Nella giungla di Calais, il buco nero dell’Europa settentrionale

di
nella giungla di Calais
@calaisolidarity

Cosa sta succedendo nella giungla di Calais, il più grande campo di migranti e rifugiati in Europa

Sono ormai diversi anni che viene denominato “the jungle, la giungla”, da quando un piccolo gruppo di migranti usò l’appellativo riferendosi alle condizioni in cui versava il campo di rifugiati presente nel nord della Francia, a ridosso del Canale della Manica; oggi la situazione di Calais, ospitante ormai circa 3500 persone, è decisamente fuori controllo.

Il campo per rifugiati, inizialmente un punto di soccorso della Croce Rossa denominato Sangatte, venne aperto nel 1999 vicino all’omonima cittadina francese; la struttura, costruita per ospitare 800 persone, fu chiusa da parte dell’allora Ministro degli Interni Sarkozy solo tre anni dopo, nel 2002, a causa dei numeri al suo interno, allora 2000 profughi. Questo però non ha fermato la grande quantità di persone che vogliono raggiungere il Regno Unito: nonostante i disordini portati dalla decisione delle autorità francesi, i migranti continuarono ad arrivare, e a stabilirsi in tende e costruzioni precarie nei dintorni del porto di Calais, creando quella che oggi viene identificata da praticamente tutti, popolazione e media globali, come “la giungla”.

Calais è in posizione privilegiata per il raggiungimento della Gran Bretagna: non solo dal porto partono quotidianamente traghetti ed imbarcazioni dirette oltre Manica, ma vi è presente il cosiddetto Eurotunnel, galleria ferroviaria di 50 km che unisce il Kent con le vicinanze di Calais.

Sono parecchie le motivazioni che portano i rifugiati a tentare disperatamente di raggiungere le coste inglesi: la Gran Bretagna è considerata una nazione avente un’economia più ricca di quella francese e con maggiori possibilità di trovare un lavoro, un sistema sanitario gratuito e funzionale, un’istruzione obbligatoria di alto livello e migliori opportunità di ottenere una sistemazione in tempi non troppo lunghi. Senza considerare la numerosissima presenza di diverse comunità etniche già formate e consolidate, alle quali molti vorrebbero aggiungersi. Ma, come è facile immaginare, il tragitto per arrivare presenta una estrema pericolosità, che in molteplici casi si è purtroppo rivelata essere fatale. Si tentano di superare le barriere di sicurezza per entrare nel tunnel o si cerca di entrare nelle imbarcazioni dirette in Inghilterra; tra il 2014 ed il 2015 sono stati 39.000 i tentativi di attraversamento illegale del confine fermati dalle autorità, mentre Eurotunnel riporta di averne bloccati circa 37.000 da gennaio ad ottobre 2015.

È difficile stabilire con precisione il numero di morti causato da questi pericolosi tentativi: il progetto giornalistico The Migrant Files presenta sul suo sito le morti di migranti e rifugiati come terribili schizzi di sangue sulla cartina europea, che vanno allargandosi all’aumentare del numero di vittime. L’ultimo aggiornamento, che copre dal 2000 al giugno 2015, dice che sono morte 64 persone. Ma è tramite l’organizzazione Calais Migrant Solidarity/No Borders, presente sul web dal 2009 e aggiornata quotidianamente con gli sviluppi del campo migranti, che queste morti acquistano nome ed identità: il sito raccoglie infatti un tragico elenco di date, nazionalità e tentativi che hanno tolto la vita ai migranti, perlopiù giovanissimi, mentre cercavano la Gran Bretagna.

Nella giungla di Calais, dove muoiono i diritti umani
@npr

Ma chi sono gli abitanti della cosiddetta “giungla”? Nella tendopoli vive un numero di persone compreso tra 3000 e 3500 persone (3000 per le autorità francesi, 3500 per le organizzazioni), tra le quali si trovano un’altissima percentuale di bambini senza nessun accompagnamento (circa 1 su 10). Le nazionalità rappresentate sono tante: Afghanistan, Sudan, Eritrea, Etiopia, Iran, Iraq, ed Africa Sub-Sahariana. Dall’inizio del conflitto sono aumentati esponenzialmente i profughi provenienti dalla Siria.. Tutti vengono visti come un problema per la sicurezza del porto, le cui spese aumentano ogni anno causando scontenti tra il governo francese, che non vede sufficiente collaborazione dal Regno Unito, e quello inglese, che si vede costretto a contribuire in denaro.

La prefettura di Calais, durante l’ultima settimana di febbraio, ha vinto la battaglia legale per ottenere il permesso di smantellare un’ampia parte del campo; secondo Fabienne Buccio, a capo della prefettura, la dimensione dovrebbe essere ridotta della metà, eliminando circa sette ettari di terreno a sud-est, dove vivrebbero 800-1000 immigrati.

Secondo le autorità francesi, numerose abitazioni di quell’area sarebbero già state sgomberate, a chi accetta di lasciare il campo viene data la possibilità di sistemarsi in 125 container collocati in una apposita zona controllata. Ma la realtà è che ben pochi avrebbero accettato questa offerta; infatti, da quello che sappiamo tramite fonti ufficiose, la struttura sarà controllata tramite un recinto al quale verrà garantito l’accesso con impronte digitali. Registrare le impronte in un paese europeo significa, a causa delle assurde leggi europee di Dublino, per un migrante non avere più la possibilità di spostarsi e stabilirsi legalmente in una diversa destinazione: per coloro che vivono a Calais questo significherebbe quindi rinunciare per sempre al sogno di raggiungere la Gran Bretagna.

Lo smantellamento del campo ha quindi avuto inizio in marzo, portando un notevole peggioramento della già precaria situazione di scontri tra migranti e polizia; mentre le autorità hanno rassicurato che tutto sarebbe avvenuto nel rispetto dei migranti, dando loro tempo per valutare le diverse opzioni di sistemazione possibili, numerosi attivisti presenti sul territorio hanno invece testimoniato minacce di arresto e comportamenti non corretti, come ad esempio il presentare le opzioni ai migranti proprio nel momento in cui gli veniva smantellata la sistemazione.

Sono aumentate esponenzialmente proteste ed incendi, gli scontri hanno portato allo schieramento di moltissima polizia che ha in seguito utilizzato gas ed arrestato alcuni tra resistenti ed attivisti. Un numero sempre maggiore migranti si unisce ad uno silenzioso sciopero della fame, supportati da alcune ONG.

La pacificazione di Calais, se mai avverrà. è ancora molto lontana; la IOM – International Organization of Migration – ha sottolineato tramite il direttore generale William Lacy Swing la preoccupazione per le violenze emerse dallo sgombero, ed ha rimarcato la necessità di raggiungere un accordo che possa mediare tra autorità, forze di polizia e abitanti del campo. Nel frattempo lo smantellamento continua con modalità, per usare un eufemismo, poco umanitarie.

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23 anni, ho studiato Scienze Linguistiche a Milano. Eternamente indecisa. Ho vissuto un mese a Valencia e forse ne passerò un altro in Inghilterra; dopo aver partecipato come volontaria in un'associazione culturale ed in un festival di fotografia, ho iniziato a scrivere, l'unica passione sulla quale non ho mai cambiato idea.

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