Filippine: Duterte e il governo degli squadroni della morte5 min read

15 Gennaio 2017 Mondo Politica -

Filippine: Duterte e il governo degli squadroni della morte5 min read

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Filippine: Duterte e il governo degli squadroni della morte
@Prachatai

Il 9 Maggio 2016 Rodrigo Duterte viene eletto nuovo Presidente delle Filippine con il 39% dei voti. Da molti viene descritto come il “Donald Trump” filippino, ma il neo-presidente non si riconosce affatto in questo appellativo. Vediamo, quindi, di capire chi è realmente Duterte.

Chi è Rodrigo Duterte

Sindaco della città di Davao dal 1988 al 2016, con una breve pausa dal 2010 al 2013 in cui ha ricoperto l’incarico di parlamentare, il nuovo Presidente delle Filippine non ha mai nascosto la sua natura populista e violenta: da una delle metropoli più pericolose delle Filippine, Davao è diventata una delle dieci città più sicure al mondo grazie al pugno duro -senza pietà- di Duterte. Sfruttando le sue conoscenze da ex-capo mafioso pentito, il sindaco-sceriffo ha predisposto dei veri e propri squadroni della morte per andare a colpire la struttura portante della criminalità organizzata della città. Ben presto tutti i fornitori, leader di quartiere o spacciatori sono stati uccisi dai vigilantes e i pochi rimanenti hanno cessato ogni attività per paura di fare la stessa fine. Lo stesso “Duterte Harry”, così soprannominato per la sua somiglianza con il protagonista di Dirty Harry (ispettore impersonato da Clint Eastwood), ha per anni pattugliato personalmente la città a bordo della sua Harley-Davidson, conducendo ispezioni a sorpresa tra i reparti della polizia. Inoltre, era sua abitudine fare regali ai poliziotti per evitare che fossero spinti ad accettare tangenti da altri e ad alcuni trafficanti di droga ha persino offerto una pensione mensile da 2.000 pesos a patto che cambiassero vita. Chi non accettava le sue condizioni, spariva dalla circolazione. 
Pesanti anche molte sue affermazioni sulle donne, che lo hanno portato ad essere etichettato come misogino. La più famosa risale al 1989, quando commentando lo stupro e l’uccisione di una missionaria australiana durante una sommossa di detenuti nel carcere, dichiarò:

Hanno stuprato tutte le donne. C’era questa missionaria laica e tutti quei bastardi l’hanno stuprata, mettendosi in fila. Lei era così bella, che ho pensato: il sindaco avrebbe dovuto avere la precedenza.

Duterte non ha mai nascosto neanche la sua antipatia nei confronti della Chiesa e del Papa, malgrado le Filippine siano un Paese ad ampia maggioranza cattolica (circa l’80% della popolazione). Pur essendo lui stesso cattolico, dice di aver messo temporaneamente da parte la sua fede per riuscire a guidare meglio il Paese. Vede la Chiesa cattolica come l’”istituzione più ipocrita al mondo” e se l’è presa anche coi vescovi filippini quando lo hanno attaccato per le sue forti critiche verso il Papa in visita nelle Filippine.



I diritti umani

Nel 2009 un rapporto pubblicato da Human Rights Watch denuncia apertamente la violenza generata dagli squadroni di Duterte e l’altissimo costo in vite umane pagato per portare la “pace” nelle strade di Davao. Secondo gli osservatori, i giustizieri sarebbero responsabili di migliaia di omicidi extragiudiziali di criminali o presunti tali. La polizia per anni è stata incapace di intervenire in quanto i vigilantes sono sempre stati legittimati nel loro operato dall’amministrazione del sindaco “Giustiziere” e le stesse forze dell’ordine erano incentivate nell’adottare violenti atteggiamenti di repressione.

Il lato progressista

Malgrado il suo atteggiamento violento e populista, il neo-Presidente delle Filippine ha dimostrato anche una certa attenzione alle minoranze e ai diritti civili: si è dimostrato aperto verso la folta comunità islamica radicata nel Paese (pur contrastando con pugno durissimo gli estremisti del Fronte Moro di Liberazione Islamica), ha promosso una legge per riconoscere i diritti LGBT, è favorevole ai matrimoni omosessuali e all’aborto ed è stato il primo sindaco filippino ad imporre il divieto di fumare in pubblico. Legge che, anche in questo caso, ha fatto rispettare più volte a suo modo: addirittura, nel 2015, Duterte forzò un turista a mangiarsi una sigaretta in pubblico, perché si era rifiutato rispettare il divieto.



La presidenza Duterte

La vittoria del neo-Presidente rappresenta la sconfitta del potere elitario in mano alla classe politica filippina che aveva governato il Paese fino al maggio scorso. L’immobilità sociale, la diffusa criminalità e corruzione, sono stati fattori determinanti che hanno permesso al populismo di Duterte di avere presa sugli elettori filippini. I buoni, seppur discutibilissimi, risultati ottenuti della lotta alla criminalità di Davao sono stati un ottimo biglietto da visita e hanno favorito il “Giustiziere” nella corsa al cambiamento. Alla vigilia delle elezioni, in piena campagna elettorale, Duterte aveva dichiarato:

Se sarò eletto presidente, farò esattamente quello che ho fatto quando sono stato sindaco. Voi, trafficanti, ladri e corrotti, sarà meglio che scappiate, perché vi ucciderò.

Aggiungendo un emblematico quanto propedeutico:

Dimenticate le leggi sui diritti umani

Tutta la sua campagna elettorale si è infatti concentrata sul tema della sicurezza ed è stata caratterizzata da dichiarazioni dir poco allarmati e colorite: ha giurato di “uccidere centomila criminali” e di “darli in pasto ai pesci della Baia di Manila”; o ancora, ha suggerito ai propri cittadini di aprire un’attività imprenditoriale in un settore particolarmente emergente sotto la sua presidenza:

Un leader deve terrorizzare i pochi malvagi per proteggere la vita e il benessere dei tanti buoni. Se diventerò presidente, consiglio alla gente di aprire molte imprese di pompe funebri. Perché saranno piene. I cadaveri li procurerò io.

In questi primi mesi di presidenza, Duterte sembra purtroppo aver mantenuto le promesse elettorali: come evidenziato da questo report di Reuters Investigates, da giugno fino ad oggi si sono susseguiti diversi episodi di violenza che hanno coinvolto diverse vittime civili, anche bambini. Sarebbero almeno 6.000 le persone uccise da polizia e squadroni della morte durante l’attuale mandato presidenziale di Duterte. La giustizia violenta degli vigilantes si è imposta prepotentemente prendendo spesso il posto di quella ordinaria. I corpi di criminali e spacciatori vengono contrassegnati con segni caratteristici, in modo tale che, rinvenuto il cadavere, la polizia identifichi subito il crimine attribuito alla vittima. Il Presidente non sembra tuttavia turbato dall’escalation di violenza che si sta perpetuando nelle Filippine. Interrogato sulla questione lo scorso dicembre ha dichiarato:

Io stesso ho ucciso almeno tre criminali durante un’operazione della polizia. Ma non sono sicuro di quanti colpi della mia arma siano effettivamente entrati nei loro corpi.

Il gesto di Duterte sarebbe servito proprio per dare l’esempio agli agenti:

se potevo farlo io potevano farlo anche loro.

Malgrado le sue dichiarazioni e la violenza delle forze dell’ordine, apparentemente gli indici di gradimento per il nuovo Presidente rimangono su alti livelli. Questo non ha comunque impedito alle opposizioni di minacciare un’accusa di impeachment contro il presunto presidente-assassino, se non verrà fatta chiarezza sul suo passato violento e sull’effettiva efficacia delle sue misure anti-criminalità.

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Matteo Margheri

Fiorentino di nascita, Web Marketing Specialist per diletto e Nerd di professione. Si nutre di cultura pop e vive la sua vita perennemente in direzione ostinata e contraria. Per Le Nius supporta l'area editoriale, in ambito politica, e l'area social. matteo@lenius.it
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