centrale a carbone di Vado ligure di cui Sorgenia ha il 39% e che, oltre ad avere sul groppone un debito monstre di 800 milioni di euro, è finita al centro del ciclone per un’indagine avviata dalla procura di Savona: l’accusa è di quelle shock, disastro ambientale. Secondo i magistrati la produzione di energia dal carbone avrebbe causato, dal 2000 al 2007, oltre 400 morti addebitabili alle emissioni nocive.

All’orizzonte per la galassia De Benedetti, racchiusa nella holding Cir, nubi nere e nessuno spiraglio passa attraverso l’impegno del mezzo miliardo intascato da Berlusconi come risarcimento per il lodo Mondadori, già impegnati per tappare le falle della piccola Enel.

De Benedetti e il Governo Renzi

C’è una sola via d’uscita per la famiglia De Benedetti: avviare una capillare azione di lobby o per meglio dire, alla luce dello sfogo di Barca, pressioni sul fronte politico per salvaguardare gli asset di famiglia (sempre che, come si spiffera nei palazzi del potere, i De Benedetti non decidano come extrema ratio di lasciare andare alla deriva Sorgenia con le banche pronte a convertire in azioni i loro crediti).

Quindi, mentre pubblicamente va avanti, seppur con difficoltà, la discussione con le ventuno banche creditrici la ristrutturazione del debito, parallelamente l’interlocuzione con la politica segue. Incassate le defezioni nella composizione della squadra dei ministri, noto il niet di Barca, a partire dall’editorialista di punta sui temi del lavoro di largo Focchetti, Tito Boeri, sponsorizzato per il dicastero del lavoro, e del professore bocconiano, Guido Tabellini, in predicato per il Ministero di via XX settembre ma cassato perché componente del Cda della stessa Cir, non rimane che puntare su Federica Guidi allo Sviluppo economico (senza contare il dalemiano Padoan, neo titolare della scrivania di Quintino Sella, e le influenze dell’ex presidente del Consiglio sulla banca senese).

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Messa sulla graticola in questi giorni, specie da ‘La Repubblica’, perché accusata di essere filo berlusconiana (difficile negarlo), la Guidi sembra aver ricevuto piuttosto un avvertimento dal gruppo Espresso. Quest’ultimo infatti primo sponsor del governo Renzi, ad eccezione del fondatore Scalfari (ma è nota la sfiga che si abbatte sugli ‘incoronati’ dal direttore ‘liberale di sinistra’), con un’operazione di ‘lobby & pressione’ che dovrebbe produrre a breve i primi risultati.

Sulla scrivania del ministero di via Veneto, così come quella di Palazzo Chigi, c’è infatti un’ipotesi di lavoro che col passare delle ore assume corpo. Si tratta della classica “soluzione di sistema” – possibile grazie a una norma prevista nella legge di Stabilità ma che ha bisogno di un decreto ad hoc del Ministero dello Sviluppo economico – che mette insieme la politica, i big player energetici e le banche, per arrivare alla costruzione di una ‘bad bank’ dell’energia.

Un veicolo che metta insieme oltre 12 mila megawatt da centrali elettriche a gas per poi chiedere allo Stato un vero e proprio risarcimento per la concorrenza delle rinnovabili. Costruire insomma una sorta di mega centrale energetica in grado di entrare in campo quando le rinnovabili non bastano: mettersi così al servizio del fabbisogno energetico e chiedere di conseguenza allo Stato il capacity payment, ovvero una sovvenzione a fronte della “disponibilità di capacità”, stimata al momento a circa un miliardo di euro.

Pur coinvolgendo altre entità energetiche, come A2A e Enel, tale norma ha già assunto nei palazzi il nome di “decreto Sorgenia”. Ed è qui che entra in campo la ministra Guidi: toccherà a lei decidere sul decreto e chi più di lei, donna di punta del business energetico, attraverso l’azienda di famiglia Ducati Energia, può comprendere e condividere i problemi che investono una fetta importante del sistema industriale come quello delle centrali a gas?

Tant’è che la Guidi è stata messa sulla graticola per un potenziale, nonché concreto, conflitto d’interessi perché l’azienda di famiglia ha connessioni e commesse con un grosso pezzo del settore pubblico, a partire da Enel, ma nulla si è detto sulle connessioni, anch’esse potenziali quanto concrete, con quel segmento privato del settore energetico, ovvero Sorgenia. Un asse che emerse nella fase di progettazione del mega rigassificatore del porto di Gioia Tauro – gestito dalla società Lng Medgas Terminal, controllata da Sorgenia e Iren – quando si avvicinarono i nomi di Ducati Energia e di Sorgenia, e che ora ritorna alla luce con le decisoini attese sul decreto Sorgenia.

Tra le altre cose, è nelle mani del neo ministro dell’Ambiente Galletti, di fede centrista e nuclearista convinto, l’atteso via libera definitivo per la costruzione del rigassificatore in terra calabra. Chissà che non chieda consiglio, vista la comune ‘casiniana’ fede politica, per non parlare delle competenze accumulate negli anni, a colui che è in predicato per occupare la poltrona di consigliere economico del ministro Federica Guidi: l’ex presidente dell’Enel, ed ex ministro del governo Monti, Piero Gnudi.

Le tessere del puzzle ci sono tutte, per attribuire a parte di questo governo una patente debenedettiana. Sempre che le profezie barchiane sul futuro del governo Renzi non si avverino: “Ma tra 30 giorni – diceva Fabrizio Barca al fake di Nichi Vendola – quando si capisce che non c’è niente, il Paese dà di testa”. Prima di lui, di sicuro la Cir con l’intera famiglia De Benedetti, tirata giù dal debito di Sorgenia.

Immagine| Wikipedia

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Classe '79, nato a Napoli e, nella migliore tradizione partenopea, emigrato nella capitale alla ricerca di lavoro. Sono un giornalista, di quelli iscritti all'ordine dei professionisti (ma chi vuoi che ci creda ancora a 'ste robe?!), eppure da qualche anno sono impiegato nella, pur nobile, arte della stampa-e-propaganda. Faccio alcune cose, molte delle quali non mi qualificano. Tra queste mi annichilisco spesso al cinema.

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