Giornata internazionale contro la violenza sulle donne: I passanti di Laurent Mauvignier6 min read

25 Novembre 2014 Cultura -

Giornata internazionale contro la violenza sulle donne: I passanti di Laurent Mauvignier6 min read

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I passanti di Laurent MauvignierIn occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne, pubblichiamo un estratto del libro I passanti di Laurent Mauvignier, che ruota intorno a un evento drammatico e doloroso: lo stupro subito dalla protagonista. Una violenza che non viene mai nominata, l’autore preferisce definirla tramite la descrizione di due vite di solitudine e sofferenza narrate a voci alterne. Il colpevole e l’amica della vittima, figure contrassegnate da un infinito senso di inadeguatezza, soffocate dalla solitudine e dalla mancanza di senso, che nella distanza dal mondo si fanno sempre più vicine. Un romanzo necessario e doloroso che grida bellezza.

Giornata internazionale contro la violenza sulle donne: I passanti di Laurent Mauvignier

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Ho voglia di stare da solo, anche perché prima non lo sono mai stato. Bisogna sempre volerle le cose, ma io non sapevo cosa volevo. Ma loro sì, per me. Mi pensavano perfetto per quel diploma da geometra, lei, Isabelle, i miei genitori, i miei amici e hanno tutti festeggiato il mio primo lavoro; erano così contenti, allora non ho detto nulla. Li ho guardati. Li guardavo da lontano, come sempre, senza odio, senza movimento. Non sono mai stato cattivo. Non sono mai stato violento, no, io lasciavo correre. Vedevo i loro sorrisi, e se erano contenti, be’, perché no. Non mi ero ricordato che bisognerebbe amare quello che ci succede.

Ma io non ero uno che fremeva per il lavoro, o per la paura di perdere il lavoro, o per l’amore, l’amore – quello non era amore vero perché era Isabelle, una cosa decisa senza dirci nulla, e non avevo niente da temere. A mia madre piaceva così tanto Isabelle.

E io avevo paura di tutto. Delle ragazze, del lavoro, dei soldi, degli altri, e tra l’altro tutti si occupavano di tutto, al posto mio, e anch’io volevo una vita come quella degli altri. Non perché avessi voglia di sposarmi, avere dei bambini e un lavoro, no. Non è vero, non volevo questo per me. Io volevo solo non avere più paura, e pazienza se mi stavano soffocando con tutto quello che facevano per modellare la mia vita come fosse la loro. E io a volte mi odiavo quando bevevo un po’, con gli amici, senza dire nulla, per poi alzarmi e andare a letto perché, è vero, ero così stanco, così consumato dal sentire le stesse risate, e soprattutto di vedermi ridere con loro per fare finta, per fare come loro, perché avevo paura che si rendessero conto che non mi interessava nulla. Che lasciavo correre e non parlavo mai perché avevo paura.

Le loro scelte erano le mie scelte perché avevo paura delle mie, se ne avessi avute, chissà come mi avrebbero guardato, e quante minacce, e io non possedevo né forza, né violenza; solo l’idea del sangue mi faceva quasi svenire, il sangue delle bestie morte che mio padre riportava dalla caccia buttandole sul tavolo della cucina, con ancora il sangue sulle piume o sul pelo; non dimenticherò mai gli occhi delle lepri come biglie di vetro nero, o la nausea che mi davano, né la paura assurda alla vista dei lombrichi che si attorcigliavano sotto i miei piedi quando aveva piovuto e uscivano dai sentieri e dai mucchi di terra.

Avevo paura, e anche paura di dire che era terribile, e di lei, di Isabelle, che si lasciava toccare solo così, quando il suo corpo non ce la faceva più e aveva bisogno di un altro corpo, allora sì, andava bene il mio, per ripicca, per fatalità, ma mai per desiderio, no, neppure per il piacere, solo perché ogni tanto doveva, ma senza muoversi, e lasciando la bocca appena dischiusa per abbozzare una parvenza di qualcosa, per fare come se fosse l’amore; e allora io tremavo, non osavo più guardarla, o avere voglia di amore, di sesso, più niente. E restavo con quella carne molle tra le gambe, per punirmi di avere troppa paura.

Cosa sia successo, non lo ricordo più. Forse quando la paura ti mette sottosopra devi buttare via tutto. E in un colpo solo proiettare su di lei l’immagine del terrore come lo percepisce lei. Quando ormai è troppo tardi. Quando dentro di me ho sentito montare quella collera da così lontano e quei primi gesti che non trattenevo più, strangolati come in un collo di bottiglia, le porte sbattute e poi le mie camminate nella notte, due o tre ore, e al mio ritorno Isabelle che non dormiva e io ero una bestia pronta a mordere.

Allora di notte non ho più paura. Sono passato dalla parte di ciò che fa paura per non essere più fra quelli spaventati. Deve essere così. Il mio corpo e la mia mente insieme non ascoltano più la paura, non ascoltano più niente, adesso giocano senza di me. E io li guardo giocare. Mi guardo sparire sotto di loro con stupore. Sono io, mi dico, io in persona, che per vivere fa tacere tutti gli altri perché io sono come tutti gli altri, e basta. Ho troppa paura di sentirmi dire: no. Anche di riuscire a resistere.

Perché lo dirò, che quando l’ho vista, l’ho seguita, ma ho fatto di tutto per abbassare gli occhi e mordermi la lingua a sangue, per non averne più voglia. E ho fatto di tutto per non sentire più l’acqua delle docce, per non vederla più uscire con il suo impermeabile rosso. Ma è dura resistere a qualcuno che non ti vede, mentre io già lottavo dicendomi, lei non ha fatto niente, lei non ha,

Ma nemmeno io avevo fatto niente. Ero disarticolato come una, no invece, non come una marionetta perché al contrario le marionette non vogliono niente e non hanno forza, mentre io ero solo forza; ogni braccio, ogni pezzo di me sapeva ciò che voleva, si lanciava, tutto si lanciava questa volta, e vedevo le mie lunghe braccia, la mia pancia, il mio cuore, e nella testa il sangue che mi pulsava così forte per soffocare le idee e tutto ciò che avrebbe potuto dirmi no. Eravamo entrambi in trappola, nella morsa del mio corpo, io e lei. Anch’io ero sotto il mio corpo quando è uscito da me, e ho visto la sua forza, quella forza, e il modo in cui ha gettato a terra anche me, il mio corpo, quando ha fatto cadere lei. Lei che si era tolta l’impermeabile, e rivedo il modo in cui la mia furia ha riversato su di lei la violenza, sulla sua camicetta grigia, come la gonna.

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Per gentile concessione di Del Vecchio editore, in occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne.

Il libro: I passanti, Laurent Mauvignier, 192 pagine, 14 euro, Del Vecchio, 2014.

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Ho una laurea in Lettere moderne, del tutto inutile. Siccome sono solo le cose inutili a piacermi, ne ho presa anche un’altra in Editoria. Per poi finire a fare tutt'altro nella vita. Profondamente inquieta e insoddisfatta. Amo viaggiare, ballare il tango e perdermi tra i pensieri. Solo che quando diventano troppi mi sento tanto confusa. In attesa di capire cosa voglio fare da grande, collaboro con LeNius.
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