Gli eroi imperfetti: intervista a Stefano Sgambati

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Gli eroi imperfetti: intervista a Stefano Sgambati

Dallo studio di YouPorn alla vita di Ponte Milvio: in mezzo qualche antologia e tanto giornalismo. Questo il percorso che ha condotto Stefano Sgambati a scrivere Gli eroi imperfetti, suo ultimo libro pubblicato dai tipi di minimum fax.

Se avete letto in giro qualcosa, saprete che l’hanno definito un giallo, ma non c’è un crimine o misteri risolti, solo l’umanità con la sua routine e le sue micro avventure.

Succede poco ne Gli eroi imperfetti, ma quel poco è scritto senza lesinare stile e arguzia, trasformando il romanzo in una specie di manuale per la vita emotiva contemporanea, esplorata attraverso l’esistenza di cinque persone che srotolano i propri giorni nel quartiere romano di Ponte Milvio.

Gli eroi imperfetti: intervista a Stefano Sgambati

Cosa ti ha dato l’idea per scrivere Gli eroi imperfetti?

Uno spunto vago, quasi un cliché letterario: gente borghese adulta che durante una cena a casa non particolarmente riuscita si inventa un classico “gioco della verità” per respingere qualche silenzio di troppo. Uno dei commensali, a sorpresa, quand’è il suo turno, racconta qualcosa di mostruoso di cui è stato forse testimone, forse artefice, non si sa, non viene rivelato mai. Gli eroi imperfetti è un romanzo sulle conseguenze di un fatto senza quel fatto.

Chi sono per te gli eroi imperfetti?

Qualsiasi vivente è per antonomasia eroe e imperfetto. Vivere costituisce di per sé un atto di coraggio, se non contronatura. Credo che il vero abominio sia proprio “essere umani”: la parzialità del nostro punto di vista, miserrimo, ridicolo, che soltanto un ostinato solipsismo può concederci di ritenere “assoluto” o sensato; questo è il fardello che ci dobbiamo tenere. I personaggi del mio romanzo non fanno mai la scelta giusta, anche se credono di sì, ci provano, spingono, sbraitano, insistono, si impegnano – come tutti noi – ma falliscono, si ritrovano sempre al punto di partenza, ma senza più tutta quella energia che era servita per trovare il coraggio iniziale. Questa è una cosa che succede a tutti. Lo sappiamo e viviamo lo stesso, il più delle volte serenamente: non mi risulta ci sia niente di più consapevolmente eroico e al contempo inutile al mondo.

“Le cose vogliono essere dette”: cosa ti ha fatto realizzare questa verità ineluttabile comune a tutti gli esseri umani?

In ciò che vogliamo dire esiste un gigantesco sottotesto e un complicato reticolo di conseguenze di cui non ci rendiamo conto. Una cosa detta non si ferma mai davvero lì, ma fa un giro, penetra, feconda, ingravida a distanza e questo può atterrire il parlante anche più del ricevente. Mi sono fatto l’idea che se dipendesse esclusivamente dal nostro “raziocinio”, resteremmo per tutto il tempo in silenzio, zitti. Allora mi è venuto in mente che deve esistere una specie di “personalità” delle cose che vogliono essere dette; cioè che arrivati a un certo punto, dopo un periodo di gestazione tutto nostro del pensiero, non dipenda più da noi, dalla nostra reale volontà, e allora “diciamo”, “parliamo”.

Cosa è cambiato nella tua vita dopo la pubblicazione del romanzo?

Non granché. Ho conosciuto tantissime città d’Italia che prima non avrei nemmeno saputo indicare sulla cartina geografica, passato ore e ore in compagnia di perfetti sconosciuti e per la prima volta ho percepito l’esistenza di un “pubblico”.
C’è stata anche un po’ di delusione: avrei preferito una maggiore attenzione da parte della stampa cosiddetta “main stream”, perché il mio romanzo lo avrebbe meritato visto la merda assoluta e insignificante che in genere promuovono e recensiscono con toni misteriosamente entusiastici. Invece le solite firme giornalistiche si sono dimostrate anoressiche, vuote cariatidi incapaci di curiosità e reale attenzione letteraria. È successo qualcosa di simile anche per molti altri scrittori italiani più talentuosi di me, pubblicati con grandi case editrici: penso a Francesco Fagioli, Giordano Tedoldi, Fabio Viola, per citarne tre, che hanno scritto romanzi fondamentali per la letteratura italiana moderna e che sono stati bellamente ignorati dalla stampa più autorevole. Peccato: troppi aperitivi, forse.

Qual è la tua routine da scrittore?

Non esiste, tutto sommato. Divido l’attività letteraria con quella più “alimentare” di giornalista, finché mi sarà possibile farlo. Tendo a pensare che più di quattro ore al giorno non si possa scrivere con profitto. Diverso è quando devo occuparmi di revisione o di riscrittura: in tal caso posso anche eccedere le quattro ore.

Quali scrittori o romanzi influenzano il tuo stile?

Né contemporanei, né cosiddetti “classici”. Non sono un lettore accanito né seriale. Immagazzino poco di quello che leggo e ricordo la metà. Per me leggere è un atto di puro intrattenimento. Non ha nulla a che vedere con l’atto di scrivere, se non per un fatto: leggere può aiutare chi scrive a capire che ogni cosa si può trasformare in letteratura. Ogni cosa.

Salinger beveva la sua urina, Shakespeare non sapeva scrivere il proprio nome e frodava il fisco: qual è il più torbido segreto di Stefano Sgambati scrittore?

Verrà fuori di certo in qualche biografia spero postuma.

La citazione: “Gli adulti sono quelle persone che rimangono sedute a tavola pure quando le cose nei piatti sono finite.”
Consigliato a chi: ama David Grossman.
Il libro: Gli eroi imperfetti, Stefano Sgambati, pp. 279, 15 euro, minimum fax 2014

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Stefania nasce nel '82, mentre in Portogallo si dava alle stampe l’allora sconosciuto Il libro dell’inquietudine di Pessoa. Il suo destino sembra essere legato all’editoria: lavora per 10 anni in 4 diverse fucine editoriali. Sin dai tempi dell'università, scrive di libri su vari portali. Ora lavora come web editor freelance, scrive di libri, finanza e lifestyle e, quando è tempo, fa l’olio più buono del mondo.

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