Una giornata a Leicester: festeggiare, comunque

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giornata a leicesterLa mia giornata a Leicester inizia in realtà molto tempo fa. Sapendo che mio fratello sarebbe venuto a trovarmi per la settimana del primo maggio, per un mese ci siam detti “oh, se la partita con il Manchester United è decisiva per il titolo, andiamo a Leicester”.

Il piano sembrava essersi infranto lo scorso 17 aprile, quando le Foxes di Ranieri pareggiarono 2-2 in casa, all’ultimo respiro, contro il meraviglioso West Ham di questa stagione.

Ma quando Tony Pulis e il suo West Bromwich Albion lunedì scorso hanno fermato il Tottenham a White Hart Lane, rendendo la partita dell’Old Trafford il primo match-point per il titolo (e non ultimo, anzi), il mio commento su Whatsapp è stato molto semplice: “Prenotiamo”.

Una giornata a Leicester: veder sognare a occhi aperti

Sul bus, una normale corriera della National Express – un autobus talmente nuovo che profumava di lavanderia – saremo stati una trentina scarsa, equamente distribuiti tra inglesi, giapponesi e italiani.

Tutti, o quasi, diretti nelle Midlands per un motivo solo: il Les-tar.

Con gli italiani, in trasferta all’estero, è facile fare gruppo: infatti, appena sbarcati nel Leicestershire ci dirigiamo a piedi verso il King Power Stadium, camminando per una manciata di chilometri costeggiando il Soar.

Arriviamo allo stadio e, prima di dedicarci alla ricerca di un pub dove guardare la partita (i 1600 biglietti per una delle lounge dello stadio sono andati esauriti nel giro di due ore, lunedì scorso), è obbligatoria la tappa allo store ufficiale.

Ma, con nostra sorpresa, lo scenario che ci si presenta davanti è il seguente.

giornata a leicester
Quel che resta nello store del Leicester

Parlandone con un commesso, scopro che lo scenario desolante della foto non è frutto degli ultimi giorni pre-United, ma viene da più lontano.

“Abbiamo cominciato ad avere dei vuoti di magazzino sin da Natale” mi dice.

Nessuno si sarebbe mai immaginato una cosa del genere ad inizio stagione.

Al di là di qualche polo sportiva, felpa o indumento per bambini, lo store che accoglierà la partita della festa di sabato contro l’Everton sarà sostanzialmente vuoto.

Il fenomeno Leicester è talmente trascendentale che tutti ne vogliono un pezzo.

Riusciamo a trovare posto nel pub dell’Holiday Inn proprio accanto allo stadio, che si va pian piano popolando, in maniera perfettamente proporzionale, di famiglie inglesi, ragazzi italiani e coppiette giapponesi. Questi ultimi, tutti rigorosamente con un indumento biancoblù stravagante (cappello o parrucca vanno per la maggiore).

La partita non ve la sto a raccontare, in fondo la conoscete già: allo scoramento per il meritato (per il forcing iniziale) gol di Martial è seguita la gioia totale per il pareggio di capitan Morgan, anche perché contemporaneamente al gol arrivava sui nostri telefoni l’aggiornamento del vantaggio del Palermo.

Anche in un pub di Leicester le radici sono importanti.

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Passano i minuti, si susseguono le occasioni, aumentano le persone dentro il pub, verso l’ottantesimo minuto entrano anche i fotografi, che si vanno ad aggiungere al paio di troupe televisive già presenti da inizio partita, pronti ad immortalare la gioia per un eventuale gol del titolo in zona Cesarini.

Ma non succede: finisce 1-1, ma la sensazione è che la festa sia solo rinviata.

Festeggiare, comunque

Dopo un’occasione mancata come questa era lecito aspettarsi un clima “normale” dopo la partita. Ma di normale, questa stagione del Leicester, ha ben poco.

Il centinaio di tifosi presenti fuori dallo stadio dopo la partita, sempre osservante la solita proporzione tra inglesi, italiani e giapponesi (con l’aggiunta di qualche sparuto indiano e pakistano), intona cori su cori, soprattutto per Ranieri, e si lascia andare alla gioia più sfrenata, nonostante tutto, fornendo dell’ottimo materiale alla dozzina di troupe televisive disseminate lungo il perimetro del King Power Stadium, pronte ad intervistare coloro che “spiccavano” tra la folla.

giornata a Leicester
Un vincitore di interviste

Nel programmare la domenica a Leicester io e mio fratello eravamo stati molto previdenti, prenotando il ritorno col primo bus del mattino per far così festa con la squadra ed i tifosi tutta la notte. Dato però il risultato di Manchester, si rendeva necessario, per evitare logoranti nottate in giro per la città, tornare a Londra prima dell’ultima corriera delle 20.

Un tale concentrato di emozioni non poteva non chiudersi con un allegro viaggio di ritorno, reso tale dall’avere avuto come compagno di viaggio un attempato 50enne bulgaro che, tra un sorso di vodka ed uno di gin (rigorosamente nascosti in due bicchieri del McDonald), passa le 2 ore di pullman a raccontarmi delle sue imprese calcistiche, mostrandomi anche dei video di repertorio.

Amare questo Leicester, comunque

Come ho letto ieri su Twitter, “se amate lo sport e il Leicester non vi emoziona non siete sensibili”. Al di là dell’eccessiva retorica, spesso stucchevole.

Parlandone ieri con uno dei giornalisti presenti, riflettevamo come la storia delle Foxes è veramente roba da 5000 a 1. Ma non come probabilità per una scommessa, ma come eventualità che avvenga una simile storia sportiva.

Si stanno spendendo, anche grazie al boom dei social media, tante (troppe) parole sulla storia del Leicester. Alcune vere, altre finte, spesso difficilmente sopportabili.

Questo è anche perché questa storia è l’estensione massima dei “15 minuti di celebrità”: difficilmente fra 10, 20 anni ci ricorderemo dove eravamo quando Vardy ha segnato il gol “del record” contro il Manchester United o Huth ha realizzato una doppietta sul campo del Manchester City o dove eravamo quando il Les-tar avrà conquistato la matematica certezza del titolo.

Di una cosa sono certo: un appassionato di sport qualsiasi non dimenticherà l’annata di Ranieri, Vardy, Mahrez, Kanté e di tutti gli altri tanto facilmente.

Così come io non mi dimenticherò di Hristo, dello store sold-out, della Charlize Theron giovane che intervistava i tifosi e dei fotografi che entrano all’80° e rimangono “beffati”.

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Nato a Palermo nel 1992 e cresciuto in Uruguay a Montevideo, una vita universitaria tra Milano e Londra. Dopo un Master in Media cerco di farmi strada nel mondo dei miei sogni e divido la giornata tra l’NBA, Netflix e il viaggiare con la fantasia. Manu Ginobili è il mio eroe, ed Emma Watson ha cambiato la mia vita. Sogno di fare il giornalista sportivo da quando credevo ancora a Babbo Natale, e a volte mi chiedo se non fosse stato meglio sognare di fare il calciatore.

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