Germania-Argentina, il sogno del quarto alloro e la lezione di Diego4 min read

12 Luglio 2014 Calcio Sport -

Germania-Argentina, il sogno del quarto alloro e la lezione di Diego4 min read

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Germania-Argentina

L’atto III sta per cominciare. Germania-Argentina, come nell’86 e nel ’90, è la finale del campionato del mondo di calcio. Una classica del confronto tra vecchio e nuovo continente, la più sudamericana tra le europee contro la più europea delle squadre sudamericane.

Germania-Argentina: le ragioni della Germania

L’immagine delle due rivali si è invertita rispetto alle originarie culture. La Germania si è guadagnata gli applausi del Mineirao dopo le sette sberle rifilate ai padroni di casa, se non fosse stato per lo sconforto nel vedere il Brasile massacrato sul campo i tifosi avrebbero reagito con un’apoteosi. I tedeschi meritano ogni applauso: hanno costruito una macchina perfettamente oliata, forte in ogni settore, capace di agire tra le linee avversarie come nessuno.

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@wespont

La bellezza del palleggio si è unita al pragmatismo teutonico, la predominanza fisica dei Neuer e degli Hummels ha fatto da complemento alla fantasia degli Ozil e dei Gotze. Muller, nell’anno in cui Klose è diventato il più grande marcatore nella storia dei Mondiali, ha confermato che il ruolo di centrocampista avanzato non gli precluderà in futuro la possibilità di scavalcare il connazionale, magari ben prima di aver raggiunto i 36 anni. Tutto è frutto di un lavoro, di programmazione. Di un commissario tecnico rimasto al suo posto anche dopo le delusioni, quando i dirigenti tedeschi hanno valutato il lavoro d’insieme e non il risultato, scorgendo nel gioco impostato da Low la chiave per arrivare, finita la tempesta, al sole delle vittorie. La Germania non vince un Mondiale da 24 anni, con un alloro può raggiungere l’Italia a quota quattro successi intercontinentali. È la favorita d’obbligo, ma sa di avere di fronte una partita diversa dalla semifinale.

Germania-Argentina: le ragioni dell’Argentina

L’Argentina non è il Brasile. Non ha la presunzione di sentirsi più forte, vive di organizzazione e di umiltà, di cura del particolare soprattutto a livello difensivo. Sabella ha ribaltato le logiche derivanti dalla rosa che aveva in mano. Pur potendo affidarsi a un reparto avanzato più forte del pacchetto difensivo, ha preferito lavorare sulla compattezza della squadra e non sullo spettacolo da poter offrire, convinto che il talento dei Messi, Di Maria, Aguero, Higuain, Palacio potesse garantire sufficiente pericolosità anche con un atteggiamento accorto. Gli infortuni muscolari a Di Maria e Aguero, entrambi candidati a giocare la finale con la spada di Damocle di un possibile stop immediato (vedi Diego Costa nell’ultimo atto di Champions League) sono ostacoli in più di fronte a un muro chiamato Germania. Serve un’impresa, molto più di quanto non servisse nell’86. I tedeschi, che avrebbero vinto il Mondiale successivo, erano allora una squadra con vecchi volponi (Schumacher, Briegel, Magath, Rummenigge) uniti a talenti in rampa di lancio (Berthold, Brehme, Matthaus). Quella di oggi è una formazione, eccetto Klose, che tra quattro anni si presenterà con un’ossatura uguale a questa, a meno di clamorosi scossoni.

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@thbj

Sabella dovrà distribuire le responsabilità che 28 anni fa finirono quasi esclusivamente sulle spalle di Maradona. Diego era il principio e la fine dell’Argentina, dalla leadership nello spogliatoio a quella tecnica aveva in mano la squadra e, per carattere, si esaltava nel sentire la responsabilità completa del successo. Per arrivare allo stesso scopo il ct ha diviso in due i compiti: a Messi il comando sul rettangolo di gioco, a Mascherano il ruolo di trascinatore morale. Anche per questo la “Pulga”, che nelle ultime due partite ha sofferto molto, difficilmente potrà raggiungere le vette toccate dal suo più illustre predecessore con il 10 addosso. Maradona sarà sempre quello che ha vinto il Mondiale da solo, Messi avrà comunque bisogno che qualcun altro parli ai compagni con quel naturale carisma che negli anni ha permesso all’ex re di Napoli di superare ogni scempio a livello di immagine senza che il suo mito decadesse: dalla cocaina, ai guai familiari, a un’avventura da selezionatore con poca, pochissima gloria. Eppure anche il più grande di tutti, quando la Germania gli ha costruito la gabbia addosso nell’86, ha saputo lanciare Burruchaga verso il gol della vita, capendo che non sempre hai davanti la difesa dell’Inghilterra. È una lezione che Messi dovrà assimilare nel caso in cui non dovesse pescare la giornata migliore.

L’antipasto della finalissima sarà Brasile-Olanda. Se non fosse per gli appelli di Scolari, la cui attuale popolarità in patria è inferiore solo a quella del presidente Rousseff, nessun tifoso verdeoro si sarebbe curato della partita. Per i brasiliani il Mondiale è finito con l’1-7 della semifinale. L’arma in più dell’Olanda sta nello sconforto degli avversari, al momento dominante sulla voglia di rifarsi dopo l’onta dei sei gol di scarto dell’ultima gara. Molti interpreti che negli anni hanno scritto la storia della nazionale olandese sono probabilmente all’ultima apparizione in un Mondiale. Di certo è il passo d’addio di Van Gaal, destinato al Manchester United. Vorrebbe e potrebbe viverlo con un posto sul podio accanto alle finaliste.

Secondo il nostro ultimo pronostico è lì che sarà. Poco più in basso dell’Argentina e con la Germania che guarda tutti dall’alto. La prima europea a vincere il Mondiale in Sudamerica. Chi è scaramantico, tra i tedeschi, è autorizzato a toccare ferro.

Immagine: notiziein.it

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Mattia Todisco

Realizzatore di sogni parzialmente mancato, giornalista sportivo riuscito. Segno che qualcosa è andato per il verso giusto, dai venti in poi. Sostenitore convinto della necessità di pensare e divulgare, meglio se in un pub, peggio se in discoteca. Scrittore per diletto, con la fortuna di vivere del mio lavoro.
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