Final Fantasy XV: tutto per tutto

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Final Fantasy XV è un gioco su cui gravano delle aspettative enormi e terribili.

Il blasone di Final Fantasy nel titolo comporta già di per sé l’ardua missione di accontentare gli appassionati, diversissimi tra loro, che la saga ha raccolto nel trentennio della sua storia ma al road trip di Noctis e compagni tocca anche in sorte il compito di recuperare il favore di parte del pubblico perso con il controverso tredicesimo capitolo della saga, un po’ inspiegabilmente trasformato in una trilogia che si è trascinata per l’intera durata della scorsa generazione, finendo per intaccare lo smalto della percezione pubblica della serie.

Ma ad uno sguardo più approfondito, l’opera di Hajime Tabata e del suo team ha implicazioni che vanno ben oltre il futuro della saga e di Square-Enix stessa.

La settima generazione delle console per videogiochi, iniziata nel 2004 con l’uscita di Xbox360, PS3 e Wii, non è stata particolarmente felice per le software house giapponesi, che hanno evidentemente faticato ad adattarsi allo sviluppo di giochi in alta definizione e contemporaneamente hanno visto le risorse economiche per la realizzazione dei titoli per console casalinghe assottigliarsi progressivamente, con una forte virata del mercato nazionale verso l’intrattenimento portatile e i cellulari.

Sintomaticamente il genere dei JRPG, simbolo dell’industria, ad oggi è ancora orfano di un titolo che si possa considerare un autentico capolavoro dell’era HD, un gioco che abbia cambiato tutto per sempre o semplicemente lasciato un segno permanente nel genere o fatto entrare una console nei salotti di persone insospettabili. Allo stesso tempo i giochi di ruolo occidentali vivevano il loro periodo d’oro, andando a rinforzare per contrasto la percezione di questo momento di crisi dei JRPG.

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Hajime Tabata

Hajime Tabata, il direttore di Final Fantasy XV, in una conferenza stampa di marzo 2016, si mostrava perfettamente lucido e consapevole della situazione: “Una volta entrati in quest’era in alta definizione, il franchise ha smesso di crescere. Non ci sono stati grandi cambiamenti. Sono ben conscio del fatto che alcune persone ritengano che Final Fantasy abbia raggiunto il suo apice tempo fa e adesso sia in declino. Nell’era HD ci sono molti giochi di ruolo occidentali che sono diventati i tedofori del genere. Questo non significa automaticamente che adotteremo un approccio occidentale nello sviluppo del gioco, tuttavia terremo presenti le innovazioni apportate da questi titoli al genere”.

Oltre alla progressiva marginalizzazione dei giochi di ruolo giapponesi nel mercato videoludico globale, c’è poi un’importante contingenza del mercato nazionale interno che il titolo di Square Enix si trova ad affrontare e, ottimisticamente, a cambiare.

Nel Giappone contemporaneo in cui è perfettamente normale che le console portatili surclassino quelle casalinghe nelle classifiche di vendita settimanali ormai da anni, in cui Nintendo si appresta a tornare sul mercato con quella che, di fatto, è una potente super-portatile, Final Fantasy XV rischia di essere un titolo determinante per il futuro della produzione di titoli per home console.

Se dovesse fallire non solo metterebbe in scacco le sorti della saga ma potrebbe diventare il proverbiale chiodo nella bara per lo sviluppo di videogiochi ad alto budget non solo da parte di Square Enix ma di qualsivoglia altra compagnia nipponica: è un futuro in cui sempre meno videogiocatori giapponesi vivranno avventure immersive davanti alla tv del loro salotto e consumeranno invece tipologie più “mordi e fuggi” di intrattenimento, facilmente accomodabili nel tragitto da pendolare per recarsi a scuola o al lavoro.

Brutte notizie sia per le software house che per le aziende produttrici di hardware.

Non deve sorprendere, in questa ottica, l’incredibile dispiegamento di mezzi a cui stiamo assistendo ormai da mesi per il lancio di Final Fantasy XV, sorta di “tutto per tutto” che ricorda da vicino la genesi del primo capitolo della saga.

Alla fine degli anni Ottanta Square, piccola software house nata come attività parallela di un’azienda di costruzione di linee elettriche, si trovava sull’orlo della bancarotta e conguagliò le sue ultime risorse nella progettazione di un videogioco come non se n’erano visti prima, con una mappa del mondo vastissima e una grafica rivoluzionaria.

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Un giovane Sakaguchi

Il progetto doveva inizialmente chiamarsi Fighting Fantasy ma l’ideatore Hironobu Sakaguchi infine scelse l’epiteto final, ossimorico se si pensa che ormai da più di un decennio è seguito da numeri a due cifre, proprio ad indicare che questa avventura fantasy sarebbe probabilmente stata l’ultima del game designer e al contempo il magnum opus con cui Squaresoft si sarebbe imposta sul mercato o, al contrario, sarebbe scomparsa per sempre.

Comparso alla faraonica presentazione del gioco tenutasi allo Shrine Auditorium di Los Angeles, a rassicurare i fan di vecchia data che il titolo si trovi in buone mani, Sakaguchi ha sottolineato la consonanza di Final Fantasy XV con quel primo progetto, il ritorno alle radici nel costituire una sfida radicale sia per gli sviluppatori che per il genere stesso.

Quello di Final Fantasy XV è un compito ingrato. Sull’ostico cammino per soddisfare le aspettative e assolvere le responsabilità più o meno dirette che abbiamo delineato, Square Enix, oltre che con lo sviluppo vero e proprio del videogioco in sé, indubbiamente portato avanti con ogni cura possibile data l’importanza e la delicatezza del progetto, si trova a mio avviso fare i conti con tre problematiche principali: la distanza culturale tra Oriente e Occidente, la frammentazione del fanbase ed il media backlash.

I giochi di ruolo giapponesi sono sempre stati, tautologicamente, giapponesi, tuttavia quando le tecnologie a disposizione erano più modeste era più facile vedere negli sprite bidimensionali o nei poligoni rudimentali qualcosa di più vicino al nostro immaginario fantastico occidentale. Emblematico in questo caso è il viso più noto della serie: Cloud Strife.

Quanti giocatori occidentali immaginavano in quei poligoni 32-bit il giovane asiatico un po’ emaciato ritratto in seguito dalla ben più avanzata computer grafica del lungometraggio Advent Children o del teaser del remake di Final Fantasy VII?

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Cloud Strife

Eppure nell’immaginario di milioni di giapponesi Cloud Strife era sempre stato qualcosa di simile. Allo stesso modo, i personaggi dei manga vengono immediatamente pensati come asiatici dai lettori giapponesi: il modo in cui sono rappresentati con enormi occhioni è accettato come una convenzione del genere dettata da esigenze espressive e consuetudini semiotiche.

Ma con la moderna tecnologia e lo stile fotorealistico scelto per la serie nei tempi moderni, c’è poco da immaginare attorno alla nipponicità di quanto ci viene proposto e questo elemento diventa un motivo di scontento per alcuni. Si tratta di una storia giapponese su quattro giovani uomini giapponesi.

Le pettinature e i tratti, percepiti come efebici, di alcuni dei personaggi maschili di Final Fantasy sono spesso oggetto di ilarità sui blog e i siti di videogiochi occidentali ma corrispondono all’idea di mascolinità del paese che ha prodotto il titolo e non sono più o meno stereotipate dei muscoli prominenti e della testa rasata del marine o space marine del first person shooter di turno, o le camice a quadri e il taglio casual “corto sui lati, pieno davanti”, degli eroi dei titoli Naughty Dog – questi ultimi perfettamente allineati ad una tipologia di uomo argutamente definita lumbersexual (dalla crasi di lumberjack, “tagliaboschi” e sexual) identificata generalmente come desiderabile dai media occidentali negli ultimi anni.

Gli eroi di Final Fantasy, un prodotto giapponese, rispecchiano l’idea di gender maschile che viene considerata attraente in Asia. Sorpresa.

Allo stesso modo gli schemi narrativi e le tipologie dei personaggi tipicamente collegate alla cultura di massa giapponese sono più evidenti adesso che i dialoghi sono doppiati, le battute più numerose e lo spazio dedicato all’approfondimento dei comprimari più ampio.

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Altissia

Tuttavia la derisione di questo genere di rappresentazioni – che tanto impera sulla rete negli ultimi anni – è un preoccupante caso di miopia culturale, se non proprio di un subconscio complesso di superiorità razziale: quello che si sta considerando inferiore o inadeguato agli standard narrativi dei “videogiochi dei tempi moderni” è un intero sistema culturale diverso dal proprio: i tropi della narrazione e dei personaggi dell’intrattenimento nipponico non sono di per se né migliori né peggiori di quelli occidentali (altrettanto facilmente individuabili), sono solo diversi.

È completamente folle, per citare due classici universalmente riconosciuti della cultura popolare, aspettarsi Star Wars da Neon Genesis Evangelion: entrambi sci-fi, entrambi pullulano di topoi narrativi tipici rispettivamente di Hollywood e degli anime, entrambi con enormi consensi di critica e pubblico e influenza forte e onnipresente su tutto quello che è venuto dopo di loro ma intrinsecamente diversissimi.

È possibile oggi, in un contesto globale in cui la xenofobia e la chiusura culturale sembrano sempre più legittimate dai risultati di referendum ed elezioni, ricontestualizzare i JRPG perché siano goduti per quello che sono invece che ridicolizzati perché non sono dei videogiochi occidentali?

Un altro problema a cui va incontro Final Fantasy XV, ma che la saga si è trovata ad affrontare dal capitolo X, è la frammentazione del fanbase, un fenomeno comune a tutti i franchise che superino la dozzina di anni di durata.

Col passare degli anni diversi giocatori sono stati attratti da Final Fantasy in momenti e per motivi diversi e avendo trascorso del tempo e investito emotivamente nella saga, ognuno di questi giocatori si sente in qualche modo autorizzato ad avere idee precise su come Final Fantasy debba essere, con opinioni spesso diverse se non diametralmente opposte con giocatori di lunga data, ad esempio, meno aperti alle innovazioni, altri con un’idea della saga delineata da soli due o tre episodi e altri ancora saldamente ancorati ad un preciso tipo di ambientazione o tipologia di combattimento nonostante all’interno della serie ne siano riscontrabili di diversissimi.

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Hironobu Sakaguchi e Hajime Tabata Tabata

Hajime Tabata, il direttore del progetto, ha ironicamente battezzato questa psicosi sindrome di Final Fantasy, affermando che non sono solo i fan ad esserne affetti ma anche molti sviluppatori del gioco: è impossibile affrontare (o sviluppare) il gioco senza troppi paletti mentali su cosa possa o non possa essere accettabile per la serie.

Ironico, se si pensa che lo stesso Sakaguchi, quando il doppiaggio nei videogiochi era ancora un’utopia, interrogato su cosa fosse intrinsecamente inseparabile da Final Fantasy rispose ridendo “testo bianco su fondo blu chiaro”.

Tabata ha optato per l’approccio innovatore e nel quindicesimo capitolo avremo elementi del tutto inediti per la saga come il combattimento in tempo reale, l’ambientazione “contemporanea”, il free roaming, l’uso di fucili di precisione ed elementi stealth e già di per sé i giocatori più ottuagenari storceranno il naso, come avevano fatto con il sistema delle magie in Final Fantasy VIII, con i gambit del XII e l’ottimo sistema di combattimento del tanto vituperato XIII, senza rendersi conto che innovazione e rinnovamento sono sempre stati, se ne esiste davvero una, la bandiera e l’essenza di Final Fantasy e che tornare al sistema di combattimento del VI o del VII episodio sarebbe oggi un’anacronistica sconfitta e un tradimento.

Se vuole rimanere rilevante, Final Fantasy deve rischiare ed essere un contendente attivo nel sistema dei videogiochi moderni, non rimanere imprigionato nelle vestigia del suo passato, per quanto glorioso. La sindrome di Final Fantasy va assolutamente debellata: in questo mi sembra che gli sviluppatori siano indubbiamente sulla strada giusta.

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Collegata alla questione della frammentazione del fanbase e alla diversità delle aspettative, c’è un’ulteriore problematica: quella del “successo percepito” del gioco.

La cassa di risonanza dei social media e di Internet in generale avrà comunque un grande impatto nella ricezione del titolo, se in Giappone il riscontro sembra quasi assicurato, con il 93% dei lettori di Famitsu che affermano di esser intenzionati ad acquistarlo, Square Enix ha bisogno di (ri)conquistare il pubblico occidentale per fare sì che Final Fantasy XV sia l’home-run in grado di ripagarla delle enormi risorse economiche investite.

In questo l’influenza delle reazioni del web giocherà una parte importante: si pensi a due giochi con un gameplay di innegabile ottima fattura come Overwatch e Street Fighter V, con un modello commerciale estremamente simile (mettere il gioco in commercio con solo gli elementi fondamentali, in una sorta di early access a prezzo pieno, e aggiungere di mese in mese nuove features): il primo non ha avuto la metà delle reazioni controverse del secondo nella sua accoglienza sul web, in un meccanismo perverso e poco controllabile per il quale la percezione pubblica del successo di un titolo ne influenza l’effettivo successo commerciale.

Se leggete una qualsiasi recensione di Street Fighter V pubblicata dalle maggiori testate del settore, l’idea che vi farete è che si tratti di un gioco brillante, benché non lanciato nel migliore dei modi. Eppure se apriste una sezione dei commenti sotto un post dedicata al titolo, leggereste anche “disastro”, “schifezza” e tutta una serie di sostantivi e aggettivi iperbolici con cui le minoranze più vocali di internet, i cosiddetti haters, bollano tutto quello che per loro non va bene, con particolare accanimento se il titolo è un’esclusiva di qualche genere per riflesso della mentalità da tifoseria ultrà della console war.

Era accaduto proprio con Final Fantasy XIII, titolo che ha ricevuto recensioni più che dignitose, come facilmente analizzabile con uno strumento impietoso (e nocivo) come Metacritic ed è ben lungi dall’essere il peggiore gioco di ruolo di sempre come verrebbe da credere dando retta ad anonimi strilloni del web; si tratta di un titolo interessante, con un comparto tecnico ineccepibile, storia e cast in linea con gli altri capitoli della saga e un ottimo sistema di combattimento.

Pecca nei comparti dell’esplorazione e della varietà del gameplay e in generale si farebbe fatica a collocarlo tra gli episodi più riusciti della serie – più per via di quello che non è presente nel gioco (città, villaggi e mini-games e attività secondarie) che per quello che c’è, ottimamente realizzato. Ma l’anonimato dei commenti sul web non prevede che si possano articolare le proprie opinioni in modo ragionevole.

Questa volta Square Enix non può permettersi che Final Fantasy XV sia “interessante ma controverso”, eppure è difficile immaginare che il gioco non avrà la sua buona dose di haters.

Alla luce di tutto questo, Hajime Tabata, tremendamente conscio della posta in palio, si è posto un obbiettivo che è al contempo piccolo ed enorme: “Voglio creare un titolo tale che il maggiore numero di persone possibile incontrandomi per la strada voglia correre a dirmi che Final Fantasy XV è il loro gioco preferito della serie”.

A noi non resta che stare a vedere (giocare) quel che succede, sulla soglia di quello che, qualunque cosa accada, sarà un evento di grande rilevanza nella storia dei videogiochi giapponesi.

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Mercante di parole giramondo. Mentre si dedicava allo studio delle humanae litterae nascosto dentro una giara di rupie, è naufragato sulle coste dell’arcipelago giapponese dov’è scampato alla morte venendo colpito in testa da un funghetto 1UP. Ha divorziato dai carboidrati complessi e benché si possa pensare che sia pigro, tecnicamente è solo impostato in modalità risparmio energetico perché mangia solo cibo ipocalorico.

7 Comments

  1. Questa è molto probabilmente la prima volta che commento un articolo, lo faccio sentendomi quasi in obbligo, obbligo imposto dalla volontà di complimentarsi per la qualità dell’articolo.
    Articolo scritto, nonostante la profondità dei temi trattati in particolare in chiusura, senza alcuna parvenza di arroganza ma bensì consapevolezza.
    Se ne potessero leggere più spesso di articoli di tale qualità ne sarei lieto.

  2. Per quel poco che ho visto, a me piacerà sicuramente, alla faccia degli Haters che ignorerò come al solito!

  3. A me spaventa un po’ il battle system di questo capitolo, non vorrei fosse troppo action alla kingdom hearts.
    Il successo di un final fantasy secondo me è comunque dato da storia e personaggi. Il 13 a me, a parte la troppa linearità, aveva annoiato la storia. E se in un gioco dove si combatte per 40-50 ore non c’è interesse di sapere come va a finire lo mollo lí come purtroppo ho fatto.

    • Ciao Stefano, dalla demo “Judgement Disc” direi che puoi dormire sonni tranquilli per il battle system: non assomiglia per niente a Kingdom Hearts.

  4. Con l’unico problema che delle cose dette non ce n’era nessuna, storia corta ambientazioni piccole, fucili di precisione ma se in tutto il gioco ci sono 4 spade in tutto…pure i fucili di precisione xD

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