Governo delle migrazioni: cosa succede attorno ai confini

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governo delle migrazioniDopo averne raccontato la storia, occupiamoci ora del governo delle migrazioni, ossia dell’utilizzo di spazi, frontiere e confini per gestire e controllare il movimento delle persone a livello internazionale, con uno sguardo specifico all’Europa.

Il governo delle migrazioni in Europa

Le realtà nazionali hanno un bisogno psicologico e politico di trincerarsi dietro i propri confini e, attraverso questi, gestire gli arrivi e le partenze per/dal proprio territorio. Come testimoniano l’istituzione dell’agenzia europea Frontex e l’avvio della più recente operazione italiana “Mare Nostrum”, siamo ossessionati dalla conservazione e protezione dei confini.

Sembra che l’Europa proprio non possa fare a meno di rimarcarli continuamente: ad ogni nuovo Paese che si avvicini all’inclusione politica nell’UE viene chiesta per prima cosa una garanzia sul controllo dei propri confini e politiche di gestione degli ingressi in linea con quelle dello spazio Schengen. Il sistema Schengen, operativo dagli anni novanta, è uno spazio di libera circolazione che elimina i controlli alle frontiere fra gli Stati aderenti (attualmente 26) e rafforza invece i controlli lungo le frontiere esterne: i cittadini provenienti da Paesi che non ne fanno parte possono entrarvi per turismo, studio, ricongiungimento o lavoro ma a condizione di possedere un visto di durata limitata (di solito a 90 giorni).

Con il Trattato di Amsterdam (1999) l’immigrazione e l’asilo diventano materia di legislazione comunitaria e iniziano ad essere espressamente regolamentati i criteri di accettazione e respingimento degli “extra-comunitari”: da allora, pur in un quadro tutt’altro che omogeneo, le direttive dell’UE danno un indirizzo alle legislazioni degli Stati membri in materia di governo delle migrazioni, mitigandole laddove esse risultino troppo restrittive.

Il governo delle migrazioni in Italia

L’Italia ha cominciato a legiferare sull’immigrazione solo a fine anni ottanta, parecchio tempo dopo cioè l’arrivo dei primi stranieri. Fino ad allora, sulla base di una legge fascista del 1931, l’immigrazione era stata trattata come un semplice problema di pubblica sicurezza. Si susseguirono da quel momento varie leggi: Legge Foschi (1986), Legge Martelli (1990), DL Dini (1995) e Legge Turco-Napolitano (1998) che pose le basi per la successiva Bossi-Fini (2002). Quest’ultima ha dato una sferzata in senso restrittivo al governo delle migrazioni in Italia istituendo, tra l’altro, i CID (Centri di Identificazione) e ponendo le basi per il futuro SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati); in seguito alle direttive europee del 2004, verranno inoltre istituiti i CARA (Centri di Accoglienza per Richiedenti Asilo).

Nell’analisi dei giuristi, di molti intellettuali e degli attivisti, la Bossi-Fini sembra essere una macchina programmata per produrre clandestinità: essa stabilisce infatti che uno straniero non comunitario possa ottenere un permesso di soggiorno per lavoro solo se, nel momento in cui fa ingresso in Italia, ha già stipulato un contratto con un datore di lavoro italiano. Ciò significa che o il datore di lavoro si è recato precedentemente all’estero e ha già conosciuto e contrattualizzato il suo futuro impiegato (caso assai improbabile), oppure che quest’ultimo è entrato irregolarmente in Italia e solo dopo gli è stato fatto un contratto che lo regolarizza. Per risolvere la scottante questione degli irregolari già presenti in Italia a quella data, ha inizio l’infinita altalena delle sanatorie che, da strumento accessorio, diventano un elemento strutturale delle nostre politiche migratorie.

Nel 2009 il Pacchetto Sicurezza prolunga da 60 a 180 giorni la permanenza nei CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione, ex CID), modifica in senso restrittivo la normativa sul ricongiungimento familiare e, soprattutto, introduce il reato di ingresso e/o soggiorno illegale, meglio noto come reato di immigrazione clandestina, peraltro cassato nel 2011 dalla Corte di giustizia europea perché irrispettoso dei diritti fondamentali dell’uomo. Solo nel 2014 il Parlamento ha avvertito la cogenza di un dibattito sull’abolizione del reato di clandestinità, questione rimasta però di fatto ancora parzialmente aperta.

Il successivo Accordo di integrazione (2010-12) istituisce la formula del permesso di soggiorno a punti, in base alla quale il diritto ai documenti è subordinato ad un monitoraggio della durata di due anni durante i quali lo straniero, cui all’ingresso sono stati accordati 16 crediti, si impegna a raggiungerne 30 attraverso una serie di adempimenti (fra cui un esame di lingua italiana, la conoscenza della nostra educazione civica, la stipula di un contratto d’affitto regolare ecc.).

All’inasprirsi dell’atteggiamento legislativo italiano nei confronti dello straniero hanno concorso, in misura da non sottovalutare, l’azione di lobbying condotta da parte delle comunità italiane all’estero (che hanno visto messe in pericolo le loro prerogative, ad esempio per quel che riguarda la cittadinanza) e la sistematica strumentalizzazione politica di cui l’immigrazione è stata l’oggetto privilegiato soprattutto da parte di forze come la Lega Nord.

Il governo delle migrazioni: stati e confini

L’ambito delle migrazioni è in grado di raccontarci moltissimo di ciò che l’Europa è e di come si va costruendo: di quali sono i rapporti, le intese e le frizioni fra gli Stati che si trovano a gestire in modo condiviso i confini che hanno in comune. I confini e gli Stati non sono entità eterne ed intoccabili: sono dei prodotti storici e giuridici che vanno compresi nel loro tentativo di riprodursi identici a sé stessi e soprattutto di “naturalizzarsi” (apparire cioè come dei dati di fatto, espressioni dell’ordine “naturale” delle cose).

Attorno ai confini si sviluppano così delle zone liminali, dove i poteri dello Stato si palesano nel controllo di ingressi e uscite, di persone e cose. Il confine tra gli Stati è una linea di separazione netta e definita giuridicamente, spesso dotata di apparati difensivi e di controllo: chi la supera senza l’apposita autorizzazione sta, di fatto, compiendo una violazione punibile per legge, diventando cioè “clandestino”: un’etichetta giuridica che si traduce presto anche in una condizione sociale ed economica.

Nel caso degli immigrati irregolari, ciò che viene attuato al confine europeo è il “respingimento alle frontiere”, mentre se una persona in condizione di clandestinità viene individuata quando è già dentro si parla di “espulsione” o, quando previsto, di “rimpatrio assistito” (anche qui, con regole diverse da Paese a Paese). In entrambi i casi, tuttavia, non è escluso che di fatto il migrante resti, invece di andarsene. Che cosa accade, dunque, ai confini dell’Europa?

La frontiera più porosa e problematica è rappresentata senz’altro dal Mediterraneo: di volta in volta Terra di mezzo o Mare chiuso, esso costituisce oggi la cintura meridionale in cui si gioca la reciproca definizione delle identità e degli interessi. Per ragioni banalmente geografiche le coste italiane sono il punto di approdo di molti migranti. Prima di arrivare da noi, spesso queste persone hanno compiuto tragitti lunghi ed articolati, soprattutto nel caso di chi deve attraversare il Sahara o proviene dal Medio Oriente: già durante il percorso africano, può succedere che vengano fermate, derubate, ingannate, rinchiuse, uccise o rimbalzate indietro, e debbano ricominciare da capo il loro viaggio. Quando riescono ad arrivare in Libia, da cui partono in gran parte i barconi gestiti dai trafficanti, molti di questi uomini devono fermarsi a lavorare per mettere da parte la somma (in media più di 1000 euro) necessaria ad assicurarsi un posto sulla prossima barca in partenza. Possono volerci mesi, a volte anni.

Se poi riescono ad imbarcarsi e ad arrivare vivi sulle coste italiane, ecco che vengono smistati nei centri di accoglienza. E qui si mette in moto una macchina burocratica che sembra andare volutamente molto piano: i naufraghi non vengono identificati subito, ma solo dopo un paio di giorni; nel frattempo, chi vuole viene lasciato libero di andarsene ed è così che molti dei nuovi venuti prendono il treno per Milano, da dove poi cercano di raggiungere il Nord Europa: ovunque arrivino, non sarà già più possibile identificarli e quindi rimandarli indietro all’Italia, come invece prevedrebbe il Regolamento di Dublino, norma europea in base alla quale la domanda d’asilo deve essere presentata nel primo paese di arrivo, a cui i migranti vengono solitamente rinviati se trovati a vivere altrove.

Ecco perché le riflessioni, gli studi e le azioni di disobbedienza che hanno come focus la migrazione (sono di questi giorni il documentario Io sto con la sposa e l’iniziativa No borders train organizzata a Milano il 21 giugno) si stanno spostando dalla cintura del Mediterraneo alle linee dei confini interni all’Europa, visto che è proprio l’attraversamento dell’Europa (e non la permanenza in Italia) l’attuale obiettivo della maggior parte dei migranti.

Il confine, quindi, è tutt’altro che immobile: in alcuni punti si estende all’infuori, in altri si ritrae per inseguire le traiettorie di chi lo vìola, e disegna in tal modo una geografia variabile e più che mai politica. I confini si incontrano e superano non una, ma molte volte nel corso di un’esperienza migratoria: sono rappresentati già dalle ambasciate straniere nel Paese di partenza, poi dai trafficanti, che ricattano sistematicamente i migranti, mentre all’ingresso nel nuovo territorio ad incarnare il confine sono le autorità di polizia. Il confine lo si porta con sé anche dentro il Paese d’arrivo, nel costante dovere di esibire i documenti e nello stigma socio-culturale che troppo spesso accompagna gli stranieri anche dopo anni di permanenza nel nuovo Paese.

Eppure se, dell’etimologia di confine (cum + finis = punto in cui due terre finiscono insieme) proviamo a tenere l’accezione positiva, ne ricaviamo l’idea che i confini dovrebbero essere il luogo dell’incontro, del confronto, del contatto e non del rifiuto o del respingimento. È in questo senso che occorre ripensare i confini stessi, come proposto dal documento della Carta di Lampedusa redatta tra gennaio e febbraio 2014 .

C’è tuttavia un ultimo aspetto da comprendere riguardo al governo delle migrazioni nello spazio europeo: le politiche di frontiera europee non sono pensate per escludere bensì per filtrare gli ingressi. Attorno al confine (esterno ed interno) non si attua uno sbarramento totale, ma quella che Sandro Mezzadra definisce “selezione” o “inclusione differenziale”.

L’Italia, come l’Europa, ha bisogno di migranti e, in particolare, di clandestini per abbassare l’asticella dei diritti civili di tutti, non nei rapporti internazionali ma in quelli sociali ed economici dentro il nostro Paese. Lo dimostrano gli ormai numerosi decreti sui flussi, i partenariati ad hoc per le quote d’ingresso e le fin troppo puntuali sanatorie ma anche la concomitanza cronologica, in Italia, di leggi sull’immigrazione orientate in senso restrittivo e leggi sul lavoro che vanno verso la definizione di una sempre maggiore incertezza, subordinazione e precarietà.

Il confine, insomma, funziona da filtro per la creazione e lo smistamento delle nuove differenze sociali. Questo dispositivo che ri-articola le forme della cittadinanza e i profili del mercato del lavoro non decide se si entra, ma come si entra – e poi si vive – in Europa e in Italia: se da cittadini, da turisti, da rifugiati, da lavoratori stagionali o lungo-soggiornanti, da overstayers o da clandestini. Il compromesso giuridico, lavorativo, abitativo e sociale che gli immigrati sempre più spesso sono costretti ad accettare si sta estendendo, attraverso la loro esperienza, a tutti noi.

Immagine | Cliff

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Antropologa culturale e insegnante di italiano a stranieri con una passione per l’etnografia, la glottodidattica e la narrazione. Lettrice onnivora e compulsiva, scrive col contagocce perché non ama sprecare le parole. Adora le birre artigianali e, finora, le migliori idee le sono venute andando in bicicletta.

1 Comment

  1. Il vero cuore nero dell’Europa, fonte di mali molteplici, quali addirittura i conflitti medio-orientali (la scellerata divisione dei resti dell’impero ottomano franco-inglese del 1916, condotta con arrogante piglio colonialistico) e la mala gestio delle migrazioni, è, in ultima analisi, il colonialismo.
    Se e quando si affronterà seriamente il problema del colonialismo otto-novecentesco, le sue fonti ideologiche, le sue pratiche ricorrenti, i suoi tragici cascami ultradecennali, forse potremo dirci finalmente civili, evoluti. Europei.
    Interessantissima la chiusa: vero, quando abbassi troppo l’asticella per una categoria sociale, la frittata è già stata fatta, sono tutti pronti per ulteriori (silenziosi) declassamenti, rivolti ad altre categorie. Ecco perché lo straniero parla sempre di/a noi.

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