Arrivano le mediche

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Scritto con il contributo di Alice Serafini, medica in formazione in Medicina Generale a Modena, guardia medica a Sassuolo e ricercatrice indipendente.

femminilizzazione della professione medica
Fernando Garcia Redondo on Flickr

La femminilizzazione di una professione porta con sé due dinamiche ben precise: la perdita di prestigio della professione stessa, e un calo nella retribuzione media (come dimostrato, ad esempio, da questo studio, e anche da questo).

Questo percorso non è però inevitabile: coscienza di gruppo, conoscenza delle dinamiche interne alla professione, presenza nei ruoli rappresentativi e coinvolgimento delle nuove generazioni, anche maschili, nel concepire il cambiamento, sono tutti passi che possono scongiurare gli effetti negativi della femminilizzazione.

Nei prossimi 10 anni assisteremo alla femminilizzazione della professione medica: molti medici andranno in pensione, sostituiti da molte mediche. Un massiccio ricambio di genere a cui è bene prepararsi, per evitare il ripetersi delle dinamiche di cui sopra e andare incontro a una “femminilizzazione felice” della professione. Già, ma come?

Nonostante gli ostacoli, crescono le donne nel mercato del lavoro

Intanto, un quadro generale sulla presenza femminile nel mercato del lavoro italiano. Ad oggi, secondo i dati OCSE, solo la metà delle donne italiane in età lavorativa ha un lavoro retribuito. Nonostante sia tuttora al di sotto della media dei paesi europei, la presenza femminile è aumentata in maniera lenta e costante negli ultimi vent’anni. Ma non è solo la scarsa partecipazione a caratterizzare le dinamiche lavorative femminili nel nostro paese.

Rispetto agli altri, in Italia il divario retributivo di genere, ovvero la differenza tra la mediana degli stipendi maschili e femminili, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, è basso. Questo è dovuto ad una presenza femminile molto selezionata: a prendere parte al mercato del lavoro retribuito sono principalmente le donne con alto profilo lavorativo, alto livello di istruzione, e, conseguentemente, con stipendi elevati.

Sono loro a potersi permettere di esternalizzare la cura dei figli e, quindi, di rientrare al lavoro dopo la gravidanza, evento che ancora oggi sancisce la fine della vita lavorativa di molte donne, soprattutto quelle che guadagnano meno, anche a causa di una cronica carenza di servizi di custodia nel nostro paese: la copertura di asili nido per la fascia d’età 0-3 è solo di 24 bambini su cento con regioni, come la Campania, in cui c’è posto solo per 8 bambini su cento.

C’è poi la maternità, un periodo che comporta un gap rispetto ai colleghi: la maternità obbligatoria è di 5 mesi contro i due giorni della paternità. A gravare sulle donne è anche il peso del congedo parentale, un periodo seguente a quello obbligatorio retribuito al 30% dello stipendio, che nella gran parte dei casi è usufruito dalle madri, nonostante anche i padri possano usufruirne.

Un’altra caratteristica del lavoro femminile è di essere altamente segregato sia a livello orizzontale (ci sono settori femminili e settori maschili) sia a livello verticale: è difficile per le donne raggiungere i vertici nella professione.

Questi aspetti, insieme alla scarsa diffusione del part-time volontario che aiuterebbe a conciliare lavoro e famiglia, caratterizzano tanto i lavori prevalentemente maschili, quanto quelli femminilizzati: sono ostacoli che tutte le madri lavoratrici italiane si trovano ad affrontare quotidianamente.

Ad aggiungersi a questi limiti strutturali, ci sono anche degli svantaggi che caratterizzano le professioni altamente femminilizzate. Tra queste il caso peculiare delle mediche: altamente istruite e professionalizzate, sempre più presenti nel settore, alle prese con la femminilizzazione della professione medica.

Lavori femminilizzati: qualche problema in più

Come detto, le professioni femminilizzate presentano ulteriori situazioni di svantaggio. Prendiamo ad esempio l’insegnamento. A metà del secolo scorso il maestro elementare era rivestito di un’aura di prestigio sia sociale sia economico: era una delle figure cardine della vita di paese.

Oggi sono numerosi gli esempi di discredito nei confronti degli insegnanti di tutti i gradi da parte di genitori e alunni, e lo stipendio medio degli insegnanti italiani è sia sotto la media OCSE, sia sotto la media UE. Si tratta di uno svantaggio, quello economico, che si manifesta a inizio carriera ma anche nella progressione.

È difficile non far coincidere questa svalutazione della professione con la femminilizzazione che l’ha caratterizzata nelle ultime decadi, tanto da portare la presenza femminile a quasi la totalità degli insegnanti nei servizi educativi per l’infanzia e nella scuola primaria, al 70% nella scuola secondaria e al 37% solo quando si arriva all’università, ambito che riveste tuttora una posizione di prestigio.

Svalutazione del ruolo e dello stipendio: è questo il percorso a cui vanno inevitabilmente incontro tutte le professioni che si femminilizzano? L’esperienza internazionale dice di no, e soprattutto dice che ci sono modi per evitarlo per le professioni, come quella delle mediche, che possono confrontarsi con la stessa esperienza di crescita della presenza femminile già avvenuta precedentemente in altri paesi.

Quando arrivano le mediche?

femminilizzazione della professione medica

Le mediche sono già molto presenti nel sistema, ma la loro presenza è ad oggi ancora in crescita: il settore non è ancora saturo. Dal 1978, con l’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale, il numero di donne iscritte a medicina è cresciuto fino a raggiungere nel 2003 il 61% del totale, per poi riscendere in 10 anni al 53%.

Secondo i dati MIUR sugli iscritti all’università nel 2013 e 2017 le donne erano il 65% degli iscritti nei settori health & welfare. La loro presenza nel sistema sanitario nazionale è, conseguentemente, in crescita.

Secondo il Centro di Elaborazione Dati della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (FNOMCeO), nel 2018 le mediche e le odontoiatre rappresentavano il 41% del totale degli iscritti agli ordini professionali.

La distribuzione dei sessi per fasce di età però è molto disomogenea. Infatti, mentre le donne sono soltanto il 31% del totale degli iscritti con un’età tra i 55 ed i 69 anni, questa proporzione si ribalta nella fascia 25-39 dove le donne rappresentano il 54% del totale.

Questi dati rispecchiano la tendenza europea alla femminilizzazione della forza lavoro in sanità, tendenza che in Italia avverrà in maniera piuttosto repentina configurando un quadro di massiccio ricambio di genere, affianco al più noto ricambio generazionale.

L’Italia infatti è secondo i dati OECD il paese tra i membri con i medici più anziani (ovvero con la maggiore quota di medici con più di 55 anni). Questi medici, nei prossimi 10 anni, verranno sostituiti da una forza lavoro oltre che più giovane anche più femminilizzata, composta cioè da una quota di donne molto più alta.

Queste nuove generazioni di mediche si troveranno però in un sistema in cui le regole sono state definite dalle generazioni precedenti, a prevalenza maschile, ed hanno ora il compito di affrontare il cambiamento.

Le dottoresse italiane: tra le meno soddisfatte

La questione per le mediche italiane, seppur non ancora sfuggita di mano, è però urgente. Da un’indagine comparativa europea svolta nel 2019 da Anaao Assomed, emerge l’immagine di un paese in cui la soddisfazione professionale delle mediche e la loro condizione lavorativa non sono positive.

Alla domanda “Sul posto di lavoro, ti sei mai sentita discriminata in quanto donna?” una dottoressa italiana su due ha denunciato episodi di discriminazione il più delle volte da parte di superiori o pazienti. Interrogata rispetto a “Che cosa miglioreresti del tuo lavoro, per una più soddisfacente conciliazione dei tempi casa-lavoro?”, il 60% delle mediche ha indicato l’utilità di una revisione dei carichi di lavoro, con particolare riguardo al part-time e ai turni notturni e festivi.

Solo il 16% delle mediche italiane è soddisfatto (contro il 70% delle olandesi, solo per fare un esempio). Anche il tema della conciliazione casa-lavoro è ancora problematico. Alla domanda “Cosa ne pensi della conciliazione dei tempi casa-lavoro nella tua organizzazione del lavoro?” il 68% delle dottoresse italiane ha risposto dichiarandosi insoddisfatta, per aver dovuto rinunciare o all’aspetto professionale o a quello personale per conciliare lavoro e vita privata.

Infine, interrogate sull’esistenza sul posto di lavoro di un pari coinvolgimento delle donne nei posti gestionali e di leadership, il 42% delle dottoresse intervistate ha risposto con un secco no anche se il 42% è fiducioso che ci sia una crescente attenzione su questo tema.

Come affrontare la questione di genere nella professione medica?

Nonostante la maggiore presenza di mediche e i segnali preoccupanti emersi dall’indagine Assomed, gli Stati Generali della professione medica, una pubblicazione che illustra le 100 tesi per discutere il futuro della professione promossa dalla FNOMCeO (qui il pdf), fa notare che la questione “genere e professione medica” non è ancora stata concretamente esplorata. Eppure, ci sono esempi dall’estero da cui poter trarre indicazioni su come affrontarla al meglio.

È il caso ad esempio delle odontoiatre in Canada. Uno studio del 2012 ha descritto le caratteristiche di questo gruppo professionale e i cambiamenti introdotti nel modello di professione. Le mediche vanno in pensione prima dei medici, quindi si accorcia il tempo di permanenza nella professione, hanno più spesso posizioni part-time, propongono la questione del lavoro anche nell’ottica della conciliazione lavoro-famiglia (essere sposati aumenta le ore di lavoro degli uomini e non cambia quelle delle donne, mentre avere un figlio riduce di 7 ore la settimana il lavoro delle donne e non ha effetto su quello degli uomini).

Le donne tendono poi più degli uomini a lavorare in ospedale piuttosto che praticare in proprio (preferenza che incide sulla differenza retributiva) e, infine, nella scelta di una specialità sono maggiormente influenzate dalla posizione e dalla vicinanza alla famiglia, tanto da essere più concentrate nei centri urbani piuttosto che nei centri rurali.

Ma le donne portano anche una diversa filosofia della professione: sono meno affrettate, più propense a discutere i disturbi con i pazienti, più umane e premurose e sono anche più favorevoli alla prevenzione.

Conoscere queste caratteristiche non solo definisce un nuovo modo di affrontare la professione ma diventa utile per trarne i vantaggi e compensare gli svantaggi. Ad esempio la strategia da adottare nel caso canadese è quella di incentivi formali per impegnarsi nella pratica rurale, più formazione aziendale per introdurre le donne nel settore privato, attivare pratiche di conciliazione per le mediche con figli.

femminilizzazione della professione medica
Municipalidad de Cordoba on Flickr

Un secondo studio, questa volta olandese, risponde alla questione del presunto minor attaccamento delle donne alla professione, che si accompagna agli stereotipi delle scelte delle specializzazioni. Secondo Patricio Martinez, ex segretario generale della Confederacion Estatal de Sindicatos Medicos, le donne medico prediligerebbero le specializzazioni che non le obbligano a fare turni notturni.

Oltre ai turni di notte, quindi, le donne tenderebbero ad evitare percorsi professionali in cui si prevedono orari lunghi e impegni gravosi, che rendono difficile conciliare la vita lavorativa con quella familiare.

A questi pregiudizi l’indagine olandese risponde attraverso interviste con medici e mediche di medicina generale riguardo alle loro opinioni e aspirazioni. Uno dei più evidenti risultati dell’indagine è che le nuove generazioni aspirerebbero piuttosto a far combaciare lavoro e famiglia, sanno di non poter dedicare tutto il loro tempo ai pazienti e sanno che il cosiddetto lavoratore ideale – estremamente dedicato al lavoro, flessibile, libero da responsabilità familiari e fisicamente in grado di lavorare per lunghi orari di lavoro – va rivisto, e non solo per la presenza femminile ma perché le giovani generazioni hanno nuovi obiettivi. Si tratta di una posizione non di genere ma generazionale: non sono cioè le donne ad essere meno attaccate al lavoro, ma le nuove generazioni ad avere un concetto diverso del lavoro stesso.

Infine, uno studio del 2006, realizzato in ottica comparativa europea, risponde ai pregiudizi legati ai motivi della minor capacità delle donne di fare carriera in ambito medico, evidenziando i diversi punti di vista a seconda del paese osservato. Se gli intervistati dei paesi scandinavi attribuiscono le maggiori difficoltà delle mediche nel fare carriera alla sottovalutazione da parte delle donne stesse delle loro capacità, per le donne italiane (e austriache) la responsabilità familiare è un fattore che limita fortemente le possibilità di carriera. I limiti strutturali accennati precedentemente valgono quindi per le italiane e vanno scardinati.

Anche il caso inglese può essere istruttivo per ipotizzare delle soluzioni affinché la femminilizzazione non porti con sé conseguenze negative. L’associazione di categoria e sindacale dei medici britannici, la British Medical Association (BMA) ha svolto, nel processo di femminilizzazione della professione medica, due importanti funzioni: ha evitato il declassamento professionale da una parte, e ha scongiurato il calo dei livelli di retribuzione dall’altra. La BMA ha, inoltre, svolto con successo una campagna per ridurre le ore lavorate dai medici, nonché nelle trattative contrattuali con il principale datore di lavoro dei medici: il governo.

Da questo punto di vista, le donne hanno beneficiato della loro integrazione in un’organizzazione professionale (un sindacato) che ha cercato di proteggere collettivamente gli interessi di tutti i suoi membri. L’idea di insistere affinché i sindacati veicolino e promuovano un cambiamento nell’organizzazione che affronti le possibili conseguenze negative della femminilizzazione della professione potrebbe risultare vincente anche per le mediche italiane.

Il recente comunicato stampa della Federazione Italiana dei Medici di Medicina Generale, sindacato di maggioranza della Medicina Generale, sottolinea la volontà di dare sempre più spazio alle donne, che oggi costituiscono oltre il 60% delle nuove leve, e sembra mostrare una consapevolezza rispetto a questa dinamica. Resta da vedere se a queste dichiarazioni si accompagnerà un’effettiva crescita della rappresentanza femminile nelle posizioni di vertice ed un’assunzione di responsabilità rispetto alle tematiche proposte.

Arrivano le mediche: indicazioni per una femminilizzazione felice

Il caso canadese ha dimostrato che un’indagine approfondita del tema può far emergere tratti della questione che, una volta conosciuti, sono più semplici da affrontare. Il problema non va solo riconosciuto ma anche conosciuto: è importante mettere la situazione nero su bianco.

Oltre alla necessità di implementare in maniera continuativa e globale rilevazioni come quella proposta da Assomed, a livello locale c’è, ad esempio, da pretendere la stesura annuale di un bilancio di genere. Si tratta di uno strumento di rendicontazione che, accanto alle altre dimensioni aziendali che vengono monitorate e sono oggetto di misurazione, aggiunge la prospettiva del genere, per la valutazione della performance su questa area.

Con il bilancio di genere si incentiva a riflettere su come le differenze di genere impattino sul funzionamento organizzativo e su come queste vengano valorizzare e tutelate. Numerose aziende sanitarie ancora non si sono adeguate alla richiesta di questo documento da parte dello Stato. Le mediche dovrebbero essere le prime a volerne la stesura.

Il caso olandese ha invece rivelato che il cambiamento è anche una questione generazionale e non solo femminile. Quindi quanto più anche gli uomini se ne faranno carico tanto più ne beneficerà la professione. Una netta posizione dei giovani medici è auspicabile. Sono già presenti esempi (come il Movimento Giotto) che vanno perseguiti in tutti gli ambiti della disciplina.

Anche per l’Italia poi il sindacato potrà giocare un ruolo fondamentale per proteggere questa ondata di mediche. Occorre però da una parte che queste ultime siano consapevoli dei propri diritti e opportunità (a fronte di un 60% di mediche italiane che, secondo i dati Assomed, dichiara di non conoscere leggi o accordi sindacali potenzialmente positivi per la conciliazione tra lavoro e famiglia), e dall’altra che i sindacati abbiano in mano tutte le informazioni possibili per portare avanti queste istanze, con anche maggior presenza di donne e nuove generazioni nei sindacati stessi.

Infine, è cruciale monitorare la parte contrattuale. Uomini e donne sono ugualmente soggetti alla precarietà lavorativa in questo ambito? È anche qui una questione generazionale o femminile? Quali sono i limiti al raggiungimento delle posizioni apicali? Sono domande di cui sarebbe importante sapere con certezza la risposta non solo a livello nazionale.

E, ancora, se, a conferma dei risultati internazionali, la cura da parte delle mediche porta con sé una nuova filosofia della professione e una maggior attenzione al paziente, con visite più lunghe e accurate che trovano l’apprezzamento dei pazienti stessi, una retribuzione basata sul numero di pazienti è ancora auspicabile?

Questi sono passi fondamentali, sebbene difficili da affrontare: vanno a toccare i cardini della professione, abitudini a cui specialmente le vecchie generazioni faranno fatica a rinunciare.

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Demografa sociale all’Università di Firenze. Studia le differenze di genere in Italia e in Europa, declinate in vari ambiti: istruzione, sessualità, omicidi, fecondità.

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