Europa vs Grecia: giorno del giudizio per Atene e Bruxelles

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@europedecides.eu

In queste ore a Bruxelles si fanno i giochi. Proprio mentre scriviamo, a pochi passi da dove scriviamo, si svolge infatti il vertice dell’Eurogruppo – la riunione dei ministri delle Finanze dei paesi della zona Euro – sul caso Grecia. Convocato last minute, dopo il fallimento del precedente a inizio settimana, questo incontro sarà decisivo per salvare Atene mantenendola nella moneta unica, o sarà invece il vertice che la spinge fuori del club.

Ieri Alexis Tsipras ha formalizzato la sua richiesta: fine della Troika (ormai dato acquisito), prestiti per altri 6 mesi senza regole e poi nuovo programma. Contestualmente Draghi, dopo aver congelato la liquidità BCE alle banche elleniche, ha aumentato la disponibilità per le stesse (mediante una forma tecnica differente, in cui è la Banca centrale della Grecia ha rivolgersi a BCE per la liquidità, ridistribuendola poi sugli istituti di credito del Paese) per evitare di lasciarle a secco di fronte alla fuga di capitali che si sta verificando. Draghi ha così mostrato ancora una volta che la questione è politica, costringendo i politici europei a incontrasi e a trovare una soluzione. La posta in gioco è alta, vediamo cosa può succedere.

L’antefatto

Commissione europea, BCE e FMI (la Troika) a fine 2010 hanno costruito un programma di salvataggio per la Grecia per evitarne il fallimento: 240 miliardi di prestiti condizionati a una serie di riforme strutturali destinate – o almeno così avrebbe dovuto essere – a rendere competitiva l’economia ellenica. Il pagamento di ogni tranche di prestito è stato vincolato alla realizzazione delle promesse. Dopo essere precipitato, il pil greco è tornato crescere (+1% nel 2014), ma la disoccupazione in Grecia resta a livelli insostenibili (26,6%) e la popolazione è allo stremo. La cura, insomma, non ha funzionato, almeno non del tutto. Le banche europee si sono gradualmente sgravate del peso del debito greco, che però è passato agli Stati: l’esposizione francese è scesa da 79 a 48,5 miliardi, quella italiana è cresciuta da 7 a 42 miliardi (+500%), quella tedesca è salita da 45 a 75,5 miliardi (+68%). In tutto ciò, Tsipras ha vinto le elezioni, annunciando di rifiutare il piano della Troika ma, allo stesso tempo, di voler ripagare il debito, seppur in forma più “comoda”.

Il tempo stringe: un mese di vita

Il programma di aiuti della Troika scadeva a fine 2014 ed è stato prorogato sino a fine febbraio. La Grecia, però, ha dichiarato che vuole disfarsene e sostituirlo con un altro. Tuttavia, per questo, serve il consenso dei creditori. Se il piano non verrà rinnovato, esteso, sostituito, Atene sarà costretta a andare sui mercati da sola per finanziarie l’immenso passivo pubblico (176,3% del PIL a dicembre). Il ministero delle finanze ellenico afferma di poter campare per un mese. Campare significa avere il denaro per pagare gli stipendi e le pensioni ai cittadini, non si tratta di chiacchiere. Solo in marzo scadono 4,3 miliardi di titoli, mentre poco meno di un miliardo va reso al FMI.

Se Tsipras non trova l’accordo con l’UE, dovrà fare da solo e rivolgersi ai mercati. I mercati però, così come nel 2010, applicherebbero dei prezzi insostenibili per Atene, che quindi dovrebbe rinunciarvi e si troverebbe immediatamente in bancarotta. Con quale conseguenza? è presto detto. Se nessuno ti presta i quattrini per tirare avanti, si tratti di Stati o del mercato, hai una sola scelta: stamparli da te. Questo significa uscire dall’Euro, con tutte le conseguenze che ne derivano. Inoltre, potrebbe affacciarsi lo spettro di un aiuto alla Grecia – tutt’altro che disinteressato – da parte di Cina o Russia. Le conseguenze geopolitiche sull’Europa sarebbero gravissime. Bisogna augurarsi che Tsipras e i suoi colleghi europei lo abbiano ben chiaro.

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Europa vs Grecia: Atene chiede 6 mesi di respiro prima del nuovo corso

Per fare fronte a questa catastrofe, Tsipras ha l’arduo compito di mostrare al suo elettorato che manterrà la promessa anti austerità e contestualmente deve ottenere dall’Europa un nuovo accordo. Mix non facile. In poche parole, la via d’uscita proposta insieme col ministro dell’Economia, Yanis Varoufakis, consiste nell’archiviazione del vecchio programma della Troika e nella definizione di una nuova intesa, un “Contratto a lungo termine”. In pratica, ancora soldi in cambio di riforme, ma a condizioni più leggere e con più tempo. Nel frattempo, però, Atene chiede una fase di transizione – in termini economici un “periodo di grazia” – di 6 mesi, in cui godere di un allungamento del piano dei prestiti previsti dalla Troika ma senza le condizioni della Troika. Soldi sì, condizioni no (o quasi). E questo punto è nodale.

Cosa risponde l’Europa?

L’Europa richiede che Atene paghi il proprio debito e metta finalmente in opera le riforme contro la corruzione e l’evasione fiscale, mali endemici della Grecia, che hanno ridotto il Paese a un colabrodo ben prima delle misure della Troika. Gli stati dell’Eurozona non intendono fare concessioni a un partner inaffidabile, da un lato perché gli hanno prestato un mucchio di denaro, dall’altro perché ne condividono il destino all’interno dell’Unione monetaria. Ogni nuovo accordo – su cui sembra esserci discreto ottimismo – non può prescindere da questi cardini. Il nodo, però, sono i 6 mesi che chiede Tsipras prima dell’entrata in vigore del nuovo accordo. Di che si tratta? Per l’Europa, non può essere un regalo. Nel semestre, i greci dovrebbero mantenere buona parte degli impegni precedenti, in termini di riforme e controllo dei conti pubblici. Ogni misura tolta dal piano della Troika, andrebbe compensata con un’altra per non mettere a rischio la stabilità. Inoltre, non va dimenticato che i paesi già usciti dal “programma” (Spagna, Portogallo e Irlanda) difficilmente possono accettare che i greci la facciano franca, quando invece loro hanno fatto i compiti a casa. Soprattutto i popolari al Governo in Spagna, non intendono darla vinta a Syriza per non rafforzare gli emuli locali di Podemos.

Come andrà a finire

Angela Merkel ha ricordato venerdì scorso, uscendo dal vertice dei Capi di Stato e di Governo riuniti a Bruxelles, che l’Europa è la terra dei compromessi e che proprio questo è il segreto del successo dell’Unione. Parrebbe, dunque, che le condizioni per un accordo complessivo non siano impossibili. Prova ne sarebbe anche la telefonata proprio fra la Cancelliera e Alexis Tsipras nella serata di ieri. Non è però escluso, nel gioco delle parti, che oggi la montagna partorisca il topolino.

Il vertice odierno dell’Eurogruppo potrebbe infatti chiudersi ufficialmente con un nulla di fatto, o addirittura con una rottura. Atene, puntando sul mese di vita che ha davanti a sé in ogni caso, potrebbe infatti mostrarsi rigida per compiacere l’elettorato greco; l’Europa, dal canto suo, potrebbe mostrarsi altrettanto sprezzante del rischio di uscita della Grecia dall’Euro. In tal caso, marzo può essere ancora un mese di tempi supplementari estremi per trattare. Con il rischio, tuttavia, di esacerbare gli animi e, soprattutto, i mercati. Volendo non considerare l’ipotesi che Tsipras sia pronto ad abbandonare l’Europa e a portare la Grecia in acque sconosciute e tempeste molto probabilmente fatali, è forse più verosimile immaginarsi – e sperare – in uno scenario che permetta a tutte le parti in causa di portare a casa il risultato, di poter dire “abbiamo vinto noi!”.

Tsipras potrà dire di aver sconfitto l’austerità, anche se in realtà dovrà picchiare durissimo su riforme anti corruzione e evasione fiscale per avere in cambio del denaro, la Merkel potrà dire a casa sua di avere ottenuto che la Grecia ripagherà i suoi debiti “senza se e senza ma”. Allo stesso tempo, però, potrà mostrare il suo volto meno austero all’Europa. Insomma, il tema è squisitamente politico, di visione dell’Europa e del futuro, così come del rispetto dei patti, con impegno e onestà. Bisogna negoziare in fretta un nuovo accordo senza populismi nordici né mediterranei. L’alternativa non conviene a nessuno.

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