Giuseppe Catozzella: storie socialmente miracolose

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giuseppe catozzellaGiovane ma già autorevole, Giuseppe Catozzella scrive su ilfattoquotidiano.it e si è fatto conoscere al pubblico con Alveare, romanzo-inchiesta molto apprezzato sulla ‘ndrangheta del nord.

Il 7 gennaio scorso è uscito Non dirmi che hai paura, il libro che racconta la storia di Samia Yusuf Omar, giovane atleta somala che partecipò alle Olimpiadi di Pechino del 2008 e che perse tragicamente la vita nel 2012 al largo di Lampedusa, di cui abbiamo scritto qui.

La redazione di Le Nius è riuscita a raggiungere e intervistare Giuseppe Catozzella, che ci svela qualche retroscena sul libro, su come ci si appassiona e ci si documenta su una storia e, dulcis in fundo, parla di miracoli della letteratura e cuori che aprono la mente.

Giuseppe Catozzella in due righe

Mi chiamo Giuseppe Catozzella, di lavoro faccio lo scrittore e l’editor e cerco di essere una persona libera che pensa con la sua testa. Vedo la scrittura come un percorso di svolgimento della mia consapevolezza.

Come ti sei avvicinato alla storia di Samia e perché hai deciso di raccontarla?

Mi ci sono imbattuto per caso. Ero in Kenya, nell’arcipelago di Lamu, a nord, e stavo cercando un’altra storia per il mio libro: una storia che riguardava il presidente degli Stati Uniti Barack Obama e i taliba. Una mattina, in ostello, mentre facevo colazione con Al Jazeera accesa mi è arrivata la notizia dell’incredibile storia di Samia Yusuf Omar. Ho smesso di ricercare la storia che stavo inseguendo e sono ritornato in Italia. Dovevo scrivere la storia di Samia.

Come sei riuscito a trovare materiale sulla vicenda di Samia, in particolare sui suoi anni in Somalia e sul suo viaggio verso l’Europa conclusosi tragicamente?

Sono state fondamentali cinque persone per ricostruire fedelmente la storia di Samia. Ognuna a suo modo e in maniera diversa. Igiaba Scego, Zahra Omar, Teresa Krug, Hodan (la sorella di Samia) e Nigist, una ragazza che ha vissuto con Samia nella sua ultima casa di Tripoli, dove vivevano in quaranta donne. Soprattutto Hodan mi ha affidato la storia di sua sorella. Ha aperto, dopo un’iniziale diffidenza, lo scrigno della vita di Samia e mi ha fatto guardare dentro.

Non dirmi che hai paura. Da dove viene questo titolo?

“Non dirmi che hai paura” era la frase che il padre di Samia diceva a lei e Hodan quando erano piccole ed erano spaventate da qualcosa. Lui raccomandava loro di non nominare le cose che facevano paura per evitare che quelle arrivassero per davvero. La stessa frase poi è passata a Mannaar, la figlia di Hodan e nipote di Samia, e quindi passa di generazione in generazione. Era il titolo perfetto.

Il libro è stato elogiato da Erri De Luca, Gad Lerner, Goffredo Fofi, Roberto Saviano. Come ci si sente lì in mezzo?

Ci si sente bene! è una meraviglia sapere che un proprio lavoro è apprezzato da uomini come loro. Dà un senso di sicurezza e un po’ di consapevolezza di star camminando per una via tutto sommato non sbagliata.

Quella di Samia è una storia di dolore personale e ingiustizia sociale, ed è a mio avviso particolarmente esposta al rischio che il pathos annulli la critica, che al di là delle emozioni che una storia commovente può dare si perdano di vista le grandi contraddizioni sociali e politiche che essa mette in luce. Questo a maggior ragione se, come ho letto, dal libro verrà tratto un film.
Sei d’accordo? Come hai cercato nel tuo lavoro di maneggiare questo rischio?

Non la trovo una contraddizione. Se la storia di Samia riuscirà a entrare nei cuori delle persone, le stesse persone cominceranno a vedere i migranti in una maniera diversa. Non saranno più i neri sporchi e malmessi che arrivano a Malta o Lampedusa e creano solo problemi o preoccupazioni, ma saranno in qualche modo tutti Samia. È solo attraverso il pathos, come lo chiami tu, cioè attraverso il miracolo della letteratura che si può creare consapevolezza. I giornali e i saggi danno notizie. Il cuore apre la mente.

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Sociologo freelance, lavora come progettista, ricercatore e formatore in ambito sociale. Per Le Nius è responsabile editoriale, autore e formatore. Crede nell'amore e ha una vera passione per i treni. fabio@lenius.it

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