Gentrificazione, quando gli interventi urbani non sono neutri7 min read
Reading Time: 5 minutesCon il termine gentrificazione si intende
il processo per cui, a seguito del mutamento fisico di una zona di città, muta anche il suo assetto socioeconomico
(definizione di Treccani).
Il termine fu coniato nel 1964 dalla sociologa inglese Ruth Glass e deriva dal vocabolo “gentry”, ovvero la piccola nobiltà anglosassone. In più parole, si chiama gentrificazione quando una amministrazione o dei privati riqualificano una zona della città degradata o periferica, dove generalmente abitano persone con un ceto basso, inserendo un parco, una linea tramviaria, una serie di edifici di nuova costruzione, modificando l’assetto urbano. La zona così riqualificata diventa ambita per un ceto più alto, che inizia ad acquistare case, aumentandone il prezzo, e costringendo spesso i residenti storici a trasferirsi altrove, poiché il quartiere non è più economicamente sostenibile per loro.
La gentrificazione dei quartieri popolari
La gentrificazione è un fenomeno sociologico molto complesso, proprio delle dinamiche socioeconomiche delle grandi città che, crescendo, hanno inglobato e spesso costruito aree e quartieri eterogenei ma monolitici al loro interno: zone esclusive con grandi palazzi di rappresentanza e uffici vetrati; quartieri popolari senza servizi pubblici, disegnati come ghetti chiusi e impenetrabili. Sono spesso i secondi ad essere oggetto di gentrificazione, quando, per volontà pubblica o privata, diventano oggetto di progetti di riqualificazione.
La gentrificazione è legata non solo al miglioramento della qualità urbana di una zona, ma soprattutto alla differente percezione che la zona assume agli occhi di chi vuole fare un investimento, al conseguente aumento dei valori di mercato, al mutamento della tipologia di negozi e servizi che vi si installano, e infine al rapporto che la società ha con le classi socioeconomiche.
Due esempi di gentrificazione recenti
Isola a Milano
Uno dei quartieri più ambiti di Milano è Isola: con i suoi grattacieli svetta sul resto della città e ne caratterizza lo skyline. Milano Isola però, vent’anni fa, era un quartiere completamente diverso. Era infatti una zona di case popolari, abitata prevalentemente da persone migranti e povere, ed era luogo di prostituzione e spaccio; una zona dove le case quindi costavano poco, perché poco attraente per il mercato immobiliare, e dove non c’erano servizi se non quelli autogestiti e autorganizzati dal basso; un quartiere marginale.

Dal 2005, però, il progetto di riqualificazione di Porta Nuova e Isola, curato dall’imprenditore immobiliare statunitense Hines e della sede italiana Hines Italia Sgr, ha provveduto a realizzare il quartiere come lo vediamo oggi, con la Torre Unicredit, la Torre Solaria, il Bosco Verticale, la Torre Diamante e la Biblioteca degli Alberi, nonché le ormai celebri Piazza Gae Aulenti e Piazza Alvar Aalto. Oggi, il costo medio a metro quadro di un appartamento a Isola è 6.300€ e la zona è abitata da celebrità e influencers, mentre i residenti storici provano a resistere o vendono spostandosi altrove.
I Quartieri Spagnoli a Napoli
A Napoli, i Quartieri Spagnoli sono stati per decenni sinonimo di zona popolare, povera, degradata e anche pericolosa. Negli ultimi anni però, forte del rebranding come zona “verace”, dove poter fare esperienza di una “vera Napoli”, il quartiere si è riempito di appartamenti in affitto turistico: Napoli è passata da 3,2 milioni di visitatori nel 2017 a 12 milioni nel 2022, con un incremento vertiginoso che si riflette necessariamente sull’offerta di alloggio. Nel 2024, il prezzo al metro quadro degli appartamenti è aumentato dell’11% rispetto al 2023.
I Quartieri Spagnoli sono quindi diventati potenziale luogo di investimento per chi vuole approfittare di questa impennata turistica, e iniziano a scarseggiare gli alloggi per chi cerca affitti a lungo termine. Si iniziano a intravedere inoltre gli effetti di questo turismo “esperienziale”, dove al visitatore viene venduto lo spettacolo di un modo di vita e di una cultura locale pittoreschi, che però proprio la presenza turistica tende sempre più stereotipare.

Il lato oscuro della riqualificazione
Come già accennato, il processo di gentrificazione si attiva solitamente in seguito a una riqualificazione urbana. Le città, ancorché pianificate e progettate, sono frutto di esperimenti: l’attuale configurazione del luogo in cui magari viviamo ci può sembrare insensata, poco funzionale o addirittura ostile. A volte era così già nelle intenzioni, ma nella maggior parte dei casi al momento della sua costruzione quel palazzo, quella strada, quella tipologia avevano perfettamente senso nel contesto. Man mano che la città e i suoi abitanti evolvono però, è necessario intervenire con modifiche che, si spera, migliorino la qualità della vita di chi abita la città.
Riqualificazione vs gentrificazione
In linea generale, a prescindere dall’intenzione rigenerativa o speculativa che un intervento ha alle spalle, la riqualificazione di aree in disuso o degradate delle città viene considerato un evento positivo, mentre invece la gentrificazione conseguente è percepita nel dibattito come un fenomeno totalmente negativo. Siamo tuttavia attori della gentrificazione, quando cerchiamo di migliorare le nostre condizioni di vita, cambiando quartiere per avvicinarci alle aree verdi o alle linee tramviarie; quando iniziamo a frequentare i nuovi bar alla moda appena aperti in una zona prima periferica; quando valutiamo se investire in un appartamento lungo il futuro tracciato della metropolitana; quando cominciamo a considerare “vivibile”, “piacevole”, “interessante” una parte di città dove hanno abbattuto i vecchi edifici e li hanno sostituiti con strutture moderne.
Una questione di soldi
Secondo Leslie Kern, professoressa associata di Geografia e Ambiente presso la Mount Allison University e autrice del libro “La gentrificazione è inevitabile e altre bugie” (Treccani, traduzione di Elisa Dalgo),
la gentrificazione è una questione di gusti, ma soprattutto una questione di soldi.
I nuovi abitanti e frequentatori plasmano i quartieri “gentrificati” a loro immagine e somiglianza: nuovi esercizi commerciali che assecondano nuovi desideri, nuovi bar, nuove attività, uffici, studi. Questo nuovo assetto contribuisce all’esclusione e all’allontanamento di chi, quelle aree urbane, le abitava in precedenza. Inoltre, e in maniera preponderante,
la gentrificazione “è un movimento di ritorno del capitale, non delle persone, alla città”
una questione di privilegio, una questione di classe, una questione di emarginazione delle minoranze.
La gentrificazione, quindi, porta a movimenti interni alla città e alla sostituzione degli abitanti originari di un quartiere. Ma tali abitanti non spariscono: vanno ad addensare zone “ancora” economiche, sempre più marginali, sempre più distanti da luoghi di lavoro, di studio, di affezione. In questo senso, la gentrificazione ci dovrebbe metter di fronte al problema dell’emarginazione sociale, dell’impoverimento sempre maggiore delle persone già povere, e del divario economico che aumenta.
Gentrificazione, esistono delle soluzioni?
Avere maggiore coscienza delle dinamiche che abitiamo non ci rende direttamente responsabili né ci deve obbligare a trovare una soluzione individuale. La gestione di fenomeni collettivi può risiedere solo nell’intervento delle pubbliche amministrazioni, che possono intervenire per moderare e governare la gentrificazione.
Il valore della mixitè
La divisione della città in zone nette e circoscritte, sia dal punto di vista urbanistico che sociale, si è rivelata fallimentare ed è stato riconosciuto invece il valore della mixitè, del mischiare funzioni e persone differenti, per evitare la formazione di comunità chiuse e quartieri dormitorio.
Coinvolgere gli abitanti
Allo stesso modo, per evitare la gentrificazione, è necessario puntare sul tenere connesse e mescolate tipologie di abitazioni e di attività. Negli interventi di riqualificazione e rigenerazione urbana, è opportuno quindi prevedere un numero minimo di abitazioni da destinare a social housing o co-housing, ad esempio, per mantenere una mixitè sociale; inoltre, in questi processi di cambiamento fisico della città, gli abitanti dovrebbero essere coinvolti in prima persona, tramite forme di progettazione partecipata, consultazione pubblica e momenti di incontro e di costruzione del consenso sulle trasformazioni in atto.
Garantire la mixitè e la partecipazione non è un processo semplice, tutt’altro: si basa su presupposti di volontà collettiva e di prevalenza dell’interesse pubblico su quello speculativo. Tuttavia, senza un cambio di paradigma e una spinta decisa bottom up, difficilmente si potrà porre un freno a un fenomeno che dilaga nelle città più grandi e le rende ambienti sempre più ostili in cui abitare.
[Foto in evidenza: @unsplash sean foster]




